Questi scrittori non stavano solo affinando il mestiere, ma stavano anche conferendo potere alle loro storie in quanto figli e figlie indigeni della terra al tempo del genocidio coloniale
Susan Abulhawa
Per qualche tempo siamo stati tutti interessati, e sconvolti da quello che succedeva a Gaza. Poi siamo passati ad altro, abbiamo rimosso il genocidio, le vittime, l’urgenza di uno Stato palestinese o comunque di una prospettiva che garantisca ai palestinesi almeno l’incolumità.
Intanto però succedevano cose, a Gaza si continuava a morire, Israele continuava sia a uccidere sia a rendere la vita impossibile ai superstiti. O meglio, a quelli che ancora non sono stati uccisi.
Dunque è meritevole l’iniziativa dell’editore Fazi che ha da poco pubblicato un volume con una serie di racconti scritti proprio da chi a Gaza vive e sopravvive, nell’ambito di un workshop di scrittura guidato da distanza: Ogni istante è una vita.
Scrivere l’orrore è una necessità. Anche per sopravvivere.
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione che spiega il progetto e uno dei racconti. Ma prima, il punto della situazione.
Una tregua solo parziale. Il cessate il fuoco dell’11 ottobre 2025 ha fermato le operazioni militari su vasta scala, ma non le uccisioni. Israele ha continuato a effettuare attacchi aerei e a sparare contro persone considerate una minaccia per i propri soldati. Tra il 2 e il 3 agosto sono stati uccisi 19 palestinesi, in una delle giornate più sanguinose dall’inizio della tregua. Egitto, Qatar e Turchia hanno definito questi attacchi una violazione dell’accordo. Israele sostiene invece di avere colpito militanti e minacce immediate.
L’espansione israeliana. La tregua lasciava inizialmente alle forze israeliane il controllo del 53 per cento della Striscia. Secondo il ministro della Difesa Israel Katz, l’area controllata da Israele è poi salita al 60-70 per cento. In queste zone l’esercito ha demolito edifici, distrutto tunnel e spostato la cosiddetta linea gialla, provocando nuovi sfollamenti. Quasi tutti i due milioni di abitanti di Gaza sono ormai concentrati nella fascia costiera rimasta sotto controllo palestinese.
Il comportamento di Hamas. Hamas non ha consegnato le armi e ha mantenuto il proprio apparato nelle aree che controlla. Il governo israeliano lo accusa di reclutare nuovi combattenti, ricostruire tunnel e riarmarsi, ma queste contestazioni non sono state verificate in modo indipendente. Cinque soldati israeliani sono stati uccisi in attacchi palestinesi dall’inizio della tregua, secondo le autorità israeliane. Hamas continua inoltre a non pubblicare un bilancio delle proprie perdite.
Il disarmo ancora non è cominciato. Hamas ha accettato il nuovo piano in 15 punti promosso dal Board of Peace di Donald Trump, che prevede la disattivazione di armi pesanti, depositi, siti produttivi e tunnel. Contesta però la successiva richiesta di consegnare anche le armi leggere e sostiene che Israele debba prima fermare gli attacchi e iniziare il ritiro. Il piano prevede invece un processo simultaneo, zona per zona, tra verifica del disarmo e arretramento israeliano. Al 10 agosto non risulta avviata alcuna consegna effettiva delle armi.
Il rifiuto di Netanyahu. Israele ha respinto il piano nella sua formulazione attuale. Netanyahu sostiene che l’esercito non arretrerà dalle posizioni occupate finché Hamas non sarà «completamente e realmente» disarmato, comprese le armi leggere. La divergenza decisiva riguarda quindi la sequenza: disarmo completo prima del ritiro per Israele, processo parallelo per il Board of Peace, cessazione degli attacchi e ritiro preliminare per Hamas.
Il conto dei morti. Il bollettino ufficiale del ministero della Salute di Gaza del 10 agosto registra 73.386 morti complessivi dal 7 ottobre 2023 e 1.258 persone uccise dopo l’entrata in vigore della tregua. Per differenza, risultano 72.128 morti durante la fase dell’offensiva israeliana precedente alla tregua. Dopo il cessate il fuoco sono stati inoltre recuperati dalle macerie 807 corpi appartenenti a persone uccise in precedenza, già attribuiti nel conteggio alla fase dell’offensiva. Il ministero non distingue tra civili e combattenti. Haaretz ha accertato che tra i primi mille palestinesi uccisi nel periodo successivo alla tregua figuravano almeno 253 bambini e 121 donne.
