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Dinamiche Uomo-Donna · Dec 11, 2024

Perché gli uomini non scrivono più storie d'amore

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La conseguenza silenziosa di un'industria editoriale completamente in mano alle donne

Una bozza di questo articolo è comparsa sul numero di Settembre 2024 de Il Detonatore Magazine, a cura di Matteo Fais.


Reflussi di circostanza

[Accaduto nel 2012]

Non c'è chimica. Son solito dirlo quando una ragazza non apprezza le mie battute.

Ma è fuor dubbio che Joanna apprezzi almeno qualcosa di me: il modo in cui mi sta attaccata mentre parlo lascia poco spazio a interpretazioni. Solo, non penso mi stia realmente ascoltando. Ovunque fosse, la chiave con cui mi appresto ad aprirle la cerniera dei pantaloni non l'ho certo trovata nella borsa della dialettica.

La situazione mi mette un leggero disagio. Perché? Chissà, forse solo perché ancora non riesco ad apprezzare il fatto che in realtà per aprirle la cerniera dei pantaloni non serva alcuna chiave. Vorrei almeno l'illusione di aver fatto qualcosa per impressionarla, anziché essere semplicemente il tipo giusto nella serata giusta. Oggi, però, sembra che le mie insicurezze da principiante non verranno assecondate.

È passata una mezz'ora da quando ho preso posto vicino a lei. Finito il secondo drink, o forse il terzo, mi si avvicina all'orecchio per bisbigliarmi un segreto: il suo trucco infallibile per non sentire gli effetti dell'alcool. Cerco invano di impedire alla mia faccia di prendere la forma del più famoso autoritratto di Gustave Courbet mentre, incurante, lei comincia a sorseggiare il drink successivo e a ridere da sola per l'intossicazione. Il suo trucco infallibile per non sentire gli effetti dell'alcool? Bere un sacco di acqua fra un drink e l'altro per “diluirlo” (sic!).

Passa un'altra mezz'ora. “Sei un genio incompreso”, le dico mentre si dondola con l'espressione ormai persa, una volta mandato giù l'ultimo bicchiere. Propongo di andare a casa mia, a riprova del fatto che non ho bisogno di stimare l'acume di una ragazza per volermela portare a letto, nonostante in ripetute istanze mi dimostri piuttosto bravo a convincermi del contrario. Specialmente quando ci provo con quelle che, di esser stimate per il proprio acume, ne fanno una gran questione.

Potete biasimarmi? Non c'è miglior insicurezza su cui far leva che la stessa propria, d'altronde. Paradossalmente, in un certo senso è proprio non essere abituato a fare a meno di certe ipocrisie che mi mette a leggero disagio con Joanna. A lei non frega niente di cosa penso, né dal canto suo pensa qualcosa in particolare di me. Stasera voleva ubriacarsi con uno sconosciuto carino, senza sapere sapendo benissimo quel che sarebbe successo, e io non ho dovuto che assecondare il suo vibrante desiderio di emancipazione.

Arriviamo alla porta e quasi non faccio in tempo a indicarle il bagno. Penso di non aver mai sentito un getto così lungo, continuo e potente uscire da una donna. Che l'urgenza di pisciare aiuti a non perdere del tutto coordinazione e stato di allerta? Posso solo speculare. Lascio comunque che faccia almeno un paio di giri della casa da sola per assicurarmi che cammini senza inciampare. I suoi discorsi non avrebbero passato il test di Turing neanche quando era sobria, figuriamoci se posso usarli per determinare le sue condizioni cognitive adesso.

Però mi chiede cosa ci fa una chitarra nel lavandino, mostrandomi di possedere ancora una certa capacità di discernere ciò che è fuori posto. Promossa!

Le danze orizzontali iniziano in modo prevedibilmente goffo, ma non mi faccio scoraggiare, almeno finché non la vedo in breve tempo spostare lo sguardo altrove, in un'espressione mista fra il dolore e il disagio. Mi fermo subito, chiedendole se vada tutto bene. Mi risponde di sì, guardandomi come se le avessi fatto una domanda profondamente idiota, e comincia a stimolarsi da sola in maniera frenetica. In effetti, più idiota di un pescatore che ributta in mare un pesce balzato di propria iniziativa sulla sua barca, forse c'è solo quello che si preoccupa di come stia respirando.

