A partire da questo numero e per tutta l’estate, Macchine Pensanti diventa settimanale. Ogni sette giorni una newsletter dedicata a uno dei temi di Una intelligenza fantastica, il mio libro dedicato all’intelligenza artificiale, che è possibile scaricare gratuitamente o acquistare in versione cartacea a questo link.
Oggi e nelle prossime tre newsletter parliamo del primo capitolo, Un (fantastico) collaboratore magico, per spiegare i tre elementi di questa definizione.
W. J. Ong - Fonte.
Nel libro, parto da una riflessione banale su come usiamo, quotidianamente, l’IA: apriamo un’app o un sito, facciamo una domanda, aspettiamo che la risposta arrivi, parola per parola. Cosa accada nel frattempo sui server di quei software (come facciano cioè a rispondere a tono e con competenza) resta per quasi tutti noi un mistero. Interroghiamo dunque un’entità del cui funzionamento non sappiamo nulla ma (ed è questo il dato più interessante) questa ignoranza non ci rende diffidenti né fa nascere qualche sospetto; anzi, molto spesso ci fidiamo quasi ciecamente di quello che l’IA produce e ci racconta.
Questa condizione (rivolgerci a un'entità di cui non conosciamo natura e funzionamento, fidandoci ‘a scatola chiusa’ delle sue risposte) è un dispositivo che conosciamo bene, anche se raramente lo riconosciamo per quello che è: uno schema religioso. Ci relazioniamo all'IA come faremmo con un oracolo divino, interrogandolo in attesa di responsi, senza sapere perché e come funzioni ma accogliendo comunque con fiducia quello che ci restituisce. Di questa possibilità di leggere il nostro rapporto con l'IA attraverso schemi religiosi mi sono già occupato per esteso in un numero di Machine Pensanti qualche mese fa, dedicato a Beth Singler e al suo Religious Frame (chi non l'avesse letto lo trova qui); riprendo ora solo il punto di partenza di quella riflessione, perché è la porta d'ingresso a tutto il primo capitolo del libro. È un'intuizione che, prima ancora di Singler, aveva già esplorato nel 2023 Gino Roncaglia (docente a La Sapienza, da sempre osservatore acuto del mondo digitale) ed è un'intuizione che vale la pena approfondire, perché ci dice qualcosa di più ampio su come il nostro tempo stia, per certi versi, tornando all'antico ma in un modo nuovo.
Nelle società dell’oralità il sapere non era distribuito ma custodito. Uno solo, o pochissimi, ne erano i depositari; per accedervi bisognava interrogarli e sperare di capire e usare bene il responso. Walter Ong, in Oralità e scrittura, descrive così la trasmissione delle competenze nelle culture orali: un sistema nel quale la conoscenza sta nelle mani di specialisti che la condividono come e quando vogliono, escludendo per principio chi non è ritenuto degno di apprenderla. La forma paradigmatica di questo sistema è, appunto, l’oracolo: un’entità che sa e che risponde ma che non lascia intendere ai profani attraverso quali processi sia arrivata alla sua risposta. La scrittura ha cambiato questa logica: il sapere restava concentrato in un solo posto che non era più la sola interiorità oscura del sapiente ma la somma delle pagine di un testo o di tutti i testi raccolti in un unico luogo. Nasce così il modello enciclopedico-bibliotecario e cambiano le competenze richieste a chi cerca risposte: l’affidamento cieco a un oracolo viene soppiantato dalla capacità di muoversi in un labirinto di scaffali e pagine, di cercare, leggere, collegare, sintetizzare. È un modello che ha retto per venti secoli, dalle Etimologiae di Isidoro di Siviglia a Wikipedia; nel corso del tempo sono cambiati i supporti scrittori, i principi di autorialità, le policy di accesso ma la logica di fondo è rimasta la stessa: se non sai dove cercare, il labirinto non ti risponde.
L’IA sta cambiando proprio questo. Si presenta all’utente come una maxienciclopedia onnisciente perché è stata addestrata su un patrimonio che assomiglia a una specie di biblioteca delle biblioteche (testi, immagini, codice); per ottenere una risposta però non mi viene chiesto di esplorarla, di studiarla, di sapermi orientare. Devo solo interrogare un ‘soggetto’ che, apparentemente, sa tutto e che mi restituisce un responso.
Come dicevamo prima, siamo dunque tornati, dopo venti secoli, a una nuova stagione oracolare? Non esattamente. All’oracolo si accompagnava sempre una sacralità del sapere, una distanza: una figura elitaria, al vertice di una gerarchia che non si concede a tutti e sempre. L’IA, al pari di un oracolo, sa moltissime cose, non ci spiega come le rielabora ed è anch’essa coperta da un velo di mistero. A differenza dell’oracolo, però, è continuamente e silenziosamente al nostro servizio; c’è il mistero del funzionamento ma non c’è più la distanza sacrale.
Per questo l’IA non è un oracolo. È qualcosa di più prossimo e di meno solenne: è un collaboratore magico. Le due parole di questa definizione - perché ‘collaboratore’ e perché ‘magico’ - saranno il filo dei prossimi due numeri.
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