Molti di noi sapevano già, l’8 ottobre 2023, che Israele avrebbe scatenato tutta la potenza letale della sua forza militare sulla popolazione palestinese. In molti ambiti della società israeliana – politico, economico, accademico o sociale – ci sono state crescenti richieste di “ucciderli tutti”, da molto prima che il movimento di resistenza indigena che dura da settant’anni portasse all’operazione del 7 ottobre 2023.
Tutte noi, persone della diaspora e persone di coscienza, ci siamo date da fare per trovare un modo di portare aiuti a Gaza. Era praticamente impossibile.
Dopo alcuni tentativi falliti, però, mi sono trovata dall’altro lato dell’impossibile, a Gaza – cara Gaza, Palestina – nel febbraio 2024. Con Playgrounds for Palestine abbiamo portato aiuti e abbiamo realizzato progetti locali per i bambini. Poi sono tornata di nuovo un mese dopo.
In Egitto, sono stata testimone di qualcosa che può essere descritto solo come un teatrino degli aiuti, la performance di almeno un’organizzazione che prendeva finanziamenti senza alcun controllo e mandava a Gaza camion di scatole perlopiù vuote.
Quando io stessa sono potuta entrare, nel febbraio 2024 e poi ancora nell’aprile 2024, ho preso con me tutte le borse che riuscivo a trasportare: più di venti nel primo viaggio e quaranta nel secondo.
Era una goccia nel mare della necessità, ma era qualcosa di importante per coloro che la ricevevano. Il prodotto più apprezzato da chi lavorava negli ospedali e dagli amici era il caffè.
Ne avevo portati con me circa nove chili, e questo mi ha reso subito molto popolare. La semplicità dignitosa di una tazza di caffè al mattino era stata negata alla maggior parte delle persone a Gaza.
Sono state derubate di tutto, tutto, tranne della loro dignità, della loro fede e della loro umanità. Mi sono spesso sentita piccola in loro presenza, ripetutamente onorata dall’ospitalità, dalla bontà e dalla generosità di persone che avevano pochissimo da donare, ma lo facevano comunque.
Quando sono ripartita da Gaza la prima volta (e, di nuovo, la seconda), avevo ricevuto abbastanza regali da riempire una piccola borsa: portachiavi fatti a mano, un berretto lavorato a maglia, un braccialetto di perline, una stoffa ricamata, disegni.
Ovviamente, mentre ero lì, ho raccolto tutte le storie che ho potuto. La maggior parte proveniva da donne che erano in convalescenza all’ospedale.
Spesso le loro storie contenevano informazioni che avevano appreso solo in un secondo momento, e le raccontavano con distacco fino a quando chiedevo loro di approfondire. Che suono ha fatto? Che odore aveva? Che sensazione ti ha dato? Qual è stato il tuo primo pensiero?
Mi lasciavano domandare ed erano generose nelle loro risposte. Ed era in quel momento che le lacrime scendevano e tutte le donne presenti offrivano il loro sostegno e il loro affetto.
Mi hanno detto tutte che quelle serate insieme erano la prima volta in cui ognuna di loro aveva esplorato i dettagli sensoriali del proprio trauma, per non parlare dell’esprimerli a voce.
Quello che doveva essere un momento di raccolta di testimonianze è diventato una specie di terapia indigena – questo mondo di donne palestinesi che si raccontavano l’una all’altra i momenti più cupi e spaventosi in mezzo al genocidio in corso.
Questo è il modo in cui le nostre antenate curavano le loro ferite, in uno spazio di sicurezza emotiva creato da altre donne che accoglievano le loro parole con tenerezza e le cullavano nella comprensione, che offrivano conforto e affetto l’una all’altra.
Alla fine, ho trovato un altro modo per rendermi utile.
