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Appunti - di Stefano Feltri · Aug 19, 2026

Best of Appunti - Chiudere le frontiere è un suicidio demografico

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Manlio Graziano · Appunti - di Stefano Feltri

Se qualcuno avesse ancora bisogno di un esempio per dimostrare come, in gran parte del mondo (e non solo in Europa, si badi bene), la priorità delle classi politiche non sia la difesa degli interessi del proprio paese e dei propri cittadini, bensì la ricerca delle manovre più efficaci per raccogliere voti, la gestione della questione migratoria costituisce probabilmente l’esempio più eloquente

Manlio Graziano

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A pensare male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre. Rendiamo omaggio a Giulio Andreotti per questo aforisma, uno dei suoi lasciti più brillanti e indovinati. Anch’io ho commesso questo peccato qualche giorno fa, quando, intervistato da France 24, ho affermato che la reazione più probabile dell’Unione europea (UE) alla crisi di Ceuta sarebbe stata un inasprimento delle misure contro il popolo dei migranti.

È facile cadere nel peccato quando la tentazione è forte. E se il diavolo tentatore è l’UE, e l’argomento è l’immigrazione, quasi impossibile non azzeccarci. Il mio merito personale, dunque, è veramente minimo.

L’incontro virtuale tra i ministri dell’Interno dell’UE del 4 agosto si è concluso, come volevasi dimostrare, con una serie di decisioni che vanno proprio in quella direzione: controlli più severi alle frontiere esterne, rimpatri più rapidi e adozione di strumenti di allerta precoce per monitorare gli arrivi.

Anche il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, archiviata l’impennata d’orgoglio patriottico delle prime ore della crisi, ha affermato che, in quanto UE, «dobbiamo impegnarci per rafforzare ulteriormente i nostri confini nei punti critici».

Durante il meeting, a parte una frasetta di «condoglianze per la tragica perdita di vite», non vi sono stati molti altri accenni all’immane tragedia umana che ha accompagnato l’esodo biblico di decine di migliaia di persone – quasi tutte marocchine – verso l’enclave spagnola di Ceuta, sulle coste africane di fronte a Gibilterra.

Agli occhi dei ministri riuniti in teleconferenza erano in gioco questioni molto più importanti di un centinaio di persone annegate in seguito a questa operazione.

E soprattutto – non sia mai! – non vi sono stati riferimenti alla possibilità che si sia trattato, precisamente, di un’operazione orchestrata da qualcuno, con il preciso intento politico di attaccare la Spagna, indebolire l’UE e ravvivare le fiamme della xenofobia servendosi cinicamente della vita e delle speranze di decine di migliaia di persone.

Anche se, al di fuori dell’ovattata omertà dell’UE, molti tra coloro che hanno esaminato da vicino gli eventi di Ceuta affermano che un simile esodo non avrebbe potuto aver luogo senza – almenola distrazione delle guardie di frontiera marocchine.

Secondo Riccardo Fabiani, direttore del North Africa Project all’International Crisis Group, è impossibile dimostrare un qualche coinvolgimento di Rabat; ma non è impossibile «immaginare che il Marocco possa aver fatto qualcosa per guadagnare dei punti agli occhi dei propri alleati», cioè Washington e Tel Aviv.

Alcuni si sono spinti addirittura a vederci lo zampino proprio di Stati Uniti e Israele, entrambi desiderosi di punire il governo Sánchez per le sue posizioni su Iran e Gaza.

Un rapporto presentato il 30 aprile scorso al Congresso americano sembrava quasi solidarizzare con il rifiuto di Rabat di riconoscere Ceuta come territorio spagnolo, descrivendola come «amministrata dalla Spagna» anziché appartenente alla Spagna, come in tutta la storia diplomatica precedente degli Stati Uniti.

Poche settimane prima, un ex alto funzionario del Dipartimento alla Difesa, Michael Rubin, aveva addirittura scritto un articolo in cui si auspicava che il Marocco «lanciasse una nuova “Marcia Verde” contro Ceuta e Melilla», in riferimento all’incursione di circa 350.000 marocchini nel Sahara Occidentale del 1975, coordinata dal governo.

Come che sia, l’amministrazione Trump e quella di Netanyahu non hanno perso tempo a dar sfogo a tutto il loro risentimento anti-Sánchez: i primi mettendo il carico da undici contro le politiche migratorie dei «radical left-wing globalist»; i secondi, invitando il governo spagnolo ad aprire le porte del paese agli abitanti di Gaza.

Questa rincorsa circolare ad accusare gli altri di ipocrisia merita una breve parentesi.