Vuole chiaramente continuare, ma anche finire il prima possibile. L'ironia, invece, vuole che solo ora io cominci a trovare il tutto parecchio deumanizzante. Aumentiamo il ritmo assieme, ma a quel punto il suo corpo comincia a non starle dietro e pare avere un momento di vera nausea. Accenno a smettere, mi dice di non azzardarmi. La giro a pecora per non doverla guardare in faccia e comincio a pompare come un martello pneumatico, sperando di finire a mia volta il prima possibile. Penso che la situazione non possa diventare più patetica di così, quando la vedo ingobbire la schiena e…

“BLEEEEURGH!”

Mi fermo, senza ricevere obiezioni. Le porgo un braccio con l'intento di sorreggerla, ma non sembra averne bisogno. Ora che mi ha riversato i succhi gastrici sul lenzuolo e sulla federa del cuscino, che mi affretto a sfilare, è improvvisamente tornata fresca come una rosa. Mi chiede scusa e le rispondo di non preoccuparsi: il danno si risolverà con un ciclo a 90°. Nel frattempo non vorrei che si prendesse troppo male pensando sapendo di avermi disgustato, dunque mi sforzo di mantenere un'erezione solidale mentre le comunico, questa volta in modo chiaro e netto, che non mi pare proprio il caso di continuare. Nella mia testa, è un modo per essere cavaliere. Lei invece, non ancora rassegnata, decide di giocarsi il tutto per tutto.

“Ma no, guarda che sto bene! Soffro di reflusso gastrico. Succede ogni volta!

Non c'è chimica. Son solito dirlo nelle più variegate circostanze adesso.


È stato strano e divertente riscrivere dopo così tanti anni questa storia, cercando di inserire nella narrazione un po' della presente consapevolezza senza venir meno alle genuine sensazioni che avevo provato allora, mentre accadeva.

Avevo cominciato nel 2016 a pubblicare su Facebook le disavventure surreali in cui mi trascinavo nell'incessante ricerca di affetto e di tette. Era un po' l'argomento più ovvio e banale su cui un maschio etero nel mezzo dei suoi vent'anni potesse scrivere, ma piaceva. In breve tempo avevo acquisito una platea abbastanza ampia di lettori di ambo i sessi da poter notare le differenze fra i riscontri dei giovani uomini e quelli delle giovani donne di fronte agli spaccati di vita di un coetaneo, messi a nudo in tutta la loro trasandatezza da un'ironia spietata.

I primi mi apprezzavano perché ero vero e tangibile; le seconde lo hanno fatto finché gli sono sembrato una caricatura.

La versione iniziale di questo racconto era molto più scarna e priva di meta-riflessioni, ma riportava gli stessi identici fatti e non aveva scandalizzato nessuna, o quasi. Il che può sembrare incredibile adesso, ma giusto un decennio fa, prima che il femminismo terminasse la sua ultima metastasi, scopare ubriachi significava semplicemente scopare ubriachi, non servivano carte bollate per certificare un consenso e una pessima esperienza sessuale fra due ragazzini non era considerata un trauma per la vita. Le mie lettrici avevano riso di Joanna come avevano riso di tante altre.

Avevano riso di Giada, che avevo convinto che non fosse davvero un pompino finché non le venivo in bocca, e di Francesca, convintasi da sola che non stesse davvero tradendo il fidanzato finché ci limitavamo al sesso non penetrativo.

Avevano riso di Floriana, per cui un voto di momentanea castità mentre cercava una relazione “con un uomo serio” non fosse da considerarsi infranto se ogni tanto le serviva una botta per “riallineare il suo equilibrio bioenergetico”.

Avevano riso di Sophia, che era rimasta con l'ex quando questo ha ammazzato una ragazza in moto senza mostrare alcun rimorso di coscienza; ma quando le ha proposto la aprire la relazione, beh, quello è stato il momento in cui si è resa conto di stare con uno psicopatico.

