Se provo a riprendere quel filo, mi accorgo che non è davvero un punto preciso da cui ripartire, ma più una sensazione… più come entrare in una casa che non si apre da tempo. Come quando entri in una stanza e per un attimo non ricordi cosa ci sei venuta a fare. Solo che qui non si tratta di dimenticanza, ma di tutto quello che nel frattempo si è accumulato senza chiedere spazio.
Un tempo che, a riguardarlo adesso, chiamerei semplicemente pieno. Non pieno in senso poetico o romantico, ma pieno davvero, come un tavolo che non si è mai svuotato del tutto: cose appoggiate sopra altre cose, pensieri che si infilano tra una giornata e l’altra senza chiedere permesso, e la sensazione costante che anche quando sei ferma, in realtà stai già passando alla cosa successiva. Non saprei nemmeno raccontarlo con ordine questo periodo, non perché sia stato eccezionale, ma proprio perché è stato continuo, senza stacchi netti, e quando tutto scorre così, diventa difficile capire dove mettere le virgole, figuriamoci i punti.
Mi sono accorta di una cosa abbastanza semplice, detta senza troppi giri: sono stanca. Ma non quella stanchezza che si sistema con una notte in più o con un weekend tranquillo, quella è quasi elegante nella sua semplicità. Questa è diversa, è più sottile e più insistente, è la stanchezza che resta anche quando ti siedi, come se la testa avesse deciso di non spegnersi mai del tutto, nemmeno nei momenti teoricamente vuoti. Anche quando fuori sembra non succedere niente, dentro continua comunque a succedere tutto, come una stanza in cui qualcuno ha lasciato una radio accesa su frequenze diverse che si sovrappongono.
E così, in modo quasi imbarazzante nella sua semplicità, mi sono ritrovata a desiderare una cosa che fino a un po’ di tempo fa avrei probabilmente giudicato poco interessante: delle giornate noiose. Quelle vere, senza trama. Quelle in cui non c’è un’urgenza nascosta dietro l’angolo, nessuna decisione che ti aspetta appena apri gli occhi, nessuna sensazione di dover incastrare pezzi prima che scappino via. Giornate in cui il massimo evento è mettere su il caffè e dimenticarsi per qualche minuto perché lo stavi facendo, senza sentirti in ritardo su nulla.
Per dirla senza troppi abbellimenti, vorrei sentirmi in vacanza. Non nel senso pratico del partire o cambiare posto, quello in realtà lo reggo abbastanza bene, ma nel senso più strano e più raro: la testa in pausa. Svegliarmi e non avere già una lista invisibile che si apre da sola, non sentire quel movimento continuo sotto la superficie delle cose, come se ogni pensiero fosse già collegato al successivo prima ancora di finire il primo. Vorrei uno spazio in cui non sia necessario essere sempre pronta a risolvere, scegliere, capire.
E alla fine credo che sia proprio questo il punto, anche se non suona particolarmente drammatico né particolarmente interessante. Non sto cercando risposte più grandi, non sto cercando svolte, sto cercando distanza. Un po’ più di aria tra una cosa e l’altra, abbastanza da poter stare dentro un pensiero senza doverlo subito chiudere, abbastanza da poter scrivere mentre lo penso senza sentirlo già incompleto. Ultimamente tutto sembra chiedere una forma troppo veloce, come se dovesse diventare chiaro prima ancora di essere vissuto. E io, invece, credo di aver bisogno esattamente del contrario, anche solo per un po’.
A presto,
Antonella
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