La legge non è ancora stata approvata, ma la norma ha già prodotto effetti, specie nel “campo largo”. La scelta di neutralizzare i voti delle liste coalizzate peggiori della “miglior perdente” sotto il 3 per cento, invece, vanifica di colpo lo sforzo di raccogliere le firme; le forze politiche esonerate acquistano invece potere contrattuale, divenendo potenziali poli di aggregazione per le altre sigle (verso sinistra Avs, verso il centro Italia viva - Casa riformista)
Gabriele Maestri
“Aggregare, semplificare. Semplificare, aggregare”. Questa rilettura del chiasmo manzoniano del conte zio è una sorta di parola d’ordine che si ripropone ciclicamente da oltre quarant’anni nella politica italiana.
Ha connotato il passaggio del 1993 dal sistema elettorale proporzionale a quello prevalentemente maggioritario; è ricomparsa in modo repentino al primo passaggio della riforma elettorale alla Camera, in una norma che renderebbe inutile presentare più liste che non aspirino a superare il 3 per cento su scala nazionale.
Nel mezzo, vari tentativi semplificatori si sono succeduti nella riscrittura delle norme elettorali, soprattutto di quelle sulla presentazione delle candidature e sull’attribuzione dei seggi.
Ciò dimostra una volta di più che le regole del gioco che trasformano i voti in seggi meritano la massima attenzione: sapere come cambiano, con quali parole, chi propone le modifiche e chi le appoggia non è perversione per i dettagli, ma è il miglior modo per capire come funziona il gioco.
E come, se non si riflette a dovere prima di scegliere, si rischia di perdere.
A metà luglio la Camera ha approvato in prima lettura la riforma elettorale proposta dal centrodestra, impostata – nell’ultima versione – su base proporzionale con premio di maggioranza eventuale per la lista o la coalizione che superi il 42 per cento.
Durante la discussione in aula, in molti si sono concentrati sulla battaglia per reintrodurre le preferenze, con l’emendamento di Fratelli d’Italia, Noi moderati e Udc – che avrebbe permesso di indicare fino a tre candidati, mantenendo “bloccato” il capolista – respinto il 14 luglio per un solo voto (anzi, due, visto che in caso di pareggio la proposta di modifica non sarebbe comunque stata approvata).
Ha ricevuto meno attenzione un altro emendamento di maggioranza, approvato e risultato tra i più votati (230 sì: solo l’introduzione del voto per i “fuori sede” ha avuto più consenso).
Lo hanno proposto due deputati di Forza Italia alla prima legislatura, Paolo Emilio Russo (giornalista parlamentare di lungo corso) e Davide Bellomo (già “fittiano”, eletto nel 2022 con la Lega per Salvini premier).
L’emendamento modifica le regole sulla determinazione dei voti delle coalizioni di liste.
La norma in vigore esclude dal totale dei voti di una coalizione i consensi ottenuti dalle liste che abbiano raccolto meno dell’1 per cento a livello nazionale, con l’eccezione di quelle legate a minoranze linguistiche.
In base al testo approvato dalla Camera il 15 luglio, invece, “non concorrono alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione i voti espressi a favore delle liste collegate che non siano state ammesse alla ripartizione dei seggi […]”: sarebbero ammesse, secondo le disposizioni richiamate, le liste che abbiano superato lo sbarramento nazionale del 3 per cento, la lista che in ogni coalizione – pur non raggiungendo il 3 per cento – sia la migliore tra quelle “sotto soglia” (purché la coalizione superi il 10 per cento) e le liste che rappresentino minoranze linguistiche riconosciute, presentate solo in una regione a Statuto speciale che in quel territorio abbiano raggiunto il 20 per cento.
“Lo scopo – ha detto in aula Russo – è di ridurre la frammentazione del sistema politico e, quindi, di evitare il proliferare di piccole liste che, come abbiamo visto, sono fonte di instabilità”.
Di fatto, impegnarsi per promuovere liste potenzialmente “minori” non converrebbe quasi più, a causa del cocktail normativo di tre ingredienti: le regole sulla presentazione delle liste, la soglia di sbarramento e, appunto, la “soglia di utilità”.
Per presentare una lista servono ancora in ogni collegio plurinominale dalle 1.500 alle 2.000 firme di elettori residenti in quel territorio: un totale di almeno 73.500 sottoscrizioni da raccogliere alla Camera (nei 49 collegi già previsti) e di almeno 39.000 al Senato (nei 26 collegi già previsti).
Il numero potrebbe ridursi se, come da più parti si è immaginato, si votasse prima della fine di maggio, facendo scattare la riduzione della metà in caso di scioglimento anticipato delle Camere di oltre 120 giorni rispetto alla scadenza naturale.
