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Anime Tea Time · Jun 19, 2026

Psycho-Pass: successo e fallimento di un'icona mancata

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Te lo ricordi Psycho-Pass? Più di dieci anni fa sembrava il nuovo Ghost in The Shell, un’opera pregevole in grado di segnare una generazione, ma dopo vari sequel uno più dimenticabile dell’altro continuare a esaltarlo è stato davvero difficile. La capacità di costruire una storia “classica” ma per certi versi iconica si è persa nel bisogno di fare soldi con un brand molto amato, e da possibile mito, Psycho-Pass è risultato solo uno tra i tanti anime di successo del ventunesimo secolo. Oggi ci facciamo un viaggetto in circa 11 anni di storia, per capire da vicino cosa è andato storto, o meglio…chi è stato.

Siamo attorno al 2009. Production I.G, protagonista degli anni ‘90 con capisaldi della fantascienza animata come Ghost in The Shell e Patlabor, fatica a creare una nuova opera in grado di polarizzare l’attenzione. Le serie televisive che ha prodotto dal ‘94 hanno spesso mostrato grandi qualità, in certi casi anche riscosso un buon successo, ma senza generare quell’impatto che serve a rimanere per lungo tempo nella memoria collettiva. Nel reparto creativo si spremono tutti le meningi per trovare l’idea giusta, e qualcuno fa notare che gli anime si sono allontanati già da qualche anno dal genere con cui avevano dominato la decade passata, il poliziesco fantascientifico; visto che erano così bravi, perché non riprovarci con un approccio aggiornato?

“Non mi avete amato abbastanza”

Psycho-Pass, a questo punto della storia ancora senza nome, nasce quindi nel segno dell’ambizione. Il primo passo è la creazione dello scenario, e a tal proposito vengono scelte quattro persone: il regista Naoyoshi Shiotani e tre sceneggiatori agli antipodi, ovvero il famosissimo Gen Urobuchi e gli emergenti Aya Takaha e Makoto Fukami. Urobutcher, così soprannominato per la tendenza a fare stragi dei suoi personaggi e quindi perfetto per una storia più matura, ascolta i suggerimenti del regista facendo girare la storia attorno al contrasto tra due personaggi, Shinya Kogami e Shogo Makishima. Il primo è un ex-detective che ha perso la fiducia nel sistema, il secondo invece un criminale che tenta di mostrarne le falle attraverso la violenza; i metodi sono diversi, ma la percezione del mondo è praticamente la stessa.

L’universo narrativo di Psycho-Pass si articola infatti in un Giappone post-apocalittico che per ricostruirsi ha imposto ai cittadini un sistema anti-crimine chiamato Sybil, programmato per analizzare lo stato d’animo di un essere umano e capire in anticipo se è predisposto a gesti malvagi; un conflitto tra chi vuole distruggerlo e chi invece vuole cambiarlo dall’interno, quindi, attiva una parte riflessiva importante, intrisa di filosofia e implicazioni etiche. E’ uno scenario che si allinea all’immaginario cyberpunk di Ghost in The Shell offrendo un’interpretazione comunque personale, rimarcata dall’inserimento di un personaggio atipico che rappresenta il punto di vista del pubblico.

Akane Tsunemori è l’ultima arrivata in un gruppo di killer senza speranze, la voce della ragione per un mondo con troppa logica e al tempo stesso un’ingenua convinta di sapere cosa sia giusto perché ignara di quanto sia ambigua la morale; è la prospettiva perfetta per entrare da spettatore in una versione esasperata della realtà, perché elimina alla base la possibilità di giudicare gli eventi con la superficialità con cui si fa quando si scorre il sito dell’ANSA per noia. Quello in cui mettono piede i personaggi è un mondo nuovo, con un equilibrio tutto diverso. Gli strumenti, quindi, devono cambiare, adattarsi ad un’etica profondamente lontana che nasce dal superamento tecnologico dei valori moderni; è un mondo senza soggettività, in cui ogni decisione è in mano alle macchine e l’umanità è soltanto un guscio vuoto, priva di quelle caratteristiche che normalmente le fanno credere di essere onnisciente.