Avevano riso di Alessandra, che il giorno dopo avermi detto di voler rimandare il nostro secondo incontro a quando si fosse sistemata un attimo, perché le piacevo e non voleva compromettere la prospettiva di un rapporto più intimo “dandomi l'impressione sbagliata”, ha invitato a casa un completo sconosciuto che poi ha dovuto cacciare con lo spray al peperoncino.

Avevano riso di Vittoria, con cui le cose stavano andando a gonfie vele nonostante sotto il profilo fisico non fossi affatto il suo tipo, finché non ho commesso l'errore di aprirmi emotivamente su alcuni problemi che stavo affrontando e da quella sera non è più riuscita a bagnarsi.

Avevano riso di Erika, che mi diceva “tu per me non sei un vero uomo, ma un fringuello che va di fiore in fiore, e passato l'ormone non mi dici granché. Io in un uomo cerco una maturità e un senso di responsabilità che tu non hai, d'altronde ho un figlio a cui pensare”; il tutto mentre quest'uomo, disposto a prendersi la responsabilità del figlio di un altro, ce l'aveva a casa, ma aveva preferito accantonarlo per andare a fringuelli.

E avevano riso di Alina, che un paio di settimane dopo aver chiuso la nostra scopamicizia per cercare un fidanzato che le desse l'esclusività di cui aveva bisogno mi ha confessato di esser tornata con quello che frequentava prima di me perché, riporto testuali parole, “almeno so che lui mi considera solo un oggetto sessuale e non mi lascio coinvolgere emotivamente come faccio con te”.

“Incontri solo casi umani!” era il motto del mio pubblico femminile. E in parte me ne attribuisco la colpa: pensando che le storie andate bene non se le sarebbe lette nessuno, pubblicavo quelle andate male, dando la precedenza alle più surreali. Ciò poteva facilmente indurre l'impressione che la mia vita relazionale fosse un inferno, quando in realtà era solo molto variegata. Sfido chiunque d'altronde, uomo o donna, a uscire con centinaia di persone e a non incontrare almeno qualche decina di soggetti allucinanti. Ma così tante volte quella frase mi è stata ripetuta anche di fronte a vicende del tutto ordinarie da farmi rendere conto, nel tempo, della vera funzione che esercitava: era il modo in cui le ragazze mi dicevano, e soprattutto si dicevano, “io non sono così”, “io non farei mai certe cose”.

Che poteva essere credibile finché inteso come “io non vomiterei mai ubriaca sul letto di uno sconosciuto”, ma iniziava seriamente a vacillare quando usato nel senso di “io non volterei mai le spalle a un uomo che mi mostra la propria vulnerabilità” o “io non mi nasconderei mai dietro a un dito per negare una trasgressione”.

Era un po' come quando, negli anni '70, tutti dicevano a Paolo Villaggio “ma lo sa che Fantozzi è proprio uguale al mio vicino?” e mai nessuno “ma lo sa che Fantozzi è proprio uguale a me?”. Le mie lettrici, allo stesso modo dei suoi spettatori, per non sentirsi ferite nell'ego dalla consapevolezza che le protagoniste delle mie storie fossero, almeno in alcune istanze, la propria rappresentazione, avevano bisogno di considerarle parte di una demografica a sé: appunto, dei casi umani.

Ma la verità è che, per la maggiore, si trattava di donne normalissime. Alcune detestabili, altre meravigliose, le più semplicemente blande, ma bene o male tutte soggette a simili dinamiche, in grado di comportarsi in un modo o in quello opposto in base all'uomo che avevano di fronte e agli incentivi che questo gli dava.

Qualsiasi uomo con un minimo di esperienza lo sapeva, che è il motivo per cui i miei racconti gli risuonavano. E man mano che me ne rendevo conto accumulando esperienza a mia volta, mi diventava sempre più difficile sottrarmi dal fare generalizzazioni, a volte poco lusinghiere, sulla natura femminile. Quando non sono più riuscito a illudere me stesso, e di conseguenza le mie lettrici, che ciò che scrivevo non le riguardasse in alcun modo, ecco allora che quell'ironia che prima non disdegnavano affatto ha cominciato a risultargli fastidiosa, inopportuna e misogina.

