Avendo frequentato tanti complottisti e ancora più anticomplottisti, posso dire che entrambi sono gruppi di persone dall’intelletto parecchio variegato.
Ovviamente ciascuno è convinto che il proprio sia il gruppo degli intelligenti e l’altro quello degli stupidi, ma in realtà la correlazione fra pensiero cospiratorio e fattore d’intelligenza generale è piuttosto debole rispetto a quella con caratteristiche psicologiche come la tendenza alla paranoia e un modo di ragionare fortemente basato sull’intuito1, che, se nella vita di tutti i giorni può essere utile a formare delle buone euristiche laddove analisi troppo sistematiche finirebbero per paralizzare le decisioni, davanti a scenari più complessi può portare a cadere in trappole cognitive come l’idea che grandi eventi debbano necessariamente essere spiegati da grandi cause e non possano succedere per mera coincidenza – il cosiddetto bias della proporzionalità – o che due eventi indipendenti abbiano una probabilità maggiore di verificarsi assieme rispetto a quella che se ne verifichi uno solo dei due – la cosiddetta fallacia della congiunzione.
Dal punto di vista politico invece bisogna dire che, per quanto nella cultura di massa il complottismo venga percepito come un fenomeno di destra – questo perché gli psicologi e i sociologi che lo studiano sono tutti di sinistra – la verità è che fazioni politiche diverse credono semplicemente a complotti diversi. Ma mentre parlano di quelle degli altri come “teorie complottiste”, con la tipica accezione negativa del termine, le proprie, quelle sono la verità che gli altri non vedono o fanno finta di non vedere. Perché così come gli stupidi, anche gli stronzi ovviamente sono sempre gli altri. E questa percezione falsata nella cultura di massa fa sì che, a differenza del complottismo, l’anticomplottismo abbia una fortissima connotazione politica.
La stragrande maggioranza delle agenzie di debunking – dalle organizzazioni per l’alfabetizzazione mediatica ai divulgatori-attivisti, fino ai giornali di fact-checking – è espressamente di sinistra, e concentra la sua attività sullo smontare le teorie del complotto più popolari nella destra, come il negazionismo del cambiamento climatico, dello sbarco sulla luna, la storia dell’11 settembre come macchinazione interna o le storie dei QAnon. Al contempo, però, ignora o addirittura dà voce a teorie del complotto popolari a sinistra, come quella che Trump nelle elezioni degli Stati Uniti del 2016 sia stato insediato dalla Russia, che Khomeini in Iran sia stato insediato dagli Stati Uniti, che diverse proteste e movimenti organici nel mondo siano in realtà orchestrati dalle potenze occidentali di destra e che l’iniquità e i mali della società abbiano radice nel capitalismo. Quest’ultima un’idea che ha fatto danni incalcolabili.
E come non citare quella del patriarcato: teoria del complotto che il CICAP e l’UAAR, fra le più note organizzazioni anticomplottiste in Italia, hanno attivamente spinto dando spazio ad attiviste femministe come se fossero scienziate e diffondendo bufale smentite da anni come quella del divario salariale di genere.
Ma veniamo alla caratteristica che, a mio giudizio, segna la differenza più sostanziale fra complottisti e anticomplottisti, che è come si comportano quando il caso dà ragione agli uni piuttosto che agli altri. Beh, quando dà ragione agli anticomplottisti in genere non succede nulla di particolare, perché quella è la situazione di default. I complottisti sono abituati a non vedersi riconosciuta la ragione. Lo danno per scontato. Ritengono sempre che ci sia una verità ulteriore dietro a quella ufficiale. Ed è proprio questa caratteristica a rendere le cose interessanti quando il caso invece la ragione glie la dà… perché continuano a farlo! Continuano a cercare una verità ulteriore anche quando quella ufficiale diventa la loro, o almeno lo diventa in parte.