Nel definire differenze sociali tanto sottili quanto ampie si può incorrere in qualche contraddizione, e infatti Shiotani nota che, per un poliziesco, una trama che prevede un sistema capace di prevenire i crimini…è un problema. Alché, qualcuno tra gli sceneggiatori deve avergli ricordato che la più grande prerogativa dell’uomo è proprio trovare la scappatoia quando sembra che non ci sia. La soluzione l’hanno trovata infatti focalizzandosi sull’ambiguità tipica della morale umana, che è tanto universale quanto legata alla soggettività di ogni individuo. Makishima è la prova che anche l’imparzialità può essere difettosa, perché fa comunque capo ad una visione che non può essere al 100% oggettiva. È un concetto peculiare, che in un panorama finto moralista come quello giapponese dev’essere maneggiato con cura, e a tal proposito, per fare da tramite tra staff e produttore, viene assunto il regista di live action Katsuyuki Motohiro, che dal 2013 fa parte del dipartimento di pianificazione di Production IG. Pur essendo sconosciuto al di fuori del Giappone, Motohiro è stato legato in prima persona alla serie di Bayside Shakedown, cui secondo film è stato - fino al 2022 - il live action più profittevole del cinema giapponese. Risultati piuttosto importanti e un’esperienza decennale coi grattacapi della televisione lo hanno reso un anello di congiunzione ideale, capace di rassicurare i produttori sul valore commerciale di certe idee e di spronare i creativi a osare nei limiti delle proprie possibilità.

La produzione, infatti, ha avuto i suoi problemi: Shiotani, assieme a parte del team, aveva appena finito di lavorare al film di Blood-C, quindi dedicare numerose energie senza avere occasione di riposare prima ha spinto tutti verso il limite. Nella seconda metà si è reso necessario subappaltare diversi episodi ad aziende esterne, e si vede. 17 e 18, in particolare, sono stati interamente realizzati al di fuori dello studio, con una comunicazione poco efficace che ha causato errori di resa dei design, pessime interpretazioni dello storyboard e un calo di livello veramente confondente. Il 18 potrebbe essere visto addirittura come un’anticipazione della terza stagione di One-Punch Man, perché è uno dei primi lavori del regista Shinpei Nogami.

“Da dove tutto è partito"

Production I.G. era ed è tutt’oggi uno degli studi più grandi e rinomati del Giappone, ma come al solito produrre una serie animata secondo tempistiche imposte per necessità televisive, soprattutto quando le nuove tecnologie non erano implementate come lo sono oggi, può risultare veramente difficile. In special modo se hai in casa qualcuno che ti rema contro: a Urobuchi, scelto appositamente da Shiotani a seguito dell’ottimo lavoro fatto su Madoka Magica, non andava giù di dover replicare le atmosfere di Ghost in the Shell. Non che fosse un detrattore del riadattamento storico di Mamoru Oshii, semplicemente voleva imprimere un segno più profondo e rivoluzionare l’estetica del cyberpunk animato.

Dunque, pieno di speranze, si presentò con un proposal con tanti “elementi moe” – come da lui definiti – e Shiotani, cercando dentro di sé le motivazioni per non spararsi sul posto, gli ha gentilmente chiesto di levarli. Gestire una mente tanto brillante quanto contorta richiede sforzi disumani, e da qui l’affiancamento a due giovani leve con tanto di incontri regolari a cui presenziava anche il regista. Tale approccio “contenitivo”, comunque, non ha impedito al pubblico dell’epoca di percepire Psycho-Pass come una riproposizione in salsa cyberpunk dei dilemmi etici sui cui Urobutcher aveva già cominciato a ragionare in Fate/Zero e Madoka Magica. Ai richiami filosofici di Ghost in the Shell si mischia una presentazione moderna – come riflesso dal design “fighetto” dei personaggi – che non ha paura di risultare didascalica per concentrarsi sulla parte noir, quella più “ludica”, con la stessa intensità che dedica alla riflessione etica. E’ un poliziesco procedurale con un cuore da film polacco, un approccio alla formula CSI che fa coesistere le tamarrate da chitarra elettrica in sottofondo con i silenzi composti e inquietanti del dramma da camera.

