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Dinamiche Uomo-Donna · Nov 11, 2024

Trattare da stupidi i tuoi elettori non è una strategia vincente

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Andrea Rodolfo Nadia · Dinamiche Uomo-Donna

Era appena finito il primo, e infine unico, dibattito presidenziale fra Donald Trump e Kamala Harris lo scorso settembre, e ne discutevo a cena con WannaBeBuddha. Non nutrivamo particolare simpatia per nessuno dei due candidati, ma sarebbe diventato palese di lì a poco chi ritenessimo incarnare il male minore. A un certo punto, Luca ha commentato quante balle uscissero dalla bocca di entrambi e io, riflettendoci un attimo, ho risposto “vero, ma quelle che escono dalla bocca di lei sono molto più consequenziali”.

Immaginavo che molti cittadini americani avrebbero pensato lo stesso, ma mentirei se dicessi che immaginavo un risultato elettorale del genere. Trump aveva già superato la maggioranza necessaria per vincere in poche ore dall'inizio dello spoglio dei seggi, e per la fine è riuscito a reclamarne quasi due terzi. In difesa delle mie scarse doti di chiaroveggenza, persino Nate Silver, statista noto per aver anticipato con incredibile accuratezza i risultati delle elezioni del 2008, del 2012 e del 2020, a questo giro dava Harris come vincitrice in poco più di metà delle sue 80.000 simulazioni1.

Lo storico inglese Simon Sebag Montefiore ha affermato di non aver visto un ritorno del genere dai tempi di Charles De Gaulle, nel 1958. Io sono un pirla su Internet che parla di figa, quindi mi asterrò da paragoni così ricercati con la storia francese e mi limiterò a dire che non vedevo un uomo tirare una legnata così potente a una donna dalle ultime Olimpiadi a Parigi.

Nel mezzo dello sbigottimento generale e delle prevedibili ondate di panico da parte di chi vaneggia che Trump farà cadere il paese in una dittatura, dimenticandosi che ha già avuto quattro anni per farlo e non lo ha fatto, mi sento di scrivere qualche considerazione sulla sua vittoria, o meglio, sulla sconfitta di Harris e dei democratici. Non ho la competenza per disegnarne un quadro completo, ma due righe sensate penso di poterle tirare.

Di certo non si è trattato di una sconfitta dovuta a mancanza di appoggio, che fosse da parte dei mezzi d'informazione o delle celebrità dello spettacolo.

Per quanto riguarda i primi, si possono solo rimpiangere i tempi in cui almeno ci provavano a raccontare la realtà, nelle sue intricatezze e contraddizioni, da più punti di vista, e l'esplicito appoggio di una testata verso un candidato alle elezioni, non essendo così scontato, aveva davvero il potere di persuadere un votante indeciso. Difficile pensare avvenga una cosa del genere al giorno d'oggi, in cui la stragrande maggioranza dei giornalisti la vede bene o male allo stesso modo su ogni tema di pubblico interesse e fa dello spiegarne la correttezza la propria missione2, a costo di sacrificare la propria integrità professionale. Gli esempi si sprecano, ma l'emittente MSNBC che ha paragonato il rally di Trump al Madison Square Garden a un raduno pro-nazista del 1939, mandandone in onda i video uno accanto all'altro giusto per togliere ogni dubbio, merita una particolare menzione di disonore.

Per quanto riguarda la seconde, mi chiedo in tutta onestà se tempi in cui avevano questo potere siano mai esistiti. Sarò limitato io, ma il senso di assoluta repulsione che provo quando Elodie, Damiano dei Måneskin o qualsivoglia pop star completamente aliena ai miei problemi di comune cittadino cerca di spiegarmi come dovrei stare al mondo mi rende difficile pensare che Tailor Swift o Billie Eilish, nonostante le centinaia di milioni di ascolti, abbiano portato un singolo voto a Kamala Harris3. La menzione di disonore fra le celebrità va senza dubbio a Julia Roberts, la quale, dipingendo la campagna elettorale come una battaglia di genere e il proprio paese come il mondo distopico del racconto dell'ancella, ha incoraggiato le donne a tradire i mariti “nell'unico posto in America in cui le donne hanno ancora diritto di scelta”, ossia il seggio elettorale.