La Spagna rivendica la sovranità su Gibilterra, ma considera Ceuta e Melilla come proprio territorio nazionale; il Marocco rivendica le due enclave spagnole, pur occupando il Sahara Occidentale, la cui indipendenza è sostenuta dall’Algeria; Algeri a sua volta si tiene ben stretto l’irrequieto sud tuareg del paese, contestando perfino al Mali il controllo della regione settentrionale – tuareg – dell’Azawad; e Bamako, per finire il giro, dall’aprile scorso riconosce la sovranità marocchina sul Sahara occidentale.

Di ipocrisia in ipocrisia, il giro del mondo è presto fatto.

Chiusa la parentesi, torniamo all’Unione europea.

Non solo il consiglio dei ministri degli Interni ha scrupolosamente evitato qualunque accenno a possibili responsabilità di Rabat nella crisi di Ceuta, ma la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha addirittura prospettato un’intensificazione della cooperazione con il Marocco – «partner strategico importante, in particolare nei nostri sforzi per combattere il traffico di migranti e l’immigrazione clandestina» – incrementando «il nostro sostegno tecnico e finanziario» al paese.

Insomma, quale che sia stato il suo ruolo in questa crisi, Rabat ha incassato la gratitudine di Washington e Tel Aviv, e anche, il che non guasta, un po’ di soldi in più da Bruxelles.

L’esito dell’incontro virtuale del 4 agosto ha portato quasi tutti i commentatori a spendere una nota di sollievo sulla ritrovata unità europea.

Al di là del patetico strascico della lite da ballatoio tra Italia e Spagna, quell’esito era, come detto sopra, facilmente prevedibile; l’unico possibile dubbio riguardava l’atteggiamento che avrebbe tenuto il ministro dell’Interno di Madrid.

Ma la Spagna si è accodata, nonostante essersi presa la lavata di capo del commissario europeo alle Politiche migratorie, Magnus Brunner, secondo il quale la regolarizzazione straordinaria di mezzo milione di immigrati illegali da parte di Madrid «non manda certamente un buon segnale al resto dell’Europa».

La ritrovata unità europea era facilmente prevedibile per la semplice ragione che le politiche anti-migratorie sono l’unico capitolo su cui tutti i paesi dell’UE sono d’accordo.

Solo due mesi fa, a metà giugno, il Parlamento di Strasburgo ha approvato a larghissima maggioranza (418 a favore, 218 contrari e 30 astensioni) un nuovo quadro normativo che conferisce agli Stati membri maggiori poteri per accelerare il rimpatrio dei migranti privi di documenti e dei richiedenti asilo respinti.

Insomma, se qualcuno avesse ancora bisogno di un esempio per dimostrare come, in gran parte del mondo (e non solo in Europa, si badi bene), la priorità delle classi politiche non sia la difesa degli interessi del proprio paese e dei propri cittadini, bensì la ricerca delle manovre più efficaci per raccogliere voti, la gestione della questione migratoria costituisce probabilmente l’esempio più eloquente.

Dopo la crisi del 2008, gli immigrati sono diventati il facile capro espiatorio per tutti i problemi, e quindi una succosa manna elettorale verso cui si sono gettati, uno dopo l’altro, tutti i partiti in vena di maggioranze.

Hanno cominciato quelli di destra, più equipaggiati ideologicamente, ma gli altri non hanno tardato a seguire.

In Italia è stato un governo di centro-sinistra che ha stretto gli accordi con varie bande armate libiche per «trattenere» in un modo o in un altro gli aspiranti a una vita più decente (o meno indecente).

In Francia, Emmanuel Macron, che si era fatto eleggere nel 2017 su posizioni liberali in merito, è andato via via incattivendosi fino a farsi persino bacchettare dal Consiglio costituzionale che, nel gennaio 2024, ha censurato 35 degli 86 articoli della legge «per controllare l’immigrazione, migliorare l’integrazione».

Oggi, in Europa, il governo che pratica le politiche più restrittive non è di destra, ma di centro-sinistra, e siede a Copenaghen.

La quasi unanimità sulla questione migratoria è dunque il tratto caratterizzante del paesaggio politico internazionale; anche se – lo si constata in continuazione – gli elettori preferiscono quasi sempre rivolgersi all’originale (destra o estrema destra) e diffidano delle imitazioni (sinistra e centro).

Comunque, che siano di destra, di sinistra o di centro, i partiti che si mostrano incapaci di trovare una via di scampo ai possibili flagelli nucleare, climatico, sanitario o di un’intelligenza artificiale fuori controllo, gettano i loro paesi direttamente nelle fauci del flagello demografico.