La dimensione del racconto, difatti, cambia come le scale di Harry Potter: per quanto osservi un’intera società, proponendo una serie di casi più e meno convincenti, la lente con cui Psycho Pass analizza problemi e contraddizioni si stringe all’occasione su una manciata di personaggi alla deriva, reietti che non rappresentano la massa e sono anzi costretti a difenderla da persone come loro. Se la scrittura talvolta è imprecisa nel descrivere il “popolo”, quando investiga sulle storie personali del cast principale riesce a integrare il contesto e a raccontare una profondità che permane nei dialoghi, nei gesti e negli sguardi. Il passato non sta lì per sostituire il processo di caratterizzazione e dire che oltre agli stereotipi c’è anche altro, motiva le scelte secondo una logica interna che viene esplicata da vissuti sicuramente lontani dalla realtà, ma comunque perfettamente adattabili ad essa.

Il contrasto che più definisce questa meccanica della serie, prendendosi inoltre il palcoscenico per pathos e presenza scenica, è indubbiamente quello tra Shinya Kogami e Shogo Makishima. Sulla carta il criminale è chi ha buttato la sua vita per preservare la legge, mentre l’innocente è chi con l’astuzia riesce a manipolare il sistema e farla franca ogni volta. Un rapporto diabolico, in bilico sulla sottile linea di demarcazione tra bene e male, che in verità rappresenta l’annoso conflitto tra praticità ed idealismo, avvalendosi peraltro dei pensieri di Blaise Pascal per aggiungere una prospettiva che mette in dubbio l’utilizzo della tecnologia come mezzo per facilitare le cose.

Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto all’infinito, un tutto in confronto al nulla, un qualcosa di mezzo fra nulla e tutto.

Secondo Pascal, l’uomo non è “uno”. Al contempo è caos e tranquillità, angelo e bestia, schiacciato tra l’infinito e il nulla; l’immaginazione, la limitatezza della ragione umana e i principi etici e morali lo spingono all’interpretazione di una realtà che invece gli sfuggirà sempre, almeno finché non accetta la sua condizione e trova il suo valore nell’elaborazione di una coscienza personale. Kogami, da questo punto di vista, è bloccato in una campana di vetro: vede chiaramente le ingiustizie che gli stanno attorno, ma non riesce ad abbandonare le certezze che in primo luogo l’hanno spinto a diventare un rappresentante della legge perché, in una società funzionale, dovrebbero essere assolute. Laddove il Sybil System ha garantito il mantenimento di un ordine artificiale, in verità non ha fatto nulla per sistemare la mancanza di equilibrio che regola bene e male; piuttosto, essendo il prodotto di una ragione limitata, ha contribuito a ingigantirla. Quando la lente analitica di Urobuchi si sofferma sulla società come insieme, vediamo infatti una massa informe di persone disinteressate, apatiche anche di fronte alla morte, convinte che ormai le emozioni siano sintomo di una colpa e non un modo per processare le esperienze. Shinya, che ha visto il migliore amico morire per un errore che non sarebbe dovuto esistere, ha dunque indurito il suo cuore per continuare ad interpretare un ruolo da cui ormai non può più separarsi. La comparsa di Makishima, però, mette tutto in crisi.

Il diavolo dai capelli bianchi fa il suo ingresso in scena in punta di piedi, agendo come un burattinaio e sfruttando tutta una serie di criminali apparentemente per fini ludici. Inizialmente lo etichetteresti come il classico villain anti-sistema, animato da una furia distruttiva e armato di frasi che farebbero invidia persino a Jafar. È un cattivo perfetto, che però esiste solo perché il Giappone del Sybil non riesce ad inquadrarlo come tale: anzi, è proprio in virtù della sua ferocia se riesce a sfuggire alla legge. Chi viene identificato come criminale ha una precisa appartenenza sociale, un ruolo da adempiere che viene però distorto dalla potenza di emozioni quasi sempre deviate dalla pressione sociale, dall’incapacità di comprendere perché stai male se tutto funziona come dovrebbe, dalla costrizione di non mostrarsi mai per come si è nonostante si viva in una società “perfetta”. Makishima, invece, è chiaramente un sociopatico. Non ha interesse ad integrarsi, non si colpevolizza per ciò che prova ed anzi crede che tutti dovrebbero essere liberi di ridere e avere terrore, che il male sia una parte dell’essere umano e che cercare di tenerlo a bada non faccia altro che alimentarlo, mettendo il bene in una gabbia. La storia, nel suo piccolo, non fa nulla per nascondere che abbia ragione: lo presenta come l’antagonista dal punto di vista della narrazione, ma a conti fatti è piuttosto chiaro che il nemico di tutta la vicenda sia il Sybil e che tutti i personaggi, eccetto Akane, l’abbiano compreso ormai da tempo.