Resterebbe sempre un numero rilevante di sottoscrizioni, da raccogliere solo in modo tradizionale, con moduli da firmare e riempire con le generalità e gli estremi dei documenti d’identità davanti a un autenticatore: gli emendamenti – presentati soprattutto da Riccardo Magi di +Europa – per introdurre la raccolta firme in forma digitale, infatti, sono stati respinti, ufficialmente per la paura che si apra la strada a liste promosse da influencer (o da presentatori di simboli improbabili al Viminale), alterando la democraticità del confronto elettorale.
La riforma in discussione, poi, non consentirebbe più di presentare liste su una porzione di territorio ridotta, limitando gli sforzi per raccogliere le firme (e magari creando le basi per consentire a partiti nuovi – come Futuro nazionale in questa legislatura – di formare componenti parlamentari e godere dei rispettivi benefici grazie ad accordi tecnici con micropartiti noti solo ai malati di politica, ma che avevano corso alle ultime elezioni).
Oggi, infatti, si chiede solo di presentare liste in due terzi dei collegi uninominali della circoscrizione in cui si concorre (ma può bastarne anche una sola); il testo della maggioranza, invece, chiede che ciascuna lista – si suppone a pena di esclusione – presenti “candidature in almeno un terzo delle circoscrizioni” previste dalla legge (si fa eccezione solo per le liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute).
Il problema non tocca i partiti esonerati per legge dalla raccolta: la presenza parlamentare post-elezioni fa ritenere provata la loro consistenza.
Il beneficio ora spetta alle forze politiche costituite in gruppo in entrambe le Camere all’inizio della legislatura in corso al tempo in cui è indetto il voto: solo Fratelli d’Italia, Lega per Salvini premier, Forza Italia, Partito democratico e MoVimento 5 Stelle rispettano in pieno la condizione (a Montecitorio, peraltro, il requisito numerico per creare gruppi è stato adattato dopo la riduzione dei deputati, ma vale solo dalla prossima legislatura).
La commissione Affari costituzionali ha approvato un emendamento di Azione, riformulato dal governo, che per l’esenzione richiede un solo gruppo sorto all’inizio della legislatura: ciò esonererebbe Alleanza Verdi e Sinistra, Italia viva, Azione e Noi moderati (che dispone di due gruppi, nati pure grazie a parlamentari “prestati” da altri partiti, ma alla Camera prima aveva una componente).
Hanno protestato soprattutto i partiti che hanno formato solo una componente del gruppo misto: Futuro nazionale con Roberto Vannacci, che si crede danneggiato dalla norma transitoria per cui il gruppo deve esistere al 31 dicembre 2025 (ma non avrebbe avuto comunque l’esenzione, come forza politica nata durante la legislatura), e +Europa, che nel 2022 aveva sfiorato gli 800.000 voti (più del triplo di quelli di Noi moderati), eleggendo però pochissimi deputati solo nei collegi uninominali vinti dal centrosinistra.
Nel 2022, in effetti, la disciplina transitoria era più mite (bastava un gruppo, non per forza nato all’inizio della legislatura, o avere preso almeno l’1 per cento entro una coalizione): ciò aveva facilitato la presentazione di liste, incentivando però la frammentazione.
I partiti esonerati dalla raccolta delle firme, quindi, partono avvantaggiati, ma hanno comunque l’onere di scegliere bene le candidature e di impegnarsi nella campagna elettorale: è stata conservata, infatti, la soglia di sbarramento del 3 per cento a livello nazionale, che ha lasciato senza eletti liste con voti pari all’11,23 per cento nel 2022 e al 9,47 per cento nel 2018.
La soglia è meno selettiva rispetto a quella del 5 per cento del sistema tedesco (che però salva i partiti che conquistino almeno tre collegi uninominali) o a quella del 4 per cento prevista per la Camera dalla “legge Mattarella” per la quota proporzionale e dalla “legge Calderoli” per le liste non coalizzate; è invece più restrittiva di quella prevista dallo stesso Porcellum sempre alla Camera per le liste coalizzate, ribassata al 2 per cento.
Di quel sistema elettorale, peraltro, la riforma in discussione ha accolto il “ripescaggio”, per ogni coalizione che abbia superato il 10 per cento, della miglior lista tra quelle al di sotto della soglia: all’origine di quella scelta, oggi come allora, probabilmente c’è la necessità di rappresentare pure le forze politiche minori, venendo meno la possibilità offerta dai collegi uninominali e non potendo pensare che i partiti maggiori ospitino tutte le loro candidature.
Al tempo del Porcellum si parlò di “partitinocrazia”: entro compagini ampie ed eterogenee ottennero seggi anche liste ben al di sotto dell’1 per cento (Democrazia cristiana - Nuovo Psi con lo 0,75 per cento nel 2006, Centro democratico con lo 0,49 per cento nel 2013).
