Come ben saprete, anche nella legge italiana si sta concretizzando l’idea spinta da anni dalle femministe e già realtà in altri paesi del “solo sì è sì”, ovvero che non serva una manifestazione di dissenso, un “no” espresso a parole o in altro modo, per definire un rapporto sessuale una violenza, ma sia sufficiente la mancanza di una manifestazione entusiasta di consenso in ogni momento dell’atto.
Il testo proposto e votato all’unanimità alla Camera è tuttavia stato bloccato in Senato lo scorso 25 novembre perché, per come formulato, di fatto negherebbe uno dei principi cardine del diritto penale – In dubio pro reo, dal latino “Nel dubbio, a favore dell’imputato” – e ribalterebbe l’onere della prova nel corso del processo, mettendo chi viene accusato nella posizione di dover dimostrare la propria innocenza anziché chi lo accusa in quella di dover dimostrare la sua colpevolezza.
Un tentativo di mediazione è stato proposto dalla senatrice Julia Unterberger, ma non è su quello che voglio soffermarmi, bensì sulla risposta della senatrice Valeria Valente.
Insomma, mi par di intendere che secondo la senatrice Valente pure l’idea che il consenso, e per estensione il dissenso, debba essere riconoscibile per poter formulare un’accusa di violazione dello stesso sarebbe un passo indietro inaccettabile rispetto a ciò che vorrebbe questa proposta di legge. Per la logica femminista tutto potrebbe esistere anche solo nella testa della presunta vittima – ovviamente sempre donna – il cui sentire interiore dovrebbe avere peso legale anche quando non manifestato in modo intellegibile per la controparte: solo un sì è sì… ma neanche, in realtà! Se vi ha detto di sì pensando che in realtà preferirebbe, o avrebbe preferito di no… comunque siete colpevoli di violenza!
Ma se vi sembra una logica surreale, ragazzi, è perché vi ostinate a non capirne il reale proposito, che non è quello di diminuire le reali violenze sessuali. Per capirlo dovete prendere atto di un paio di realtà empiriche.
La prima è che l’interesse delle donne nel sesso fine a se stesso è un po’ come l’interesse dei gay nel matrimonio: abbastanza da rompere i coglioni incessantemente per poterlo avere quando glie lo detta lo slogan del momento, ma poi all’atto pratico di non volerlo quasi mai per davvero. È banale biologia: il cervello femminile non si è evoluto per approcciare un rapporto sessuale con la stessa leggerezza con cui lo fa un uomo. Il che non significa che le donne che vogliono e che sono in grado di farlo non debbano avere tutto il diritto di farlo. Ma queste donne, che sono e saranno sempre una minoranza, non hanno mai avuto bisogno né del permesso del femminismo per fare quel che gli pare né di scaricare sul malcapitato di turno le proprie ansie rispetto a una cosa che non sanno realmente gestire. Perché appunto, la sanno gestire.
Purtroppo però succede che molte altre che farebbero meglio a pensarci due volte, ma sono state persuase dal femminismo che darla via come se non fosse loro sia un atto di emancipazione, entrano in macelleria raccontandosi di essere vegane e se ne pentono quando escono con la bocca che ha un po’ troppo sapore di carne. O peggio ancora, magari cominciano a provare ogni giorno una salsiccia diversa senza curarsi della reputazione che si fanno, sempre perché persuase dal femminismo che giudicare ciò che una donna ingoia è un retaggio patriarcale, finché la cosa non sfugge al loro controllo e gli viene l’urgenza di riscrivere un po’ di storia. Come faranno altrimenti a convincere il loro futuro marito, così attento al colesterolo, che la loro unica passione è Valsoia? Ecco dunque che, poverine, loro all’ingresso hanno visto disegnati un pollo, un maiale e un manzo e sono entrate pensando “Ma che dolce, un negozio che rispetta la natura!”, poi è stato il macellaio a farle sentire costrette dicendogli “Sono venti centimetri. Che faccio, lascio?”.
Si dirà che la sto esagerando, ma mi è capitato almeno tre volte – e dico “almeno” perché tre sono le volte che ricordo al momento – che delle donne fidanzate che avevano fatto qualcosa che non avrebbero dovuto fare e sono state sgamate dal fidanzato, di cui ovviamente non mi avevano detto nulla, provassero a raccontargli che ero stato io a spingerle contro la loro volontà. Poi c’è stata quella mia ex che, quando l’ho lasciata, vedendo che raccontarmi di tutti i tipi con cui usciva non mi suscitava alcuna reazione, m’ha detto che uno di questi l’aveva violentata. È stata poi la psicologa a farle confessare che in realtà era un “tentativo disperato” (sic!) di convincermi a tornare con lei.