Per questo, Kogami crede che la sua priorità sia quella di evitare che Makishima lo devasti dall’esterno; credendo ancora nella giustizia, il suo intento è quello di cambiare le cose dall’interno, mantenendo una fiducia da cui, sotto sotto, proprio non vuole separarsi. Malgrado sia stato relegato ai ranghi più bassi della società, è proprio da lì che guarda verso l’alto (e verso l’altro) per trovare una soluzione, ricordando a sé stesso il motivo per cui il suo coefficiente di criminalità si è alzato vertiginosamente: la giustizia non funziona, se non riconosci che può sbagliare. In fondo è un concetto umano, una costruzione basata sul pensiero etico, su un’ideologia che cambia a seconda dell’epoca, del luogo, spesso anche della convenienza; chiunque creda nel suo assolutismo prima o poi finisce a confrontarsi con il vuoto dato dall’idea che debba essere “uguale per tutti”, così semplice eppure così complessa. All’inizio della storia Shinya è in quel baratro, finché una giovane ispettrice alle prime armi non gli punta addosso la pistola.

Come detto durante la ricostruzione della produzione, Akane Tsunemori è stata pensata per rappresentare lo sguardo del pubblico. Infatti, nonostante sia entrata nella pubblica sicurezza col massimo dei voti, sembra quasi che non sappia niente del mondo in cui ha vissuto per più di 20 anni: è stranita dai comportamenti dei suoi colleghi, non ha ben in mente come agisce la società e crede che vada tutto bene nonostante sia piuttosto evidente che non sia così. Come chi guarda, Akane apprende di quanto questo mondo sia differente dal nostro episodio per episodio, rimanendo turbata per le verità che non conosceva. Non è però un npc: come persona, ha un carattere ben formato, valori che rimandano alla nostra realtà, una tendenza a mettersi in mezzo pur di far valere la sua posizione. È, in più di senso, la voce della ragione che prorompe dall’altra parte dello schermo ogni volta che i personaggi stanno per fare qualcosa di discutibile, risultando completamente aliena a questo contesto cyberpunk in cui regna il nichilismo più totale. Akane è l’elemento moe di cui parlava Urobuchi: nell’oscurità provocata dal Sybil, la fiamma della sua determinazione brucia il pessimismo e contrappone alle critiche sociali, sempre feroci e obiettive, una speranza che nella fantascienza di questo tipo è davvero difficile trovare.

“La odio” (Giaggiu, 2026)

La prima stagione di Psycho-Pass amalgama la struttura procedurale, una parte action coinvolgente e riflessioni filosofiche a più strati in un ibrido molto accessibile, che infatti ha attratto nuovamente l’attenzione su un genere indebolito da anni di vuoto. Malgrado i namedrop dei filosofi da studente del classico, non è mai pretenzioso o snob nei confronti di chi guarda. Malgrado l’azione da film hollywoodiano, non è mai eccessivo o muscolare. Malgrado la purezza dei messaggi, non smette mai di ripetere che l’uomo è un essere difettoso alla continua ricerca di ciò che non otterrà mai. Tutto questo è il risultato di uno sforzo di squadra, ma si deve anche riconoscere che l’apporto di una persona in particolare è stato fondamentale. Urobuchi lascia il segno su tutto ciò che firma, è una presenza evidente, e purtroppo questo non è stato considerato abbastanza quando è stata messa in conto l’alta probabilità che avrebbe smesso di seguire il brand dopo la prima iterazione.