Al mio personale cambiamento si è unito appunto quello della cultura femminista che, nel giro di un decennio, ha portato le stesse donne che prima reclamavano a gran voce la propria liberazione a vedere microaggressioni ovunque, sentire il bisogno di spazi sicuri e convincersi sinceramente che un orso in una foresta sia meno pericoloso di un individuo di sesso maschile. Il tutto ha fatto sì che, nel momento in cui ho spostato definitivamente il focus della mia attività online sull'aiutare gli uomini a non trasformare i propri angeli del focolare negli ennesimi casi umani dando gli incentivi sbagliati, le donne erano ormai passate da un iniziale 60% del mio pubblico a un misero 10%.

Non lo rimpiango, giacché in ultima istanza è in ciò che faccio ora che ho trovato la mia vera vocazione. Ma il fatto che più fossi maturato negli anni, uscendo dal mio guscio di “nice guy” che cercava di improvvisarsi playboy, più paradossalmente l'espressione sincera dei miei pensieri e delle mie emozioni si dimostrava incompatibile con la tipica sensibilità femminile, mi ha dato da riflettere su quello che era il mio sogno iniziale: raccogliere le mie avventure dissacranti in un filone narrativo coerente e pubblicarle un giorno in un libro apprezzabile dal pubblico mainstream.

Un libro che mostrasse il processo di autoesplorazione e di crescita personale a cui ero andato incontro vivendole, dalla più comica alla più tragica, e si concludesse con il lieto fine della mia storia d'amore attuale, nella cui possibilità non avevo mai smesso di credere, ma che ho dovuto imparare a costruire andando contro tutto ciò che mi era stato detto fosse corretto fare per avere successo con le donne, dalle donne stesse.

Se avessi proseguito su quella strada, mi sono chiesto, sarei riuscito mai a pubblicare un libro così presso una casa editrice di spessore? Sarebbe stato mai stato letto in una libreria?

La risposta è, con ogni probabilità, no. Non in un'industria editoriale quasi del tutto in mano, appunto, alle donne, diventata l'ennesima roccaforte di una cultura che invita gli uomini ad aprirsi su di sé in modo non dissimile a quello in cui una madre dice al figlio “vieni qui, che non ti faccio niente!” aspettandolo con la ciabatta alzata.

Una delle cose che insegno ai miei compagni di pene ancora poco smaliziati, come me ai tempi dei miei esordi nella scrittura, è che quando una donna chiede a un uomo di esprimere le proprie emozioni in realtà ciò che vuole è che capisca e rifletta le sue, così da sentire una connessione e rassicurarsi di non essere sola. Quel che a lui passa davvero per la testa le è talmente alieno che assaporarlo tale e quale, senza alcun edulcorante, non potrà che scatenarle una reazione di disgusto. Riuscirà a tollerarlo magari, ma mai ad accoglierlo con entusiasmo. Se è troppo forte penserà sia tossico e se è troppo debole penserà sia codardo. In ambo i casi penserà sia un depravato e se ha la fortuna di risultare perfetto penserà stia mentendo.

E avrà ragione. Non esiste uomo eterosessuale con delle gonadi funzionanti che pensi e si emozioni allo stesso modo in cui pensa e si emoziona una donna. Chi tira le file dell'odierna letteratura d'intrattenimento non può non saperlo, giacché si tratta esattamente di quel tipo di donne privilegiate e ultraprogressiste secondo cui si cela uno stupratore dentro ciascuno di noi; secondo cui, appunto, sarebbe meglio trovarsi sole in una foresta assieme a un orso.