Ricordiamo alcuni dati fondamentali. Secondo rilevazioni recenti, l’età mediana in Europa è di 43,1 anni: metà della popolazione ha meno di 43,1 anni e l’altra metà più di 43,1. È il continente più vecchio del mondo, come si può vedere nella tabella riassuntiva che segue:

Nella situazione disastrosa in cui si trova l’Europa, l’Italia è il paese nella situazione più disastrosa, con un’età mediana di 48 anni, il più vecchio al mondo dopo il Giappone, dove l’età mediana è di 50 anni (tralasciando il caso statisticamente insignificante del Principato di Monaco, dove è di 57).

Per quel che riguarda l’avvenire dell’Italia – a parole ciò che dovrebbe stare più a cuore ai suoi cosiddetti patrioti – Lucio Caracciolo ha fatto recentemente due conti sulla base delle ipotesi Eurostat: gli italiani, che oggi sono 58,9 milioni, saranno 44,7 milioni (-24,7 per cento) nel 2100, a patto di lasciar entrare gli immigranti; chiudendo loro le porte («ma come, sparando?»), a fine secolo diventerebbero 26,8 milioni (-54,5 per cento). Cioè, aggiungiamo, quanti erano nel 1861 (26.287.000, per la precisione).

La «grande sostituzione» tanto paventata dai sedicenti patrioti non avrà dunque luogo, semplicemente perché non ci sarà praticamente più nessuno da sostituire.

«In un Paese normale – commenta Caracciolo – questa realtà e i suoi sviluppi sarebbero l’alfa e l’omega del dibattito pubblico. Il fatto che non lo siano certifica la morte cerebrale della nostra politica».

Non è sempre vero che il mal comune sia garanzia di almeno mezzo gaudio; e questo è uno di quei casi. L’assenza di dibattito pubblico sulla necessità impellente di far entrare al più presto centinaia di migliaia di immigrati certifica la morte cerebrale della politica di moltissimi Paesi.

Compreso perfino il Giappone, dove gli immigrati – quasi tutti dall’Asia orientale – sono il 3,3 per cento della popolazione, come dire: invisibili; il che non ha impedito alla prima ministra Sanae Takaichi, di fare campagna contro l’immigrazione, né a un partito populista xenofobo, il Sanseitō, di ottenere il 7,4 per cento dei voti alle elezioni di febbraio e conquistare 15 seggi in parlamento.

A titolo di confronto, e prendendo in considerazione i paesi medi e grandi, in Svizzera i residenti (legali) nati all’estero erano, nel 2024 secondo dati ONU, il 27,5 per cento della popolazione, in Germania il 21,3 per cento, in Francia il 18,8 per cento, negli Stati Uniti il 15,3 per cento e in Italia l’11,1 per cento.

Se si vogliono aggiungere le stime sui i clandestini, negli Stati Uniti questi sarebbero il 22 per cento del totale degli immigrati, ma solo il 7 per cento in Italia, il 4 per cento in Germania e il 3 per cento in Francia.

Dal punto di vista della sostenibilità sociale, l’aspetto cruciale è il dependency ratio, cioè il rapporto tra lavoratori attivi e non attivi. Incrociando i tassi di fertilità (numero medio di figli per donna) e la speranza di vita, si ha la misura della gravità della situazione.

Anche in questo caso, una tabella riassuntiva rende immediatamente visibili le sperequazioni mondiali:

Se si aggiunge il dato sul prodotto pro capite, la sproporzione tra la riva nord e la riva sud del Mediterraneo appare in tutta la sua evidenza: l’Europa è il continente più ricco, in cui si vive più a lungo (Oceania a parte) e si fanno meno figli; l’Africa è il continente più povero, in cui la speranza di vita è la più bassa e dove si fanno più figli.

L’incrocio di questi tre dati ci porta a una conclusione inequivocabile: le masse di persone alla ricerca di una vita più decente (o meno indecente) continueranno a muoversi, spinte esattamente dalle stesse speranze che, tra il 1870 e il 1970, indussero circa 25 milioni di italiani a lasciare il loro Paese per cercare fortuna altrove.

Meglio accogliere

Tra il 2014 e il 6 agosto di quest’anno, 35.328 migranti sono morti o dispersi durante la traversata del Mediterraneo secondo il Missing Migrants Project. Questa lugubre contabilità varia di anno in anno, senza però mostrare segni di un’inversione di tendenza. Finché la speranza di una vita migliore resterà così vicina, i candidati alla migrazione non si faranno fermare da nulla.

Le somme impiegate dall’Unione europea e dai suoi singoli Paesi per fermarli, o tentare di fermarli (stimate in decine di miliardi di euro) sono un costo corrente continuo che non produce alcun ritorno nelle casse pubbliche.

Se quelle stesse somme venissero investite nell’accoglienza, sarebbero ripagate – secondo l’OCSE e il Fondo monetario internazionale – in capo a cinque-sette anni dall’inserimento lavorativo stabile dell’immigrato, grazie al versamento di contributi previdenziali e imposte sul reddito. Passati quei cinque-sette anni, dunque, diventerebbero voci attive del bilancio.