Sia ben chiaro che dicendo questo non voglio negare o minimizzare i reali episodi di violenza sessuale. Che per inciso sono ugualmente gravi che capitino alla verginella o a quella che si è passata cento uomini diversi. Ma ragazze, se dopo anni di #metoo e #believewomen il nostro primo istinto quando raccontate di aver subito una violenza ormai è quello di dubitare della vostra parola, il motivo non è una fantomatica e inesistente cultura dello stupro: sono la quantità e la spudoratezza delle bugie raccontate dalle vostre sorelle.
La seconda realtà empirica è qualcosa su cui gli incel fanno un gran baccano – ma quando hanno ragione hanno ragione – ed è che la donna media non si sente attratta dall’uomo medio. Ritiene di meritarsi di meglio, soprattutto se si parla di dargliela senza chiedergli un investimento. L’uomo medio non le stimola desiderio carnale. Non le viene voglia di farselo per il gusto di farselo. Ci si mette assieme quando ne ha bisogno e lo schifa quando non ne ha bisogno. Paradossalmente il disgraziato totale, il criminale o il tossicomane hanno qualche chance in più di rispondere almeno a un bisogno perverso di crocerossismo o di trasgressione. L’uomo medio che si vuole fare una one-night stand o paga, o va con una messa peggio di lui, o decide di sbattersi seriamente e prendere pali su pali finché non ha la botta di fortuna di essere quello giusto al momento giusto o a furia di provare non diventa sveglio e impara a giocarsela bene.
Qui è dove gli incel sbagliano, perché escludono quest’ultima possibilità quando in moltissimi casi è quella determinante. Ma è pur vero che, se uno è sveglio e se la gioca bene, e ha la volontà di prendersi pali su pali, in un certo senso dimostra di non essere un uomo medio, anche se magari ne ha l’aspetto. L’uomo medio non è il brutto: è l’impacciato che non coglie i segnali. E le donne eviterebbero pure la fatica di dargli picche se potessero. Eviterebbero proprio di averci a che fare in certi scenari, vorrebbero che si tenesse alla larga da solo.
Ora, prendersela con le donne perché sono fatte così è stupido come prendersela con noi uomini perché ci scoperemmo pure il formaggio coi buchi. Il problema è la sovrastruttura. Una società sana insegna alla donna che l’uomo medio è quello che le permette di vivere comoda e non può evitare di averci a che fare, esattamente come lui non può evitare di esserne rifiutato la maggior parte delle volte. Insegna a entrambi che anche quando si gioca con rispetto può capitare di commettere falli e può capitare di perdere malissimo. Ogni tanto lui aprirà il portafoglio e a fine serata lei non sentirà la scintilla, ogni tanto lei aprirà le gambe e il giorno dopo lui non sentirà di volerla richiamare. Capiterà che ci si fraintenda, che uno dei due si senta preso in giro, trattato male, portato in situazioni che a posteriori avrebbe preferito risparmiarsi. Ma tutte queste cose, per quanto spiacevoli, non hanno niente a che vedere con l’essere costretti a fare quel che non si voleva fare. Questa, in una società sana, che dà giustizia alle vere vittime, non può essere solo una questione di percezione.
Ma l’ideale femminista è l’antitesi di una società sana. Quello di stare dalla parte delle vittime è uno specchietto per le allodole, ragazzi. Uscite dall’ottica che il proposito di una struttura o di un movimento sociale sia ciò che dichiara di volere: il suo proposito è ciò che realizza a conti fatti. Poco importa che venga da un intento deliberato o meno: se il timone gira per i fatti suoi e chi comanda la nave non lo riprende in mano, vuol dire che la rotta gli sta bene. E la rotta del femminismo è una società in cui le donne possono vivere sulle spalle degli uomini senza dovergli rendere conto di nulla. In questo caso, neanche di essere chiare quando li rifiutano. Perché essere chiare implicherebbe prendersi la piena responsabilità delle proprie parole e azioni, togliersi la possibilità di fare doppio gioco e potenzialmente dover affrontare un attrito: cosa che sempre meno sono in grado di fare.
La confusione della proposta di legge sul consenso è voluta. È un tentativo di normalizzare il “dovevi capirlo da solo” in cui le donne vigliacche abitualmente si rifugiano quando sanno di aver mandato segnali ambigui. Il suo fine ultimo non è diminuire le violenze sessuali: è creare un’equivalenza fra consenso e ipergamia, fra rifiuto e lesa maestà. È portare l’uomo medio, che la donna media schifa quando non ne ha bisogno, a capire da solo che non ci deve nemmeno provare. Scoraggiarlo abbastanza da far sì che si escluda di propria iniziativa dal mercato, sotto il pretesto che mettere una donna nella posizione di dovergli dire chiaramente di no o potenzialmente di pentirsi a posteriori di avergli detto di sì sia già una violazione del suo consenso.

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