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Storie in viaggio · Feb 12, 2026

Fermarsi e aspettare

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Perché l’attesa non è tempo perso, ma tempo che ci aspetta.

Aspettare è una parola che oggi suona come un difetto di fabbrica. È inefficienza, è un volo con scalo troppo lungo, è una coincidenza che non combacia, è un treno in ritardo con il tabellone che lampeggia “delayed” come una piccola condanna personale. Per molti viaggiare è stressante già al solo pensiero di dover sostare ore tra un collegamento e l’altro. Si cercano itinerari veloci, lineari, perfetti. Atterrare quasi prima di essere partiti. Nessuna attesa, nessuna deviazione, nessuna crepa nel programma.

Io no. Io adoro i viaggi lunghi. Anche quando sono scomodi. Anche quando il sedile è troppo rigido e il caffè dell’aeroporto sa di plastica calda. Adoro il viaggio che si crea nel viaggio.

Da piccola facevo tragitti interminabili per andare a trovare i nonni e i parenti. Ricordo l’odore dei sedili dell’auto scaldati dal sole, i panini avvolti nella carta stagnola, le caramelle che si incollavano tra loro nella borsa. Ore di autostrada, soste in autogrill rumorosi, finestrini tirati giù e il vento che scompigliava i capelli. Eppure non ricordo la noia. Ricordo l’attesa come un luogo preciso. Un corridoio sospeso in cui nessuno mi chiedeva di essere efficiente, brillante, pronta. Guardavo fuori dal finestrino e immaginavo le vite nelle case che scorrevano veloci, mi chiedevo chi abitasse dietro quelle tende mosse appena. Ascoltavo conversazioni di sconosciuti e inventavo finali alternativi. Senza saperlo stavo già allenando una forma di presenza.

Ho appena fatto un viaggio che per molti sarebbe stato “della speranza”. Uno di quelli che si affrontano con un nodo nello stomaco e il desiderio di arrivare il prima possibile, come se la meta potesse sciogliere tutto. Lo scalo era lungo, di quelli che ti fanno sospirare quando li leggi sulla conferma del biglietto. Intorno a me persone sdraiate sulle valigie, occhi incollati agli schermi, cuffie grandi come conchiglie. Una signora che mangiava in fretta un’insalata dentro una vaschetta di plastica, un uomo che parlava al telefono camminando avanti e indietro con lo sguardo teso. Io mi sono seduta vicino al finestrone, con una tazza tiepida tra le mani, e ho deciso di non riempire quel tempo.

Ogni giorno dedicarsi del tempo è visto come un lusso, quando non come una colpa. Se ti fermi sei improduttiva. Se non ottimizzi stai sbagliando. Persino il riposo deve essere performante. Nei viaggi però l’attesa è inevitabile. Non puoi accelerare un decollo. Non puoi contrattare con il meteo. Puoi solo aspettare. E in quell’obbligo si nasconde una libertà inattesa.

Negli anni il modo di viaggiare è cambiato. Le sale d’attesa sono silenziose ma non per quiete, sono silenziose perché quasi tutti hanno lo sguardo rivolto in basso. Pollici che scorrono, visi illuminati da una luce fredda. Ogni tanto qualcuno ride da solo davanti allo schermo, qualcun altro sospira. Sono pochi gli occhi che si incrociano durante le attese. Pochi, ma ci sono. Uno scambio rapido con un ragazzo seduto di fronte a me, un mezzo sorriso condiviso quando l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo. Piccoli segnali che ricordano che siamo ancora qui, insieme, nello stesso spazio reale.

Ho ascoltato frammenti di dialoghi. Una madre che prometteva al figlio che l’aereo sarebbe stato “come un grande uccello gentile”. Due ragazze che ripassavano una presentazione sottovoce. Un uomo anziano che raccontava a qualcuno al telefono che non volava da trent’anni. Ho osservato mani nervose, piedi che battevano a ritmo, spalle che si rilassavano lentamente. E negli intermezzi ho lasciato vagare la mente. Non per risolvere, ma per osservare.

Cambiare posto, cambiare routine, interrompere il ritmo consueto ti concede una libertà rara. Ti permette di distrarre la mente quel tanto che basta per guardarla davvero. I pensieri arrivano senza bussare. Alcuni sono pratici, altri più scomodi. Li accogli e li lasci passare. Senza trasformarli subito in liste. Senza promettere che domani sarai migliore, più organizzata, più centrata. E mentre il corpo resta fermo su una sedia di plastica, qualcosa dentro si muove.

All’inizio è solo un alleggerimento superficiale. Poi, lentamente, inizi a togliere strati. Le urgenze apparenti, le risposte automatiche, le aspettative degli altri, le tue stesse pretese di dover sempre “combinare qualcosa”. È un lavoro silenzioso, quasi invisibile. Come sbucciare una cipolla senza fretta. Strato dopo strato arrivi più vicino al centro.

E lì la domanda cambia. Non è più “quanto manca all’imbarco?”. È un’altra. Più sottile. Più scomoda. Dove sono, davvero? Non in quale aeroporto, non in quale città. Ma in quale punto della mia vita. Sto correndo per arrivare o sto correndo per non sentire? Sto aspettando qualcosa che non dipende da me o sto rimandando una scelta?

Forse aspettare non è tempo perso. Forse è l’unico tempo in cui possiamo incontrarci senza appuntamento, senza agenda, senza notifiche. Un tempo che non chiede performance ma presenza.

Continuerò a scegliere, quando posso, viaggi non troppo affrettati. Continuerò a sedermi nelle pause con un blocknotes e una matita a portata di mano, non per forza per scrivere qualcosa di importante, ma per essere pronta se una parola decide di farsi trovare. Continuerò a tenere lo sguardo libero, a lasciarlo scivolare sui volti, sulle mani, sui dettagli che nessun algoritmo potrà suggerirmi. Continuerò a cercare quegli occhi che si alzano per un secondo e ricordano che siamo esseri umani prima che passeggeri, e che in ogni attesa c’è un frammento di vita che può insegnarci qualcosa, se solo ci fermiamo abbastanza da accorgercene. Perché nel tempo sospeso dell’attesa non raccolgo solo minuti che passano, ma indizi, suggerimenti, piccole verità da mettere via come biglietti piegati in tasca. E ogni volta torno con la stessa valigia, sì, ma con qualche pensiero alleggerito e qualche insegnamento in più da far maturare piano.

E ogni viaggio, anche quello sospeso, lascia un piccolo segno dentro di noi, non trovate?

A presto,
Antonella

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