Il Natale è appena passato, e come sempre questo periodo mi porta sentimenti contrastanti. Non l’ho mai amato del tutto, perché c’è sempre qualcosa che stona: la felicità esibita, forzata, lontana dalla spontaneità che amo. Quest’anno però mi sono trovata a forzarmi un po’, a non chiudermi completamente, a dare una parvenza di normalità anche se ridotta e minimal. Volevo che fosse un periodo per stare con la mia famiglia, per far capire loro quanto apprezzo il modo delicato in cui mi stano accanto, più che mai in questo periodo.
Mi sono ritrovata in cucina, tra gli impasti di Mr Petterson, più tempo di quanto fossi stata negli ultimi mesi. In certi momenti mi ricordavo i pomeriggi infiniti passati a impastare da bambina, ai tempi della scuola nel bosco, quando la pasta sotto le mani aveva un ritmo tutto suo e io ero felice solo di seguirlo. Anche se ho iniziato lentamente e un po’ forzandomi, ho provato un sollievo profondo nel riscoprire che i gesti in cucina erano spontanei e automatici. Impastare, rinfrescare il lievito, sistemare ciotole e farine: azioni che sembravano semplici ma che, in realtà, portavano con sé una calma che non sentivo da tempo.
Accendere il bollitore, ascoltare l’acqua che fuma, scegliere una tazza di ceramica grezza e riempirla di tè: ogni gesto mi riportava nel presente, con delicatezza. Anche solo piegare un tovagliolo o sistemare un piatto sul tavolo mi ricordava quanto sia importante creare nuovi ricordi. Perché saranno proprio questi piccoli momenti quotidiani, questi gesti di cura e attenzione, a confortarci nei giorni meno luminosi, a farci sentire a casa, anche quando fuori il mondo sembra correre troppo in fretta.
Mentre il lievito madre cresceva lentamente sul davanzale, osservavo le bolle che si formavano piano piano, e mi sorprendevo di quanto bastasse poco per sentire un senso di sollievo. Ogni gesto, ogni spostamento, ogni impasto diventava un piccolo rituale. E se all’inizio mi ero forzata a partecipare a questo ritmo, ora lo facevo senza pensarci: era automatico, naturale, e mi dava conforto.
I profumi della cucina, il legno della tavola, il calore della tazza tra le mani, il silenzio interrotto solo dal ticchettio dell’orologio o dal fruscio della farina: tutto diventava parte di un ritmo lento che non mi sentivo di forzare, che potevo semplicemente seguire. Ho riscoperto che la lentezza non è perdita di tempo, ma un modo per restare presenti, per costruire attimi che diventano rifugio nei giorni meno luminosi.
Non tutto deve essere perfetto, non tutto deve essere concluso subito. Basta che ci sia cura, attenzione, e il ritmo lento dei gesti quotidiani. Anche il Natale può trasformarsi in uno spazio di calma e presenza, quando ci permettiamo di fare le cose a modo nostro, senza fretta, senza forzature.
E così ho passato giorni tra impasti, teiere fumanti e piccoli gesti, ritrovando una parte di me che pensavo persa, riscoprendo il piacere di vivere con lentezza, di creare nuovi ricordi, e di accogliere la mia famiglia senza pressioni, semplicemente condividendo il tempo insieme, anche in modo minimal e silenzioso.
Alla fine, restare tra impasti, tazze fumanti e gesti quotidiani mi ha ricordato che non serve affrettarsi per sentirsi a posto o per creare bellezza. La calma che nasce dal fare le cose lentamente, con attenzione e cura, è un conforto che resta dentro di noi, anche quando il mondo fuori sembra correre.
E così continuo a seguire i miei ritmi, a dare spazio ai gesti semplici e ai ricordi che costruisco giorno dopo giorno. Perché sono proprio questi momenti, piccoli e apparentemente ordinari, che ci aiutano a sentirci più vicini a chi amiamo e più presenti a noi stessi.
Resto qui ancora un po’, tra farine, impasti e luci basse, pronta a scoprire quali nuovi ricordi nasceranno dai gesti più semplici.
A presto,
Antonella
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