Ti sei mai fermata davanti a un cassetto o a una credenza della cucina, sentendo il peso della memoria scivolare tra le mani? Le teglie e i tegami, quei vecchi utensili che hanno visto tante mani preparare pasti e pranzi di famiglia, diventano improvvisamente testimoni di un’assenza.
Ultimamente sto facendo una cernita dei miei utensili da cucina e cambiando la disposizione, ora che ho un po’ più di spazio dove sistemarli. Eppure continuo a chiedermi: ci sarà mai davvero abbastanza spazio per tutto? Credo di no. Non quando ogni oggetto custodisce qualcosa che va oltre la sua funzione.
Aprire, guardare, scegliere cosa tenere e cosa lasciare andare non è un gesto pratico. È qualcosa che ti attraversa. Un movimento lento tra il passato e il presente, mentre cerchi di non perdere l’equilibrio.
Quando ho iniziato da un vecchio cassettone dove conservo le teglie della cucina, sembravano tutte uguali. In realtà sono un insieme di storie diverse: alcune le uso ancora ogni giorno, altre arrivano da prima, da una cucina che non è più la stessa. Poi, una alla volta, hanno cominciato a distinguersi: quelle per le crostate della domenica, le torte di compleanno, i pranzi preparati in fretta tra una cosa e l’altra. Alcune ancora come nuove, altre decisamente più vissute, segnate da anni di utilizzo. Non erano più semplici oggetti.
Fare una cernita è stato più difficile di quanto immaginassi. Mi sono fermata spesso. Ho fatto pause lunghe, a volte senza nemmeno toccare nulla. Mi sedevo sul pavimento, tra mucchi di teglie impilate alla bene e meglio e utensili sparsi, con la schiena appoggiata al cassettone, e restavo lì qualche minuto, cercando di respirare senza pensare troppo ai ricordi legati a quando li avevo acquistati e a quando li avevo usati.
Ho scritto post-it con domande come: “Sei sicura che lo userai ancora?” oppure “Non ne hai altre uguali?”. Piccoli promemoria che ho appiccicato sulle teglie e lasciato lì durante le pause, per ricordarmi che lasciare andare non significa dimenticare. Che non devo tenere tutto. Che posso scegliere. A volte funzionavano. Altre no. E anche questo, ho capito, fa parte del percorso. Mi sono accorta persino di aver imparato a impilare le teglie in modo da occupare meno spazio, pur di tenerne il maggior numero possibile.
Ho fatto anche spazio a oggetti di cui ho scelto di prendermi cura, come nel passaggio di un testimone. C’era la vecchia spianatoia di legno che mia mamma usava per impastare e stendere la pasta. L’ha usata per le tagliatelle della domenica, per i pranzi fatti in fretta, per i ravioli dolci alle castagne. Su un lato ci sono ancora i segni ripetuti della rotella tagliapasta. Non ha alcun valore economico. Eppure non ho mai davvero preso in considerazione l’idea di lasciarla andare. In quel legno c’è il ritmo dei suoi gesti, la memoria delle sue mani, qualcosa che il tempo non riesce a cancellare.
È un po’ come quel piatto scheggiato che continuiamo a tenere in fondo al mobile, anche se non sappiamo più bene dove metterlo. Non serve davvero, ma racconta qualcosa che non vogliamo perdere.
Ci sono momenti in cui tutto questo pesa. Le mani si fermano, gli occhi si riempiono, e non sai se continuare o chiudere tutto e rimandare. E forse la risposta, a volte, è proprio fermarsi. Non c’è fretta. Non c’è un modo giusto.
Mi sto accorgendo che non si tratta solo di riordinare. Si tratta di stare dentro a quello che c’è stato, senza esserne travolti. Di trovare un modo, tutto tuo, per fare spazio senza cancellare.
E mentre sposto, sistemo, decido, mi ricordo che anche il respiro fa parte di questo processo. Non è solo una questione di oggetti, ma di come scegliamo di stare dentro ai ricordi.
Sul blog (clicca qui) trovi storie, riflessioni e piccoli suggerimenti per prenderti cura degli oggetti e degli spazi che raccontano una vita. Qui nella newsletter, invece, condivido pensieri più personali, momenti come questo, ancora un po’ disordinati, mentre li sto vivendo.
A presto,
Antonella
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