In questi giorni mi sento divisa. Da una parte c’è il desiderio di rialzarmi, di rimettere in moto le cose, di tornare a sentire una direzione più chiara, come se esistesse un punto preciso in cui poter dire “adesso sì, adesso riparto”. Dall’altra c’è un bisogno altrettanto forte, forse più onesto, di prendermi cura di ciò che resta così com’è ora, con le energie che ho, senza pretendere altro. Non sempre queste due parti vanno d’accordo, e forse è proprio questo il luogo in cui mi trovo adesso: nel mezzo, senza una scelta netta.
Dopo il Natale, dopo gli impasti, dopo quei gesti che mi hanno riportata lentamente alla presenza, arriva sempre un tempo meno narrabile. Le feste finiscono senza rumore, la casa torna alla sua normalità quieta e i giorni riprendono un ritmo piatto, quasi opaco. Nessun inizio vero, nessuna conclusione netta. Solo la luce che continua a ritirarsi presto, il freddo che resta, e una quotidianità che non chiede di essere raccontata ma vissuta.
È un tempo che spesso non sappiamo come tenere. Eppure è qui che mi trovo.
La casa è ancora in parte da sistemare. Ci sono stanze che respirano meglio e altre che sembrano ferme, sospese, come se stessero aspettando qualcosa che non so ancora nominare. I lavori non sono conclusi, il fare spazio non è finito, e nemmeno io lo sono. Ci sono zone che restano in attesa, fuori e dentro di me, e sto imparando a non viverle come un fallimento. Forse non tutto chiede di essere trasformato subito.
Ci sono momenti in cui sento l’impulso di accelerare, di sistemare, di chiudere capitoli aperti da troppo tempo. Altri in cui capisco che l’unica cosa possibile è abitare ciò che c’è, senza forzarlo. Abitare una casa ancora incompleta, abitare pensieri che non hanno risposte, abitare una stanchezza che non va scacciata ma ascoltata. Prendersi cura, in questo momento, non significa migliorare, ma restare presenti.
La quotidianità ora è fatta di gesti piccoli e ripetuti che non portano risultati evidenti, ma tengono insieme le giornate. Preparare qualcosa di caldo senza particolare entusiasmo, riordinare senza concludere, spostare le cose di poco, quel tanto che basta per sentirle meno addosso. Appoggiare una tazza sul tavolo e lasciarla lì. Aprire una finestra anche se fa freddo, solo per far entrare aria nuova. Sono gesti che non mi fanno sentire “di nuovo in piedi”, ma mi tengono in equilibrio. E forse, per ora, è abbastanza.
Cammino per le stanze senza l’elenco mentale delle cose da fare. Mi fermo più spesso. Osservo. Abitare ciò che resta significa anche questo: non intervenire subito, non correggere, non riempire. Lasciare che lo spazio, e il tempo, facciano una parte del lavoro al posto mio.
Ci sono giorni in cui la lentezza pesa, e altri in cui è un sollievo inatteso. Ho smesso di chiedermi quale delle due sensazioni sia quella giusta. Forse non serve scegliere. Forse possono convivere.
Sto imparando che non tutto deve diventare progetto. Alcune cose possono semplicemente restare così come sono: un angolo spoglio, un’idea non ancora pronta, una stanza che aspetta. Anche dentro di me ci sono spazi simili, e forse è giusto non forzarli. Abitare è diverso dal sistemare. Abitare richiede presenza, non controllo. Richiede ascolto, non decisioni continue.
Non so ancora quando tornerà il momento di spingere, di fare di più, di rimettere mano ai progetti sospesi. So però che questo tempo di mezzo, anche se scomodo, mi sta insegnando una forma diversa di forza. Una forza silenziosa, che non si vede da fuori, ma che tiene.
Io resto qui, divisa ma presente. Tra il desiderio di rialzarmi e la cura silenziosa per ciò che resta. Continuo ad abitare questo spazio giorno dopo giorno, senza grandi svolte e senza promesse, navigando ancora a vista, finché non sarà lui, questo tempo incerto, a dirmi come andare avanti.
Continuo a restare qui, giorno dopo giorno, facendo spazio a questo tempo così com’è, e navigando ancora a vista.
A presto,
Antonella
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