Lo abbiamo visto con il rilascio degli Epstein files: i complottisti non si accontentano di averne un bel po’, di ragione. Non gli basta che alcuni fra i più influenti personaggi al mondo abbiano costruito le proprie reti di networking facendosi amico un suprematista ebraico, sapendo che trafficava e abusava sessualmente di ragazzine e in alcuni casi pure approfittandone. No, dev’essere che bevevano il sangue dei bambini come elisir di giovinezza. E intendiamoci, potrebbe essere. Tutto potrebbe essere. Ma ‘sto bisogno di alzare ogni volta il tiro nell’attesa che il caso un giorno possa rivendicare un’altra delle loro affermazioni è il motivo per cui nessuno a parte loro stessi prende sul serio il loro intuito. Se spari indiscriminatamente e ogni tanto becchi qualcosa, non è certo perché hai una buona mira.
Detto questo, se devo riconoscere un merito ai complottisti è che perlomeno hanno l’integrità di non rinnegare le proprie posizioni facendo finta di niente quando cambia il vento politico. Cosa in cui invece i loro detrattori sono maestri assoluti. Gli anticomplottisti diranno peste e corna di chiunque sostenga una versione dei fatti diversa da quella avanzata dalle fonti che loro ritengono affidabili, spesso secondo criteri circolari. Lo abbiamo visto durante il Covid: solo voci autorevoli possono esprimere pareri critici nei confronti dei vaccini, ma nel momento in cui un professore, un ricercatore o una rivista scientifica esprime un parere critico nei confronti dei vaccini, smette di essere una voce autorevole. Quindi non solo va ignorata, ma possibilmente pure soppressa. Questo, giusto finché appunto non cambia il vento politico, diventa socialmente accettabile mettere sul tavolo quest’altra versione dei fatti e si scopre che – Ops! – potrebbe persino essere quella vera.
A quel punto gli scatta l’interruttore e cominciano anche loro a parlarne come se in fondo l’avessero sempre considerata. O se proprio ammettono di aver cambiato idea, non è mai un’ammissione genuina, accompagnata da un effettivo riconoscimento di aver trattato ingiustamente come dei cretini, quando non proprio come dei criminali, quelli che ci hanno visto bene prima di loro, spesso mettendo gente che sollevava legittimi dubbi sotto lo stesso ombrello dei complottisti più deliranti. È sempre un tentativo piuttosto scocciato di far passare l’acqua sotto ai ponti che, se ascoltato per ciò che realmente vuol dire, suona molto come un “Dai, ancora state a menarla per quella cosa? E fatevela passare!”, “Beh, sì, noi un po’ ci sbagliavamo, ma non vuol dire che voi aveste ragione.” “No, non è che l’abbiamo spacciata per certezza, è che la nostra era l’opinione più giusta in quel momento, sulla base delle informazioni ufficiali che si avevano”. Insomma, se hanno creduto a cazzate e si sono comportati da stronzi, è comunque in qualche modo perché sono persone migliori.
E ciò succede perché le convinzioni degli anticomplottisti, tanto quanto quelle dei complottisti e di tutti gli esseri umani del pianeta, hanno radice nella propria identità percepita e nell’appartenenza a un gruppo sociale2 molto prima che nell’analisi critica. Tanto quanto c’è da da parte dei complottisti un certo innegabile gusto masochistico nell’essere sempre gli underdogs che li porta a non essere nemmeno in grado di godersi una piccola vittoria senza andarsi a cercare la prossima sconfitta, c’è da parte degli anticomplottisti un bisogno di essere membri della classe istruita, razionale e “correttamente informata” che gli impedisce di ammettere quando spengono lo spirito critico per ragioni ideologiche esattamente come tutti gli altri. Ne va troppo del loro status.
Neanche a dirlo, la missione Artemis II era in corso mentre scrivevo questo articolo e, parlandone con un conoscente complottista, mi son sentito dire “Andrea, ma come fai a essere così sveglio sui vaccini e a credere ancora che siamo andati sulla luna?”. Dio lo benedica.

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