Sono giorni che, ben prima che la sveglia suoni alle sette in punto, sono già fuori in giardino. Non perché abbia improvvisamente deciso di diventare una persona mattiniera, ma perché in estate, soprattutto qui in Svezia, bisogna imparare a seguire il ritmo delle giornate. Le ore di luce sono tante, il sole arriva presto e, prima che il caldo renda difficile lavorare, il giardino sembra quasi invitarti a uscire.
La casa è ancora silenziosa. Dentro rimangono le tazze lasciate ad asciugare, qualche libro appoggiato sul tavolo, le piccole cose della vita quotidiana che possono aspettare ancora un po’. Fuori invece il giardino è già sveglio. Mi infilo una felpa perché al mattino l’aria conserva ancora quella freschezza che ricorda che l’estate svedese non è mai completamente prevedibile, prendo i guanti e comincio.
Strappare le erbacce a mano, raccontato così, potrebbe sembrare quasi un gesto tranquillo e rilassante, una di quelle attività lente che invitano alla riflessione. In realtà è anche un lavoro faticoso. Dopo un po’ la schiena inizia a farsi sentire, le ginocchia protestano per il tempo passato accovacciata e le mani, anche attraverso i guanti, si stancano di cercare nella terra le radici più resistenti. Ci sono momenti in cui mi alzo lentamente solo per cambiare posizione, allungare la schiena e ricordarmi che anche il corpo ha bisogno di una pausa.
Poi guardo il pezzo di giardino appena sistemato e penso che forse qualche anno fa non avrei mai immaginato di passare una mattina d’estate a discutere mentalmente con una pianta che sembra non avere nessuna intenzione di lasciare il proprio posto, o almeno di crescere un pò più in là. Eppure c’è qualcosa di profondamente soddisfacente in questo lavoro lento. Non richiede una particolare tecnica, ma richiede attenzione. Bisogna stare vicini alla terra, osservare, scegliere. Non tutto quello che cresce spontaneamente deve essere eliminato. Alcune piante sono semplicemente ospiti indesiderati, altre invece meritano di essere lasciate crescere. Il difficile è capire la differenza.
A volte mi fermo con una piccola piantina tra le dita e mi chiedo: questa la tolgo oppure la lascio? È davvero un’erbaccia oppure semplicemente una pianta che ancora non conosco? Nel dubbio spesso osservo ancora un po’, perché ho imparato che il giardino racconta molte cose a chi ha la pazienza di guardare. Mi capita di trovare lumache nascoste all’ombra delle foglie e di spostarle delicatamente in un altro angolo. Anche loro hanno trovato il loro piccolo rifugio. Poi continuo, seguendo un ordine che probabilmente esiste solo nella mia testa: prima questa zona, poi quella vicino ai cespugli, poi magari quel punto che sembra aspettare da mesi.
Quest’anno sono riuscita finalmente a liberare una parte completamente invasa dalle fragole di bosco. Fragoline piccole, dolci, quasi perfette quando si nascondono tra le foglie e si raccolgono direttamente dalla pianta, magari ancora un po’ calde dal sole. Sembrano così delicate e innocue e invece hanno una capacità incredibile di conquistare spazio. Creano lunghi steli da cui nascono nuove piantine che rimangono collegate alla pianta madre fino a quando trovano il posto giusto dove appoggiarsi e mettere radici. È un sistema meraviglioso se lo guardi con gli occhi di chi osserva la natura, ma diventa decisamente più complicato quando cerchi di mantenere un po’ di ordine tra i cespugli. Anche le piante più belle possono diventare invadenti.
Chiunque abbia un giardino sa quanto velocemente possano crescere le erbacce, ma io non avevo mai visto nulla di simile prima. Non in Italia, almeno. Forse perché questo giardino ha una storia diversa. Prima del nostro arrivo era stato lasciato andare per molto tempo. Non era semplicemente un giardino da curare: era un pezzo di bosco che lentamente aveva iniziato a riprendersi il suo spazio.
Quando siamo arrivati al Little Cottage ho passato estati intere cercando di capire come affrontarlo. Ho vangato, spostato terra, disotterato cercato di salvare alcune piante e di creare un equilibrio tra quello che desideravo io e quello che invece era già presente. Ma il problema dei giardini è che non aspettano. Mentre sistemi una zona, un’altra cambia aspetto. Mentre togli qualcosa da una parte, qualcosa di nuovo compare dall’altra. Per molto tempo ho avuto la sensazione di rincorrere un lavoro senza fine, come se il giardino fosse sempre un passo avanti rispetto a me.