Anche se in quel primo viaggio ero perlopiù confinata in una struttura medica, sono riuscita a muovermi da sola in alcune occasioni. Le mie care amiche Magida Saqqa e Maha el-Ra’ee mi hanno chiesto se volevo tenere un workshop di scrittura per alcuni giovani della Culture and Free Thought Association (cfta, ‘Associazione per la cultura e il libero pensiero’).
È stato facile accettare e ci siamo organizzate per tenere due incontri prima che dovessi ripartire la prima volta. Durante il mio secondo viaggio, meno di un mese dopo, ero però abbastanza libera di muovermi e ho reso il workshop una priorità.
Magida e tutta la sua famiglia erano stati sfollati dalla loro grande dimora storica a Khan Yunis, e Maha el-Ra’ee e la sua famiglia li avevano accolti nella propria a Rafah.
Ho avuto il privilegio di stare con loro un paio di notti, dormivamo tutti in file sul pavimento.
Hanno condiviso il loro cibo con me e una volta hanno anche insistito perché accettassi l’acqua per un bagno, che avevano riscaldato per me in un focolare all’aperto.
È stata una lezione di umiltà essere in loro presenza ed essere circondata dalla generosità così grande di persone a cui era rimasto pochissimo al mondo. Una tale apertura, condivisione e la sensazione immediata di sentirsi in famiglia erano emblematiche del carattere della società palestinese a Gaza mentre era in corso un vero e proprio genocidio.
Israele, alla fine, ha bombardato la casa di Maha, riducendo in macerie quella dimora piena di affetto, e tutte le persone hanno dovuto cercare rifugio altrove. Fortunatamente sono sopravvissute.
Tutte le giovani scrittrici e i giovani scrittori che sono stati inclusi in questa raccolta sono stati sfollati dalle loro case. Tutti hanno perso delle persone care a causa della violenza incessante di Israele. Tutti hanno visto, sentito e fatto esperienza dell’impensabile.
Abbiamo impiegato le prime due ore del nostro primo workshop in esercizi di scrittura.
In apparenza, volevo farmi un’idea dei loro stili di scrittura e della loro sensibilità letteraria. Ma l’obiettivo più importante di quegli esercizi era conoscerci tra di noi e creare un’atmosfera di fiducia.
Non avevo incontrato nessuno di loro prima di quel workshop. La loro età andava dai venti ai trentacinque anni circa. È stato chiaro già da quei primi esercizi di scrittura che alcuni erano dotati di un vero talento e che avrebbero potuto scrivere testi di alto livello.
È in quel momento che mi sono accorta che forse il contributo più importante che potevo dare, in mezzo a questo genocidio, consisteva nel trasmettere tutte le competenze in mio possesso per valorizzare le scrittrici e gli scrittori emergenti.
Ai palestinesi di Gaza dovrebbero essere rese disponibili tutte le piattaforme per raccontare questo momento straordinario nella storia, di cui solo loro possono conoscere davvero i dettagli terribili.
Così è nata l’idea di questa antologia.
I workshop sono stati condotti sulla spiaggia e nel cortile degli uffici della cfta, sotto il ronzio costante dei droni zannana e i rumori frequenti di bombe lontane.
Alcuni tra gli scrittori avevano viaggiato per due ore per arrivare lì, non perché la distanza fosse grande, ma a causa della velocità limitata a cui era possibile spostarsi nella regione densamente popolata di al-Mawasi, a Khan Yunis, dopo che Israele aveva spinto quasi tutta la popolazione del Nord di Gaza in quell’area.
Che gli scrittori viaggiassero su un carretto tirato da un asino, in auto o in bicicletta, la velocità massima che potevano raggiungere era tra i 10 e i 25 chilometri all’ora.
Alla fine degli esercizi di scrittura, ho chiesto a ognuno di loro di scrivere un racconto, una poesia, una canzone, un testo biografico o un altro pezzo, breve o lungo.
Durante l’incontro successivo, uno alla volta, a turno, hanno letto ciò che avevano scritto per poi ricevere i commenti degli altri e il mio. Ogni sessione si svolgeva in questo modo, con discussioni sugli stili di scrittura, sui dispositivi letterari, sulla trama e sui vari elementi di una narrazione efficace.