Le norme all’esame del Senato non annullano quel rischio (se la “miglior perdente” della coalizione raccoglie lo 0,9 per cento, ottiene comunque seggi), ma aver alzato la soglia al 3 per cento sconsiglierebbe le coalizioni dal promuovere più liste che rischino di attestarsi intorno al 2 per cento o poco più.
Lo sbarramento in vigore nelle ultime cinque elezioni politiche, in effetti, infiacchiva le intenzioni dei piccoli o piccolissimi partiti, che rischiavano di sforzarsi per raccogliere le firme e pagare la campagna elettorale senza ricevere abbastanza voti per eleggere parlamentari; i partiti maggiori, però, avevano comunque interesse a favorire la nascita di altre liste all’interno delle rispettive coalizioni (magari aiutandole nella raccolta firme).
Le compagini ampie ed eterogenee del 2006 e del 2013 ai tempi del Porcellum, infatti, nacquero anche perché tutte le liste, a prescindere dal risultato, erano utili per conquistare il premio di maggioranza, assegnato alla lista o coalizione più votata; nelle coalizioni perdenti, poi, i voti delle liste escluse dal riparto dei seggi concorrevano al totale della compagine, in base al quale si attribuivano i seggi da distribuire.
Le liste coalizzate ammesse al riparto ottenevano quindi più seggi di quelli che avrebbero vinto da sole, grazie ai voti delle liste “sotto soglia”.
Dopo la sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale che colpì il premio di maggioranza del Porcellum (ritenuto distorsivo per la mancanza di una soglia minima), nell’Italicum renziano l’impossibilità di coalizzarsi cancellò il problema dei voti delle liste minori sfruttati da quelle maggiori per il premio o per i seggi.
Quando la Camera aveva discusso la prima versione della riforma (con premio alla lista o alla coalizione più votata), però, era vivo il ricordo delle elezioni del 2013.
Delle 9 liste del centrodestra alla Camera, ben 6 – La Destra, Grande Sud-Mpa, Moderati in rivoluzione, Partito pensionati, Intesa popolare, Liberi da Equitalia (divenuta, dopo la ricusazione del primo simbolo, Liberi per una Italia Equa) – erano sotto l’1 per cento, anche perché presenti solo in parte del territorio nazionale: insieme avevano però accumulato l’1,58 per cento e avrebbero potuto essere determinanti, visto che il premio venne assegnato al centrosinistra per uno scarto dello 0,37 per cento.
Nel testo base, dunque, si era introdotta una norma per cui avrebbero concorso al risultato della coalizione solo i voti delle liste “presentate almeno in un quarto del totale dei collegi plurinominali”.
Quel tetto, però, fu reso meno stringente grazie a un emendamento – presentato dal deputato Massimo Parisi, allora forzista, poi “verdiniano” – che incluse nel risultato utile per le coalizioni anche quello delle liste presentate in meno di un quarto dei collegi, purché avessero superato il 4,5 per cento a livello nazionale.
Ciò non avrebbe penalizzato la Lega Nord se avesse deciso di non presentarsi al Centro-Sud, ma soprattutto avrebbe permesso alle coalizioni di promuovere utilmente liste “rastrellavoti”, purché fossero presenti in almeno un quarto dei collegi; mancarono invece 30 voti per approvare a scrutinio segreto un altro emendamento, presentato da Scelta civica, volto a “sterilizzare” del tutto i voti delle liste sotto l’1 per cento.
Dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale Renzi-Boschi e la nuova sentenza n. 35/2017 della Corte costituzionale in materia elettorale, mutarono di nuovo le regole del gioco: il sistema ora in vigore (il Rosatellum-bis) ha fatto di nuovo convivere collegi uninominali e competizione tra liste.
Pur in assenza del premio, le liste maggiori indirettamente hanno continuato a godere dei risultati di quelle sotto il 3 per cento: i loro voti sono comunque andati alla coalizione, tramutati in seggi da distribuire e a volte il loro peso è stato rilevante (+Europa ha raccolto il 2,56 per cento nel 2018 e addirittura il 2,83 per cento nel 2022).
Nel frattempo però è stata introdotta la “soglia di utilità” il cui inserimento era fallito nel 2014: i voti delle liste sotto l’1 per cento non potevano andare a favore della coalizione, avvantaggiando solo il rispettivo candidato nel collegio uninominale.
In questo contesto si inserisce l’emendamento a prima firma di Paolo Emilio Russo: la sua approvazione di fatto fa coincidere la “soglia di utilità” con quella di sbarramento, rendendo i voti delle liste “sotto soglia” (tranne quelli dati alla lista più votata sotto il 3 per cento di ogni coalizione che abbia raggiunto almeno il 10 per cento) inutili sia per raggiungere il premio, sia per far scattare seggi a beneficio delle liste maggiori della compagine.