Se questo dovesse succedere – ma possiamo contare sulle nostre classi politiche perché non succeda – si otterrebbero tre risultati estremamente proficui.

Il primo, più importante nell’immediato, è che non ci sarebbero più i morti che contiamo oggi, nel Mediterraneo, a Ceuta o altrove. Il secondo è che le persone immigrate si inserirebbero più facilmente nelle nuove realtà quando fossero circondate di benevolenza anziché di ostilità: crearsi dei nemici senza alcun bisogno è, in politica, uno degli errori più stupidi che si possano fare, un errore da cui, tra l’altro, non si può più tornare indietro.

Il terzo risultato sarebbe proficuo sul medio-lungo termine. L’Europa è il continente in cui il peso fiscale sui lavoratori attivi è più elevato, perché sono loro, in numero sempre più ridotto a causa del calo delle nascite, a dover sostenere una popolazione inattiva che invece è sempre più numerosa.

Secondo dati riportati dall’Economist, nell’Europa occidentale vi erano nel 1960 cinque lavoratori attivi per ogni pensionato; oggi quel rapporto è sceso a 2,5 a 1. Già nel 1990, il demografo francese Jean-Claude Chesnais metteva in guardia circa l’accelerazione di questo squilibrio, osservando che «niente prova che i primi accetteranno di veder diminuire indefinitamente la loro parte in favore dei secondi».

Oggi ci siamo. Il settimanale britannico ci informa che «i costi legati all’invecchiamento inghiottono un quarto del PIL dell’Unione europea», e il loro finanziamento grava sempre più sulle spalle dei lavoratori attivi.

Tra l’altro, l’attuale generazione di anziani non solo vive più a lungo di qualsiasi altra nella storia, ma è anche la più ricca; di conseguenza, l’unico meccanismo realistico di riequilibrio patrimoniale sembra risiedere nelle eredità.

Le successioni sono così diventate operazioni finanziarie di notevole entità e, di conseguenza, di notevole attrattiva.

Va da sé che aspettare – o addirittura sperare – che un parente anziano muoia per poter vivere un po’ meglio non costituisce proprio il ritratto di una società felice e armoniosa.

Non è un fenomeno recente. Quasi vent’anni fa, nel 2008, si calcolò che la spesa sanitaria per gli anziani negli Stati Uniti era aumentata del 50 per cento rispetto a dieci anni prima.

Nel settembre 2009, in un articolo dal titolo provocatorio «The Case for Killing Granny» (Perché uccidere la nonna), la rivista Newsweek metteva in risalto come l’aumento della spesa per gli anziani avesse “coinciso” con l’apertura del dibattito sul diritto all’eutanasia.

Successivamente, e soprattutto negli anni della pandemia, ha preso proporzioni preoccupanti il fenomeno dell’ageism, cioè la combinazione tra atteggiamenti negativi nei confronti della vecchiaia e del processo di invecchiamento e pratiche discriminatorie nei confronti degli anziani.

Durante la pandemia, si sono viste negli Stati Uniti manifestazioni che invocavano il sacrificio dei più deboli, e hanno cominciato a circolare messaggi con l’hashtag #boomerremover.

L’articolo dell’Economist citato più sopra avanzava un suggerimento tanto semplice quanto, stante la situazione politica corrente, chimerico: «La sola soluzione per migliorare il rapporto tra contribuenti e pensionati consiste nell’accogliere più immigrati».

Conclusione logica di una considerazione già espressa in un numero dell’aprile 2025 della stessa rivista: «Gli africani hanno bisogno di lavoro; il resto del mondo ha bisogno di lavoratori. Questa convergenza di interessi rappresenta un’enorme opportunità, a patto che entrambe le parti abbiano il buon senso di coglierla».

Non è detto che il buon senso manchi; ciò che fa difetto è la capacità di usare il buon senso per approfittare di quella opportunità, invece che per vincere le competizioni elettorali.

L’età mediana dei votanti alle ultime presidenziali francesi era di 52 anni, ci dice ancora The Economist; «Non c’è quindi da stupirsi che, in tali condizioni, i politici facciano proprie le priorità degli anziani». Il demografo quarantenne Maxime Sbaihi, dell’Institut Montaigne, condensa il tutto in questa formula lapidaria: «Il futuro della democrazia è sempre più nelle mani di elettori che non hanno futuro».

È il racconto di due città. Una, la Città del sole, preconizzata da The Economist, dove i problemi vengono affrontati con il buon senso; l’altra, la Città dell’ombra, dove la bramosia elettorale non fa che aggravare e incancrenire i problemi.

Solo che, come ai tempi di Tommaso Campanella, la Città del sole non esiste.

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