Alcune delle prime bozze erano scritte come report sulle loro vite, quindi l’aspetto su cui abbiamo lavorato di più è stato rendere la storia “più piccola”, per concentrarsi sui dettagli sensoriali, da cui la più ampia storia del genocidio sarebbe potuta emergere senza che fosse menzionata esplicitamente.
La trasformazione è stata notevole.
Quando hanno iniziato a concentrarsi sui particolari – l’odore del pane che cuoce al mattino, la sensazione della polvere sulla pelle, il silenzio assordante nelle orecchie dopo un’esplosione, la melodia della voce della loro madre che li chiamava a casa – i testi hanno assunto tratti vividi e tangibili. Le narrazioni sono diventate non solo resoconti di eventi ma esperienze immersive, in grado di attirare il lettore nel cuore della loro realtà.
Ho osservato la loro sicurezza crescere a ogni sessione, le loro voci diventare più forti, più chiare, più determinate. C’era un senso di fraternità e rispetto reciproco tra di loro. In molti sono scoppiati a piangere mentre leggevano le proprie stesse parole, a volte ascoltando i dettagli raccontati ad alta voce per la prima volta. Abbiamo pianto con loro.
Questi scrittori non stavano solo affinando il mestiere, ma stavano anche conferendo potere alle loro storie in quanto figli e figlie indigeni della terra al tempo del genocidio coloniale.
Ecco un racconto dall’antologia:
Amr al-Najjar, ventisette anni, è designer d’interni, musicista, cantante e attore teatrale e cinematografico.
Ogni sera, un silenzio teso oppure un frastuono assordante dentro la tua testa: entrambi invadono la tua mente, una mente che non è più capace di pensare, di immaginare, o perfino di accettare qualsiasi cosa.
Il cuore comincia a battere più in fretta; ti assalgono sensazioni di perdita della libertà, perdita della speranza, perdita dell’entusiasmo, perdita della tenerezza, perdita della sicurezza.
Persino entrare nel bagno sgradevole, buio, angusto, dall’odore nauseante e fetido, diventa una fonte di terrore.
C’è qualcosa di pesante che grava sulla mia schiena, non riesco a descrivere il dolore.
Sono smarrito.
Parlo con me stesso, sconvolto dall’intensità delle emozioni e dei pensieri in fiamme dentro di me.
Voglio scrivere di tutto, parlare di tutto, ma non so da dove cominciare. Di che cosa scrivere? Di questa seconda Nakba? O è la terza? Non lo so più.
È davvero possibile che dopo questo genocidio ci sia un futuro? Ci sarà una vita dopo? Esiste una morte più grande della morte che incombe su di noi?
Le cose belle esistevano prima di tutto questo: la nostalgia per la nostra casa costruita da poco, la casa di mio padre, con i suoi splendidi dettagli architettonici che riflettevano la sua attenzione minuziosa per ogni cosa; la voce di mia madre, vicina e lontana allo stesso tempo, presente in ogni angolo della casa; mio padre quando rientrava, con il brulichio fresco di vita che portava con sé; il suono della porta che si apriva, i suoi passi entrando, il rumore delle scarpe sempre lucide sul pavimento pulito; uno dei miei fratelli che tifava per la sua squadra di calcio preferita; mia sorella nella sua stanza, intenta a delineare gli occhi con il kohl per accentuarne l’ampiezza, a stendere creme dai colori terrosi sulla pelle, mentre i raggi del sole che filtravano dagli angoli della casa illuminavano i suoi occhi color miele e facevano fiorire la vita intorno a lei.
I fiori nei vasi e nelle aiuole riempivano la casa del loro profumo.
Le brezze muovevano la mia anima mentre le tende ondeggiavano a ogni lieve soffio d’aria.
Alzavo il volume della radio su Amal Hayatī1 di Umm Kulthum2, e me ne lasciavo rapire, sorseggiando il caffè che impregnava l’aria della casa, facendomi sentire che tutto, nel mondo, era come doveva essere.
Conchiglie e ciottoli decoravano i bordi del giardino. Il vecchio divano di legno all’aperto, che il vento e il sole avevano segnato, restava solido e resistente. Attorno a lui, le palme sussurravano con la loro presenza imponente.
Tutto mi abbracciava, fino a sfinirmi nel ricordo dell’amore.
