La settimana scorsa abbiamo visto come il nostro rapporto con l'IA ricalchi uno schema religioso e antico: interroghiamo un’entità onnisciente di cui ignoriamo il funzionamento, fidandoci del suo responso. Abbiamo però concluso che, a differenza dell'oracolo, l’IA non impone alcuna distanza sacrale: è sempre, silenziosamente, al nostro servizio. Per questo nel mio libro Una intelligenza fantastica (è possibile scaricarlo gratuitamente o acquistare una copia cartacea a questo link) l’ho definita un collaboratore magico.
Oggi proviamo a definire meglio il senso della prima parola di questa definizione, ‘collaboratore’.
Efesto incatena Prometeo (Dirck van Baburen, 1623) - Fonte
Da sempre costruiamo oggetti artificiali, protesi e strumenti che ci permettono di fare più di quanto potremmo realizzare se ci affidassimo soltanto alle nostre facoltà naturali: viaggiare più velocemente, comunicare più rapidamente, misurare più efficacemente, etc.
Il filosofo francese Bernard Stiegler (1952-2020) (ne abbiamo già parlato in relazione all’idea di tecnica come pharmakon, cura e veleno insieme) riconduce a un ‘difetto originario’ questa nostra attitudine a costruire protesi. L’essere umano è, per Stiegler, un être-en-défaut, un essere mancante: non possiede per natura un corredo stabile di strumenti e capacità sufficienti a garantirgli la sopravvivenza. Per spiegare questa condizione, Stiegler riprende, in La Technique et le Temps, un mito raccontato da Platone nel dialogo Protagora e che fonde Esiodo ed Eschilo.
Quando giunse il momento di far nascere le creature mortali, gli dèi affidarono a Prometeo ed Epimeteo il compito di distribuire tra gli esseri viventi le diverse qualità naturali. Epimeteo chiese di poter procedere da solo, promettendo poi di farsi controllare da Prometeo. Assegnò così ad alcuni animali la forza, ad altri la velocità, ad altri ancora artigli, pellicce, ali, gusci, cercando di mantenere un equilibrio tra le specie. Ma consumò tutte le facoltà disponibili prima di arrivare all’uomo, che per questo nacque nudo, indifeso, senza artigli, senza pelliccia, senza istinto capace di guidarlo con sicurezza nel mondo. Fu Prometeo, vedendo l’uomo in questa condizione di radicale mancanza, a rubare a Efesto e Atena il fuoco e il sapere tecnico, donando agli uomini la techne con cui compensare la propria debolezza. Nella lettura di Stiegler, il mito racconta proprio questa condizione naturale dell’essere umano, che non possiede strumenti che lo rendano autosufficiente e dunque vive nella continua necessità di completarsi attraverso protesi tecniche che lo aiutino a produrre ciò che gli serve.
Queste protesi, però, non sono tutte uguali. Un libro è una protesi della memoria ma resta un oggetto inerte: potremmo dire che ‘vive’ solo se qualcuno lo apre, e lo sfoglia. Un orologio, invece, una volta ricevuto un primo input (per esempio una carica manuale o l'inserimento di una pila) funziona come se avesse vita propria. Per secoli, le tecnologie più avanzate sono state quelle capaci di un grado più o meno alto di autonomia meccanica: la leva, la carrucola, il mulino, il motore sono protesi che, una volta ricevuto un primo impulso, eseguono da sole la propria funzione, senza bisogno di ulteriore intervento. Il computer e la rivoluzione digitale non hanno rotto questa logica; ne hanno solo spostato il bersaglio: la protesi non serve più a potenziarci nel gesto fisico ma nel calcolo e nella produzione di contenuti. In fondo, anche un computer funziona come un mulino: gli si dà un input, un programma, un comando ed esegue meccanicamente ciò per cui è stato costruito; solo che qui a essere macinati non sono chicchi di grano ma numeri, testi, immagini, e possiamo correggere, rifare, disfare il risultato all'infinito, senza il costo che la stessa operazione avrebbe sulla materia analogica.
In questa linea evolutiva l’IA introduce uno scarto. Per la prima volta una tecnologia non potenzia soltanto le nostre capacità fisiche o di calcolo ma funziona come se pensasse, parlasse, interagisse. Questo la fa diventare qualcosa di più di uno strumento; cerco di spiegarlo con un esempio.
Per diversi giorni ho lavorato per configurare Claude Code, un ambiente di lavoro più complesso dei semplici chatbot che di solito usiamo; dovevo collegarlo ai file su cui lavoro in cloud, un’operazione tutt’altro che semplice per chi, come me, ha scarsissime competenze informatiche. Io e Claude Code abbiamo lavorato per quasi due giorni alla sua stessa configurazione e, alla fine, ce l’abbiamo fatta. “Abbiamo lavorato” e “ce l’abbiamo fatta” sono le uniche espressioni che riesco a usare per raccontare quello che è concretamente successo: una lunga interazione nella quale io riportavo in chat i problemi che incontravo e Claude tentava di risolverli, riguardando il codice, suggerendomi interventi, commentando gli screenshot che gli sottoponevo quando i suoi stessi suggerimenti non mi erano chiari. E non ha mai perso la pazienza, di giorno, di notte, di domenica, fino a che non ci siamo riusciti.
È questo insieme di capacità agentiche e relazionali, sempre disponibili e sempre sul pezzo dentro una relazione dialogica, che rende l’IA non uno strumento né una protesi della memoria o del calcolo ma qualcosa che somiglia a un soggetto con cui interloquire, e dal quale ottenere risultati nei tempi e nei modi che decidiamo noi; che non esegue soltanto un comando ma partecipa alla costruzione del risultato rispondendo, riformulando, proponendo, correggendo.
Non lavora solo per noi: è con noi, mentre portiamo avanti la nostra attività, il nostro labor. Dunque, con-labora.
Resta da capire perché, oltre che ‘collaboratore’, chiamo questo strumento anche ‘magico’.
Ne parliamo la settimana prossima, provando a veder cosa c’è dentro un mulino.
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