Ma l'attrice, a cui non sono mancati gli insulti da parte di un sacco di mogli, non è certo stata l'unica a spingere questa narrativa. Buona parte della propaganda dei democratici si è basata sul presentarsi come difensori dei diritti delle donne contro la tossica possessività dei conservatori4. Harris, in sé, non ha premuto esageratamente il bottone “eleggiamo la prima presidente donna” come aveva fatto Clinton a suo tempo; in compenso, è andata in completa fissazione con la questione dell'aborto, non solo vaneggiando che Trump avesse intenzione di renderlo illegale in tutto il paese quando lo stesso ha più volte detto di non voler intraprendere alcuna azione a riguardo, ma ponendola appunto come se fosse una battaglia di genere, quando in realtà uomini e donne sono più o meno equamente distribuiti fra i pro-scelta e i pro-vita.

Nel complesso, accusare di misoginia – e di razzismo, di fascismo, di basso intelletto, di alluce valgo… – chiunque non ritenesse Trump il male assoluto da scongiurare a ogni costo, non ha affatto unito sotto la bandiera democratica tutte le donne e i loro cavalieri bianchi multietnici, contro gli incel e i suprematisti bianchi, brutti e cattivi. Harris ha perso elettrici rispetto a Biden, passando dal 55% al 53%, mentre Trump ne ha guadagnate rispetto a se stesso quattro anni fa, passando dal 43% al 46%. Ha anche ricevuto più voti afroamericani di qualsiasi candidato repubblicano negli ultimi 48 anni e un appoggio notevole sia da parte degli asiatici che degli ispanici; questi ultimi, con ogni probabilità stufi fino al midollo di essere chiamati “Latinx”.

La sua elezione, a conti fatti, ha visto spostarsi a destra ogni singola demografica ad eccezione di due: gli over 655 e… beh, vi lascerò guardare il grafico del Financial Times.

Già! Donne bianche e college educated, laureate soprattutto in professioni sanitarie, economia, scienze sociali, educazione, comunicazione, arti visive. Indottrinate di ideologia woke? Certamente. Ma descriverle solo così non rende proprio l'idea di cosa sono diventate le università negli ultimi decenni: con l'incrementare dell'afflusso femminile, esse somigliano sempre più alle scuole di buone maniere del secolo scorso, pensate per educare le donne di media borghesia al galateo che le avrebbe rese attraenti per i loro futuri, facoltosi mariti. La differenza sta nel fatto che adesso, anziché mogli, queste donne sono concubine intercambiabili di una classe manageriale che preferisce pagarle per abortire che dargli un congedo di maternità. Da questa prospettiva, non è difficile capire come la possibilità di ammazzare il proprio figlio in utero al nono mese sia il fattore determinante le loro scelte di voto.

Forse Harris avrebbe performato meglio mostrando una posizione più ponderata sulle questioni di genere che stanno effettivamente preoccupando le donne più normali? Chessò, il fatto che ai maschi venga permesso di gareggiare nelle competizioni sportive femminili? Che in California ci siano leggi che tagliano fuori i genitori dalla conversazione relativa all'identità di genere dei propri figli? Che vengano spinti farmaci bloccanti della pubertà quando in Europa diversi paesi se ne sono allontanati per l'elevatissimo profilo di rischio? Che le adolescenti stiano affrontando una crisi psicologica di massa? Posso solo supporre.

Ma di una cosa sono certo: negli ultimi otto anni, il partito repubblicano ha parlato agli americani nella loro lingua, dei problemi di cui gli importa. L'inflazione, la crisi abitativa, il caos al confine meridionale, l'immigrazione illegale, la crescita della criminalità, le minacce alla libertà d'espressione, il declino dell'America nel panorama internazionale, la dissoluzione delle vite di milioni di cittadini a fronte della globalizzazione, dell'automazione e dell'esportazione della produzione. Il motivo per cui l'elettore medio scazza quando sente parlare di “riparazioni” per le minoranze non è che è razzista o transfobico, ma che non sopporta che certe cose vengano messe in primo piano rispetto a problemi molto più grossi. Che è appunto ciò che hanno fatto i democratici, mentre si raccontavano una fiaba autocelebrativa su come, nel 2016 i fascisti hanno preso possesso della Casa Bianca e poi, nel 2020, il loro partito è riuscito a riprendersela, passando gli ultimi quattro anni a rimettere le cose a posto.

E qui veniamo a quanto ho detto all'inizio, in riferimento al dibattito fra Trump e Harris. Entrambi mentono, ma in modo profondamente diverso: lui ti dice, al primo appuntamento, di essere innamorato perdutamente di te; lei ti dice di avere intenzione di richiamarti.