Nelle fasi conclusive della prima stagione, è stato pianificato un film che avrebbe consentito il ritorno di Kogami e l’esplorazione del mondo al di fuori del Giappone. Per arrivarci, Shiotani sviluppa lo scenario di una seconda stagione assieme a Tow Ubukata, scrittore di fantascienza spesso prestato all’animazione. Trattasi di un nome molto affermato, vincitore di alcuni dei premi letterari più importanti del Giappone, ma onestamente, considerando soltanto il suo lavoro nel campo anime, non si direbbe. Di sicuro ha ottime idee di partenza, come confermato da Fafner o Le Chevalier d’Eon, ma quando c’è da sviluppare la storia tende ad essere piuttosto caotico e a dare davvero poco slancio ai personaggi, che di conseguenza appaiono rigidi e difficili da apprezzare. Non aiuta poi che, differentemente dalla prima stagione, lo scenario sia stato sviluppato da Shiotani ed Ubukata al bancone di un bar, probabilmente dopo una serie di highball potenziati; oltretutto, gli script sono stati realizzati da Jun Kumagai, uno che ha grandi capacità quando si tratta di adattare una storia (Showa Genroku Rakugo Shinjuu) ma perde tutto il talento quando si occupa di opere originali (Aquarion Logos). Già il processo di base, quindi, cambia sensibilmente, e il risultato è una serie davvero difficile da riconoscere.

Psycho-Pass 2 è un seguito poco ispirato che introduce nuovi personaggi decisamente non all’altezza di quelli precedenti: se il conflitto tra Kogami e Makishima polarizzava l’attenzione su personalità complesse e schiacciate dal dubbio, l’ingresso in scena di Mika Shimotsuki, nuova collega di Akane, riporta indietro sia temi che storia. La dolce Tsunemori si era impegnata così tanto a convincere Kogami del fatto che tra il bianco e il nero esistesse il grigio, aveva sofferto tremendamente a scoprire la verità dietro il Sybil e aveva tutte le ragioni per decidere di restare a combattere, ma ora si trova contrapposta ad un personaggio monodimensionale che odia i criminali perché un personaggio della prima stagione ha ucciso i suoi amici. In realtà, vedere le conseguenze di atti già vissuti sarebbe anche interessante e funzionale a rendere viva l’ambientazione, ma se il risultato è un pensiero così banale, la serie finisce per soffrirne. Akane e Mika sbattono la testa su questioni che abbiamo già vissuto, e visto che la protagonista rispecchia il punto di vista del pubblico è come se Ubukata volesse riscrivere ciò che era stato già chiarito per dire “eh ma i criminali so comunque cattivi eh”, cosa che s’era già capita e che, detta in modo così netto, va a vanificare tutti gli sforzi fatti per stratificare una dicotomia che invece aveva già mostrato tutta la sua profondità.

Non aiutano i comprimari, pallide imitazioni di quelli precedenti. Non aiutano i casi, che non riescono né a riproporre la brutalità di quelli precedenti, né a ritagliarsi un’identità che li separi dai procedural più classici. E, stavolta, non aiuta neanche la critica sociale, che si presenta stanca e ridondante. Più che una seconda stagione, Psycho-Pass 2 sembra più un riempitivo pensato per mandare avanti un titolo che era piaciuto tanto e sfruttare l’esaltazione del momento; certo, in fondo era così che era stato pensato, ma dopo aver visto un prodotto così diverso, in tanti hanno deciso che forse era meglio non continuare. Il brand ha continuato a vivere con un’altra stagione - che cambia di nuovo il cast mettendo sullo sfondo anche Akane - e sei film che tra tentativi di recuperare lo scarto col passato hanno solo rimandato l’inevitabile: ad oggi, sono 3 anni che non si hanno più notizie di Psycho-Pass. I fan rimasti ritengono una quarta stagione sia necessaria per chiudere la storia, ma Production I.G. ha preferito concentrarsi su altro, forse anche per il cambio di CEO.

Quello che rimane, purtroppo, è un’eredità macchiata dalla fretta: un progetto lungo come questo, invece che dell’improvvisazione tipica della serialità giapponese, avrebbe bisogno di una precisa pianificazione, di una coesione narrativa che può essere garantita solo mantenendo di volta in volta gli stessi sceneggiatori, di un pensiero che non sia “rifacciamo quello che ci ha fatto fare soldi”, ma più “rifacciamo quello che ci piaceva fare”. Psycho-Pass invece è stato passato di mano in mano come un giocattolo usato e poi abbandonato quando Providence, l’ultimo film, ha incassato poco più di 600mila euro in tutto il mondo. Non escludo che possa essere ripreso, ma a questo punto a cosa servirebbe? L’uomo, l’abbiamo capito, è una strana creatura. Sa creare cose magnifiche, per poi distruggerle con le stesse mani. E questo, tristemente, è stato il destino di una serie che poteva rimanere nella storia.

Di Italo Scanniello

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