La legge non è ancora stata approvata, ma la norma ha già prodotto effetti, specie nel “campo largo”.
La revisione dell’esonero dalla raccolta delle firme non aveva rasserenato +Europa, il Psi, Più Uno di Ernesto Maria Ruffini, Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato e ogni altra formazione che potrebbe intercettare voti “centristi” o “riformisti” (Azione, forte dell’esenzione ricevuta a sua volta, è impegnata a costruire un proprio schieramento in quell’area), ma anche la sinistra più marcata (a partire da Rifondazione comunista) interessata a non far vincere il centrodestra; alcuni partiti, però, avrebbero raccolto comunque le firme, sperando di arrivare all’1 per cento per portare acqua alla coalizione e magari far scattare il premio.
La scelta di neutralizzare i voti delle liste coalizzate peggiori della “miglior perdente” sotto il 3 per cento, invece, vanifica di colpo lo sforzo di raccogliere le firme; le forze politiche esonerate acquistano invece potere contrattuale, divenendo potenziali poli di aggregazione per le altre sigle (verso sinistra Avs, verso il centro Italia viva - Casa riformista).
La speranza per il centrosinistra è che almeno una delle due liste “aggregatrici” superi il 3 per cento, rendendo così utili i voti dell’altra; un obiettivo possibile, ma solo superando, oltre ai problemi di convivenza nella coalizione e nella lista, anche quelli di riconoscibilità, legati all’invisibilità del simbolo del singolo partito o alla nascita di contrassegni compositi e affollatissimi, che di solito non producono buoni esiti.
Ne sa qualcosa Noi moderati, che nel 2022 aveva riunito nel proprio fregio elettorale quattro emblemi diversi (incluso lo scudo crociato apportato dall’Udc), ma si era fermato allo 0,9 per cento; quella federazione elettorale, scomposta ed evolutasi nel partito guidato da Maurizio Lupi, ora può contare sull’esenzione dalla raccolta firme ed è pronta a svolgere il ruolo di “quarta gamba” del centrodestra, in cui far convogliare tutte le sensibilità moderate della coalizione.
Russo ha respinto le accuse di incostituzionalità della norma appena introdotta, tacciata di creare voti di serie A e di serie B: il suo emendamento, per lui, si limita ad alzare la “soglia di utilità” dall’1 per cento al 3 per cento (o alla quota della “miglior perdente” della coalizione), quindi il meccanismo è lo stesso.
Di più, il deputato forzista sostiene che proprio quel meccanismo era stato “voluto dal comitato dei saggi presieduto da Giorgio Napolitano”; in effetti, l’auspicio pare da attribuire alla commissione per le riforme costituzionali voluta dal governo guidato da Enrico Letta, presieduta dall’allora ministro Gaetano Quagliariello (la relazione finale auspicava uno sbarramento al 5 per cento, sotto il quale i voti non dovevano valere per attribuire il premio, perché “se si governa in forza dei seggi ottenuti, è coerente considerare come voti utili solo quelli che hanno conquistato seggi”).
Al di là di ogni prognosi sulla legittimità costituzionale, la strategia alla base dell’emendamento Russo sembra molto distante da quella che il centrodestra e nello specifico Forza Italia aveva seguito oltre un decennio fa.
Lo mostra proprio l’intervento di Massimo Parisi del 6 marzo 2014 nell’aula di Montecitorio:
“Al momento della presentazione delle liste, siamo tutti potenziali liste civetta perché siamo tutti uguali, l’unica differenza è che alcuni partiti raccolgono le firme altri partiti non raccolgono le firme. […] Non possiamo dire ai cittadini che non votano nulla, perché vi è un altro aspetto che si trascura facendo questi ragionamenti ovvero che i cittadini che andranno a votare con questa legge […] voteranno comunque con un voto solo due cose: la lista e la coalizione che indica ancora un capo della coalizione. Allora, possono votare per una lista che magari prende lo zero virgola, ma vogliono contribuire a scegliere una coalizione e un leader”.
Allora Forza Italia, insieme a gran parte del centrodestra (Fratelli d’Italia, con Ignazio La Russa, si disse favorevole a “tagliare” le liste sotto l’1 per cento), pareva interessata soprattutto ad arrivare al premio, col contributo di ogni lista possibile; ora, che una soglia per far scattare il premio c’è, il centrodestra non rinuncia certo all’idea di vincere, ma è disposto a privarsi delle liste tra l’1 per cento e il 3 per cento, poiché il primo scopo sembra evitare che il “campo largo” arrivi con facilità al 42 per cento.
In attesa di capire dove si collocherà Futuro nazionale, su quali forze conterà il centro a trazione Calenda, sull’effettiva composizione del centrosinistra e su chi lo guiderà.
Gabriele Maestri è giornalista e ricercatore esperto di simboli dei partiti. Cura il sito I simboli della discordia.
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