Costoro più di tutte, anche quando sembra ci chiedano di essere vulnerabili, di raccontarci in modo autentico, in realtà ci stanno chiedendo di mentire. La vulnerabilità maschile, quella vera, è troppo grezza per il loro palato. Le storie di un uomo che si guarda dentro non necessariamente conterranno stupratori, ma certo personaggi che sessualizzano pesantemente le donne; che usano parole come “stronza” e “puttana”; che hanno emozioni sporche e scorrette, oltre che aggressive; che non provano molta simpatia all'idea che qualcun altro possa decidere ciò che è lecito dicano e pensino. Insomma, personaggi che non suoneranno affatto come le donne dell'alta società che ad oggi costituiscono la stragrande maggioranza degli autori, degli editori, dei redattori e dei lettori di romanzi e novelle vorrebbero che gli uomini suonassero.

Nessuna casa editrice cerca un nuovo Charles Bukowski. Al massimo un Matteo Bussola, o un Fabio Volo. E questo è il motivo per cui non troviamo in giro un vero equivalente mascolino del genere letterario della storia d'amore: non è che gli uomini non siano interessati a un certo tipo di esplorazione emotiva, quanto piuttosto che la stessa non verrebbe mai accolta dal cartello industriale a meno di non essere ammorbidita e addolcita al punto di snaturarsi completamente.

Non mi scorderò mai di quell'unica volta che ho commesso l'errore di mostrare un mio racconto a un'editrice che conoscevo per vedere come avrebbe migliorato la mia sintassi e l'ho finita a discuterci un'ora perché non trovava opportuna l'espressione “maledette cagne”.

Finché sarà così, gli autori uomini che sperano di arrivare agli scaffali delle librerie senza doversi castrare preferiranno limitarsi a produrre storie di personaggi epici o futuristici, in contesti di guerra o di fantasia, ma che in ogni caso non toccano, se non molto superficialmente, argomenti come il sesso, l'intimità e la scoperta di sé in relazione al genere femminile.

E ciò è una terribile perdita, perché le storie sono lo strumento più ancestrale e potente con cui impariamo dagli altri. Le cerchiamo istintivamente, a maggior ragione quando siamo troppo soli e troppo inerti per costruirci le nostre; come appunto i giovani uomini in questo momento, che nel tentativo disperatissimo di trovarne qualcuna con cui apprendere certi argomenti continuano a passarsi quelle scritte da altri come loro.

Oggi sarà sabato sera e le donne già si stanno preparando per i chads. Ricordate che la ragazza che vi piace anche quella col visetto da angelo questa sera si farà sfondare da uno slayer alto 1,90 x 90 kg con cazzone da 20, dentro un cesso lurido del mono. Il 90% delle donne stasera scoperà o con lo slayer appena conosciuto o col proprio ragazzo (ovviamente bello), questo lo fanno dai 15/16 anni. Nel mentre noi segregati in casa kv o v a 20 anni e oltre a parlare di surgery che tanto nessuno farà (anche se le farete ormai sarà troppo tardi non proverete mai una fighetta 16enne). Ricordate che se non avete fatto esperienze prima dei 20 anni avrete sempre dei rimpianti, una psiche danneggiata, non sarete mai normali. Chi pensa che non sia finita è un povero illuso.

L'antidoto contro copypasta deliranti come questo, che regolarmente gira nei gruppi Incel, purtroppo è tanto indigesto alla società per bene quanto il veleno che combatte, poiché superficialmente utilizza un simile linguaggio: si tratta di storie scritte da uomini che con le donne ci hanno a che fare per davvero. Tanto con quelle che si fanno sfondare nei cessi luridi quanto con quelle, invero ad oggi ben più numerose, che a fatica escono di casa per conoscere qualcuno.

Uomini che sanno raccontare il comportamento femminile con la comprensione di chi ne prende parte attiva, senza edulcorarlo come vorrebbe la maggior parte delle lettrici, ma anche senza mistificarlo come vorrebbero i lettori a cui si rivolgono, giacché scrivono con l'obiettivo di dare a questi degli spunti affinché imparino ad affrontare a loro volta le dinamiche fra i sessi contestualizzandole correttamente, anziché continuare a pensare che “sia finita”.

Uomini, insomma, che non fingono che le donne siano come si presentano, ma nemmeno come le presenta chi non le ha mai davvero conosciute. Che raccontano della propria esperienza con loro, nel bene e nel male, senza desiderare di cambiarle. Perché hanno imparato ad amarle così, quelle maledette cagne!

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