Se qualcuno avesse ancora bisogno di un esempio per dimostrare come, in gran parte del mondo (e non solo in Europa, si badi bene), la priorità delle classi politiche non sia la difesa degli interessi del proprio paese e dei propri cittadini, bensì la ricerca delle manovre più efficaci per raccogliere voti, la gestione della questione migratoria costituisce probabilmente l’esempio più eloquente
Manlio Graziano
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A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre. Rendiamo omaggio a Giulio Andreotti per questo aforisma, uno dei suoi lasciti più brillanti e indovinati. Anch’io ho commesso questo peccato qualche giorno fa, quando, intervistato da France 24, ho affermato che la reazione più probabile dell’Unione europea (UE) alla crisi di Ceuta sarebbe stata un inasprimento delle misure contro il popolo dei migranti.
È facile cadere nel peccato quando la tentazione è forte. E se il diavolo tentatore è l’UE, e l’argomento è l’immigrazione, quasi impossibile non azzeccarci. Il mio merito personale, dunque, è veramente minimo.
L’incontro virtuale tra i ministri dell’Interno dell’UE del 4 agosto si è concluso, come volevasi dimostrare, con una serie di decisioni che vanno proprio in quella direzione: controlli più severi alle frontiere esterne, rimpatri più rapidi e adozione di strumenti di allerta precoce per monitorare gli arrivi.
Anche il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, archiviata l’impennata d’orgoglio patriottico delle prime ore della crisi, ha affermato che, in quanto UE, «dobbiamo impegnarci per rafforzare ulteriormente i nostri confini nei punti critici».
Durante il meeting, a parte una frasetta di «condoglianze per la tragica perdita di vite», non vi sono stati molti altri accenni all’immane tragedia umana che ha accompagnato l’esodo biblico di decine di migliaia di persone – quasi tutte marocchine – verso l’enclave spagnola di Ceuta, sulle coste africane di fronte a Gibilterra.

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