Sì, la nostra casa era una grande patria, anche se costruita su un appezzamento di appena due dunum, ereditato da mio nonno. Non assomigliava affatto al luogo in cui viviamo ora.
Spesso mi sedevo a contemplarla, chiedendomi: Come può questa “abitazione”, piccolo spazio in un mondo immenso, suscitare sempre un sentimento d’amore grande e continuamente rinnovato? C’era un’armonia bellissima tra le sue pietre, i colori, l’arredamento e il disegno architettonico che parlava al cuore.
Come poteva una casa di recente costruzione accogliere mio zio, tornato dopo quarantacinque anni di esilio, e diventare il suo ultimo approdo in questa vita? Mio zio non volle mai lasciare la casa né il suo cortile: vi aveva trovato tutto ciò che desiderava.
Sono sempre stato orgoglioso della nostra casa, capace di contenere il mondo e la sua gente.
Ha ospitato le nostre ricorrenze familiari, le nostre storie, le feste di fidanzamento dei cugini, l’accoglienza per chi tornava dall’estero e l’addio a chi partiva, i banchetti con parenti e amici, le discussioni accese e le polemiche sterili, le serate di intimità e allegria.
Ah, che dolore dell’anima! Non riesco a continuare a scrivere, anche se la mia mente è affollata di pensieri e ricordi. Mi sento disperso, frantumato, fragile.
Davanti ai miei occhi passano lampi dei miei ricordi di quando andavamo a trovare le zie paterne, per “tenere vivi i legami di sangue”, aggiungendo un calore ulteriore alle nostre vite. Quelle visite si sono interrotte per sempre.
Le sorelle di mio padre, alcuni dei loro figli e nipoti sono scomparsi in un istante sotto le macerie. Non eravamo lì ad abbracciarli nei loro ultimi momenti.
Chissà a che cosa pensavano.
Sentivano la morte avvicinarsi? Avevano paura? Sono morti tutti insieme? Qualcuno ha forse alzato la mano per chiedere aiuto, senza che nessuno rispondesse?
Il marito di mia zia, uomo allegro e solare, e le sue due figlie, Salma e Laila, sono stati schiacciati dal crollo di un palazzo di nove piani.
Le loro anime sono salite ad abbracciare gli angeli. Ma come hanno sopportato una morte simile? Sono certo che non siano morti all’istante.
Hanno visto la morte fissarli negli occhi? L’hanno sentita mentre li afferrava?
Avevano sempre un profumo buonissimo: si sarà trasformato quando si è mescolato alla sabbia, alla polvere da sparo, al sangue? Sarà diventato più puro con il loro martirio? Oppure sarà necessario indossare una maschera per difendersi dall’odore della decomposizione dei loro corpi?
Come saranno quando i vermi li attraverseranno?
Salma e Laila aspettavano un filo, un appiglio da afferrare per essere estratte da sotto le macerie. Non avevano conosciuto altro che l’arte e la musica.
Le loro dita erano amiche delle note e dei colori; attraverso di esse inviavano messaggi d’amore a chiunque le avesse incontrate.
Le immagino piangere, chiamare la madre, o chiunque potesse alleviare il loro terrore.
Vorrei piangere, ma non c’è tempo per piangere.
Ricordo il giardino di casa nostra, un tempo colmo delle risate e delle battute dei miei cugini. Se ne sono andati. Perché sono andati via, lasciandomi solo ad affrontare questo silenzio immenso?
Penso ai miei amici che si vantavano dei loro successi, i loro sogni sfioravano il cielo. Amavano riunirsi nel nostro giardino, che era diventato uno spazio aperto per la loro musica, le loro canzoni, le loro grandi domande esistenziali. Ricordo uno di loro dire a un altro: «Immagina se morissimo da martiri!».
E l’altro rispondere: «Che bellezza il martirio! Ma, per Dio, non ancora! Prima realizziamo i nostri sogni, costruiamo questa terra per cui abbiamo faticato, e poi, se è scritto per noi, ben venga il martirio». E poi aggiungeva: «Non abbiamo paura, solo… non adesso!».
Ma sono morti impauriti, tremando. Non dimenticherò mai l’ultima conversazione con loro. Sentivo il brivido delle loro dita mentre mi scrivevano sul telefono.