Quest’anno ho deciso di cambiare approccio. Ho scelto di dedicare le mattine al giardino, seguendo anche il tempo e le temperature. Perché anche qui in Svezia arrivano giornate in cui il sole è intenso e stare piegati sulla terra diventa difficile. Ci sono momenti in cui anche solo restare fuori sembra troppo caldo, figuriamoci lavorare, potare, vangare o rastrellare.
Ed è forse una delle stranezze dell’estate svedese: la aspetti per mesi, desideri ogni ora di luce, sogni il momento in cui finalmente potrai vivere fuori, e poi quando arriva devi ricordarti che anche questa stagione ha i suoi ritmi e che bisogna imparare a scegliere il momento giusto.
Il problema è che mi sono accorta di una cosa: sto lavorando tanto per creare un giardino in cui poter stare, ma rischio di non riuscire mai davvero a godermelo.
Da tempo immagino un angolo all’ombra con una sdraio, un piccolo tavolino, magari una tazza appoggiata sopra e un libro lasciato aperto. Un posto dove sedermi senza guardarmi immediatamente intorno pensando a cosa dovrei ancora sistemare. Per ora questo angolo non esiste ancora. La zona che ho pulito è bella, ma non ha abbastanza ombra per fermarmi più di qualche minuto. Nell’altra parte del giardino, quella dove sarebbe più piacevole stare, finisco spesso per osservare il terreno e pensare a quale sarà il prossimo lavoro da fare.
Sto creando un giardino dove vivere, ma passo molto tempo fuori a lavorare. E allora mi sono chiesta: perché? Forse perché faccio fatica ad accettare che alcune cose rimangano imperfette. Forse perché ho sempre associato la cura al miglioramento, al sistemare, al rendere le cose più belle. Ma un giardino, soprattutto un giardino nato da un bosco, insegna qualcosa di diverso: non tutto può essere controllato. Richiede anche il coraggio di lasciare andare. Potrei fare prima. Potrei tagliare tutto, eliminare ogni pianta spontanea e scegliere soltanto quello che voglio io. Sarebbe sicuramente più semplice. Ma non avrei mai scoperto dove crescono i ribes, le piante di nocciole, i lamponi e le amarene. Non avrei imparato a riconoscere quei fiori di cui ancora non conosco il nome, ma che ormai aspetto ogni primavera quando spuntano i primi germogli. Forse questo è stato il regalo del lavoro fatto lentamente: mi ha costretto a guardare. A osservare. A conoscere. Se avessi eliminato tutto velocemente, probabilmente avrei avuto un giardino più ordinato, ma non avrei mai saputo quanta vita fosse già presente. La domanda però rimane: ne vale la pena?
Vorrei un giardino che non fosse una battaglia continua. Vorrei trovare un equilibrio con il sambuco, con le rose selvatiche e con quella strana pianta invasiva contro cui combatto praticamente da quando mi sono trasferita al Little Cottage. Ogni tentativo di eliminarla completamente è stato inutile. Ho capito che forse l’unica soluzione è imparare a contenerla.
È una partita impari. So già che probabilmente non vincerò mai. E forse è proprio questo il punto.
Ho visto qualcosa di simile nel giardino della mia vicina. Per anni aveva avuto un prato perfetto, quasi un campo da golf, dove il tagliaerba robotizzato non lasciava spazio a nessuna piantina che provasse a spuntare. Poi lei si è trasferita. Sono bastate poche settimane perché la natura riprendesse spazio in modo quasi incredibile. Sembrava quasi che il giardino avesse aspettato pazientemente il momento giusto per tornare a respirare. Non era più perfetto. Ma era vivo.
Forse è questo che succede quando un giardino nasce da un bosco. Possono passare anni, forse decenni, ma il bosco tenderà sempre a riprendersi quello che considera suo. E allora torno alla mia domanda: ne vale la pena? Forse sì.
Non voglio un giardino perfetto. Non voglio un prato senza una pianta fuori posto.
Vorrei un giardino che conservi qualcosa del bosco da cui è nato, ma che allo stesso tempo sia un luogo in cui vivere. Un posto dove lavorare, certo, ma anche un posto dove, un giorno, riuscire finalmente a sedermi all’ombra, con una tazza accanto, magari qualche fragolina raccolta con le mie mani e la sensazione di non dover sistemare più nulla, almeno per qualche minuto.
Forse, alla fine, non si tratta di finire un giardino. Forse si tratta di imparare ad abitare anche quello che è ancora in divenire.
A presto,
Antonella
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