Trump è uno sparaballe spudorato e, in un certo senso, onesto nella sua spudoratezza. Quando afferma di essere il presidente migliore del mondo, o che farà finire una guerra in due giorni, sa di mentire e lo sanno tutti, ma nel mentre dà un'immagine chiara e coerente della percezione che ha di sé e delle proprie intenzioni. Harris, alla prima intervista che ha fatto come candidata, si è affrettata a presentarsi come un cambiamento rispetto a Biden; poi però, incalzata dall'ovvia domanda su cosa avrebbe fatto di diverso da lui mentre gli era vicepresidente, ha balbettato confusamente “nulla, sono stata parte di molte decisioni”; ha infine passato l'intera campagna a cercare di mettere sotto al tappeto il resoconto disastroso delle stesse, in particolare quelle relative alla gestione del confine, che hanno aperto l'ingresso a milioni di migranti illegali.

Nel complesso, i repubblicani sono certo stati iperbolici, avventati, pervicaci, anche complottisti e cazzari a tratti. Ma i democratici hanno governato negli ultimi quattro anni esattamente come dicevano che i loro nemici giurati avrebbero fatto: imponendo chiusure forzate di scuole e posti di lavoro per mesi e mesi; togliendo il diritto di scelta sul proprio corpo a milioni di persone; politicizzando il sistema giudiziario; facendo ogni cosa possibile per cercare di limitare la libertà d'espressione con la scusa della “lotta alla disinformazione”; mentendo spudoratamente sulle facoltà mentali del proprio leader finché non hanno più potuto nasconderne il collasso. Il tutto, senza alcuna vergogna per la propria ipocrisia.

Ciliegina sulla torta, nel tanto parlare di sé come di ultimo baluardo della democrazia contro il fascismo, hanno cambiato il candidato alla successiva presidenza all'ultimo momento senza consultare un singolo votante. Hanno trattato i cittadini come degli stupidi, pensando che non se ne sarebbero accorti, o che lo avrebbero accettato di buon grado pur di avere un'alternativa contro il loro nemico numero uno. Non è andata così.

Non so se Trump meritasse di vincere queste elezioni, ma di certo i democratici meritavano di perderle. Impareranno finalmente la lezione e si ripresenteranno in condizioni migliori fra quattro anni anziché dare, al loro solito, la colpa alle persone per non essere abbastanza spiritualmente illuminate da comprendere che tutto l'abuso è per il loro bene, e da volere una donna indiana nera come presidente a prescindere da quanto si sia mostrata terribilmente incompetente?

Vorrei sperarlo, ma a giudicare da quanto sto vedendo finora, temo di no.

1

A dimostrazione della futilità dell'utilizzo di modelli matematici per fare previsioni. Nel 2016, Silver aveva dato a Trump il 28,6% di possibilità di vittoria, e la sua era stata la stima più alta fra tutti i pronostici basati su metodi scientifici.

2

Notare, nello studio linkato, quanto differisce la visione attuale dei giornalisti rispetto a quella del pubblico generale sul dovere di dare ugual peso a più punti di vista, e quanto più si fa pronunciata questa differenza tanto più si tratta di giornalisti che si identificano come liberali.

3

A onor del vero, mi viene altrettanto difficile pensare che Elon Musk abbia portato un singolo voto a Donald Trump con le sue uscite su X. Giusto che non si pensi che il principio si applichi solo da un lato.

4

A tal proposito, val la pena ricordare che la recente sentenza della Corte Suprema che ha fatto impazzire i pro-scelta non ha fatto altro che restituire ai singoli stati la facoltà di decidere come regolarsi. Certo, raccontarla come “togliere il diritto costituzionale di abortire” fa più scena, ma la realtà è che anche certi intellettuali liberali – vedasi Akhil Reed Amar – hanno ritenuto quella di Dobbs vs Jackson un'interpretazione della Costituzione americana più corretta rispetto a quella di Roe vs Wade.

5

Se devo tirarla a indovinare, posso presumere che, essendo una demografica particolarmente legata al rispetto verso le istituzioni, almeno negli USA, non abbiano mai mandato giù quanto avvenuto a Capitol Hill. Ma potrebbe essere anche semplice rumore statistico.

Read the original on andrearodolfonadia.substack.com

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