Mi sembrava quasi di avvertire i battiti dei loro cuori in ansia, di percepire il freddo dei loro corpi scossi. Sono andati via senza un mio ultimo sguardo, senza un abbraccio che potesse strappare via almeno una parte della paura che avevano dentro.
Hanno portato con loro il mio cuore. Ci eravamo promessi di restare insieme, di superare tutto questo fianco a fianco. Me lo avevano promesso, e io avevo creduto loro.
Mentre scrivo, la luna è emersa tra le nuvole, spargendo il suo splendore dalla finestra. I miei occhi si sono illuminati. Com’è bella! Nel buio della notte, la luna ha illuminato il mio cuore nonostante il dolore profondo. Com’è possibile che qualcosa di così piccolo e lontano, effimero come un incantesimo o un’illusione, riesca a rischiarare giorni colmi di oscurità?
La situazione è relativamente calma. La gente dorme. L’aria è fredda. E la mente non trova pace. Sento una voce non lontana: è il nostro vicino Abu Yasser. Ascolta la radio e parla tra sé: «Pare ci sia una tregua! Sì! Forse potremo respirare un po’».
Un brivido di attesa mi attraversa. Mi raddrizzo, prendendo in prestito la sua gioia.
All’improvviso, il suono della radio si interrompe, e anche la voce di Abu Yasser. Dopo qualche istante lo sento borbottare: «Accidenti! Si è scaricata la batteria». Spegne tutto e va a dormire, brontolando, maledicendo il mondo.
Mi addormento tardi, preceduto da una lacrima sul cuscino, e mi sveglio presto.
Per me il caffè è lo stimolante più forte: il suo profumo mi mette in movimento. Mio padre lo prepara con cura e impazienza, nonostante il suo prezzo sia diventato altissimo e fuori dalla portata di chiunque.
Lui vive una grande storia d’amore con il suo caffè, e non può tradirla. E io non riesco a ignorare il suo richiamo ogni mattina, qualunque sia il costo.
Mio padre prepara il caffè canticchiando Fairuz3: «Ritorneremo, o amore, ritorneremo, o fiore dei poveri, ritorneremo, o amore…». La sua voce tradisce la nostalgia di tornare a casa. Mi riporta ai giorni di un tempo, prima di tutto questo. Tornerà mai mio padre alla sua casa, alla sua essenza?
Ci ritroveremo mai attorno a un’unica tavola, scambiandoci storie e notizie con una cena leggera preparata da lui, intrisa del suo tocco gentile?
Mi alzo cedendo al richiamo del caffè, con energia.
Vedo mio padre sorridere mentre mi porge la tazza, e il suo aroma mi avvolge come un abbraccio.
I rumori delle auto e dei mezzi di trasporto rompono il silenzio del mattino, mescolandosi ai richiami dei venditori d’acqua potabile, alle imprecazioni urlate per strada, e dentro i cuori, e alle grida dei bambini che non sanno su quale terra vivranno o moriranno.
Eppure costruiscono aquiloni con entusiasmo, forse questo li distrae un po’ da ciò che li circonda.
Che distanza immensa tra la quiete del caffè e il frastuono della strada.
Mi preparo ad affrontare un nuovo giorno, nuove battaglie con me stesso, con la gente, con le strade, con il sole rovente, per ottenere farina, acqua potabile, cibo.
Esco dalla mia tenda indossando questi vestiti maledetti, che ogni giorno mi ricordano questa Nakba.
Cammino con passi pesanti e tristi tra la gente, la polvere delle auto e il sole implacabile, chiedendomi: Come può la terra reggere tutto questo dolore? Tutta questa oppressione e questa tristezza schiacciante? Tutto questo peso maledetto?
Dov’è la strada? Sono perduto.
Note
1. ‘Speranza della mia vita’ in arabo.
2. Leggendaria cantante egiziana e una delle voci più influenti del mondo arabo nel ventesimo secolo.
3. Cantante libanese divenuta simbolo culturale del Levante. In Medio Oriente è spesso chiamata “l’ambasciatrice presso le stelle”, per la dimensione quasi sacrale e universale della sua voce.
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