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Dinamiche Uomo-Donna · Jul 15, 2025

Il femminismo non si combatte “discutendo”

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Gli appelli alla ragione sono armi a salve di fronte a donne in preda alle proprie emozioni


Roma ha appena assistito a due ennesimi eventi di repressione femminista. Prima è stata boicottata l'apertura di un centro per uomini vittime di maltrattamenti e poi è stato cancellato un evento a tema antisessista al circolo culturale MONK che avrebbe dovuto ospitare Yasmina Pani e Immanuel Casto.

Se ne sta discutendo parecchio, e questo è un bene. Ma farò l'antipatico della situazione e dirò ad alta voce quel che i miei amici e colleghi antisessisti di cui ho grande stima non si azzarderanno mai a dire, e cioè che certe cose continueranno a succedere finché continueremo a trattare il problema del femminismo come qualcosa che può essere risolto discutendone; esponendone le fallacie, gli eccessi, e aspettandoci che le giovani donne, che sono la categoria più vulnerabile alla sua propaganda, capiscano e decidano di boicottarlo.

Perché ci ostiniamo a far così? Penso sia perché in occidente abbiamo un fondamentale punto debole: siamo troppo “civilizzati”, o forse dovrei dire domesticati. Troppo rimossi dal mondo reale. E così come non abbiamo più una teoria della mente per le popolazioni con una morale radicalmente diversa dalla nostra – tanto che ancora ci illudiamo di poterci convivere assieme in una democrazia multiculturale – allo stesso modo non abbiamo più una teoria della mente femminile.

Anche chi di noi non si beve l'indottrinamento intersezionale ed è in grado di capire che, tanto quanto gli uomini, le donne sono capacissime di essere sia vittime che carnefici, spesso è restio ad ammettere la necessità di contrastare determinati eccessi femminili con altri mezzi che la discussione razionale, esattamente come contrastiamo determinati eccessi maschili con altri mezzi che la discussione razionale. E in particolare, appunto, chi sposa un paradigma antisessista è restio ad afferrare le implicazioni che le profonde differenze psicologiche fra i due sessi hanno nel determinare sia questi eccessi che i modi alternativi con cui contrastarli. Questo, ovviamente, fermo restando il fatto che eccessi tipicamente femminili possono manifestarsi benissimo anche negli uomini e viceversa.

Il femminismo, che lo si veda come religione o come sintomo psicologico, non attecchisce su una tabula rasa. Come il cristianesimo ha trovato terreno fertile in un popolo in determinate condizioni – i giudei conquistati dall'impero romano – e ne ha esasperato le caratteristiche psicologiche – quelle che Nietzsche ha poi descritto come “moralità del servo” – facendole diventare dottrina, il femminismo con tutti i suoi eccessi – dall'incapacità di dare un limite alle proprie pretese anche laddove si è già preso praticamente tutto a quella di rinunciare anche solo a una briciola di spazio pubblico nell'ansia che gli vengano tolte attenzioni per essere date a qualcos'altro – trova terreno fertile in una popolazione con con una caratteristica specifica: degli uomini che rispondono alle nevrosi delle donne come se fossero affermazioni fattuali di realtà. Che sia accondiscendendovi, oppure cercando di correggerle con altre affermazioni fattuali di realtà.

Chi vi accondiscende sono ovviamente i maschi femministi. Quegli individui che, se ci fossero degli alieni a studiare l'etologia umana, verrebbero chiamati “sneaky fuckers”. Sì, è un termine che compare nella letteratura scientifica1. Indica i maschi di una specie che, non avendo gli attributi per poter competere con successo in modo diretto nella selezione sessuale, adottano strategie subdole per riuscire ad accoppiarsi, fra cui appunto anche camuffarsi da femmine per poterle avvicinare dando l'apparenza di essere inoffensivi.

Ma per quanto certi uomini siano indubbiamente un cancro sociale, il problema su cui sto martellando oggi riguarda gli altri. Riguarda tutti quelli che, in buona fede, cercano di contraddire la narrazione femminista entrando nel merito di ciò che afferma. Sia ben chiaro, non è mia intenzione sminuire il valore del fare corretta informazione. Si tratta di un lavoro pazzesco che gente come Yasmina Pani, Luca di WannaBeHuman, CJ di Homo Sapiens, Manuel di Stop Sessismo, il team de La Fionda e altri fanno molto meglio di quanto saprei fare io. Ma purtroppo, quando le femministe parlano dell'emergenza femminicidi, del divario salariale di genere, del problema dello sguardo maschile, o di qualsiasi altra cosa, rispondergli correggendole nei fatti manca completamente il punto della questione, che non è la realtà fattuale, bensì il bisogno femminile di aver placate le proprie emozioni fuori controllo.

Bisogno che le donne normali in circostanze normali riversano sugli uomini, sostanzialmente rompendogli i coglioni. Il che molte lo negano e molti lo vivono con insofferenza, ma, come ho detto mille volte, è un impulso fisiologico, perfettamente sano entro certi limiti, e che quando gestito bene permette la creazione di relazioni soddisfacenti. Un uomo in grado di domare l'emotività di una donna senza farsi piegare – o come direbbe lei in modo più politicamente corretto, in grado di “tenerle testa” – soddisfa questo suo bisogno e le permette di lasciarsi andare, dandogli tutta se stessa, sentendosi al sicuro. Quando invece fallisce nel farlo, lì è dove lei comincia a perderne il rispetto e, non trovando pace per la propria ansia, a dare di matto e rendersi insopportabile.

Che c'entra questo con la tesi che voler fermare la propaganda femminista correggendola nei fatti manca il punto della questione? Beh, sarò provocatorio, ma quando mai la vostra fidanzata vi ha detto “non mi porti mai fuori a cena” e risponderle mettendovi a contare quante volte l'avete portata fuori a cena negli ultimi mesi le ha fatto dire “oh, hai ragione, mi sono sbagliata, scusami”? Quando mai vi ha detto presa dal panico cose come “non mi ami più” o “hai un'altra” e farle un elenco dettagliato di tutte le ragioni per cui è sciocca a pensarlo è servito a farla calmare? E se non funziona con la vostra fidanzata, che si presume essere sana di mente e avere una certa fiducia in voi, cosa vi fa pensare che possa funzionare a livello sociale, con una demografica di giovani donne convinte in buona parte che sia meglio trovarsi sole in un bosco con un orso? Perché non so se vi è chiaro, ma quando vi mettete a puntualizzare il numero effettivo di femminicidi, o a smontare la bufala del divario salariale di genere, o a comparare statistiche sulla violenza, state facendo esattamente la stessa cosa.

Ribadisco, non voglio sminuire il valore della corretta informazione. È una componente fondamentale della lotta a qualsiasi ideologia. Ma attecchisce su persone lucide. E a rendere non lucide e vulnerabili alla propaganda femminista tutte queste donne non sono le informazioni scorrette che il femminismo passa in sé, bensì il fatto che queste riflettono e amplificano il loro stato emotivo interno. Ancora, non persuaderete mai una donna che ha paura di essere stuprata ogni volta che esce per strada mostrandole delle statistiche. L'unica cosa che le farete capire è che non afferrate da dove viene davvero il suo bisogno di sentirsi al sicuro, che non avete gli attributi per soddisfarlo, e quindi cercate di convincerla razionalmente che la sua emozione è sbagliata. Tali e quali a un uomo che non ha gli attributi per eccitarla e quindi cerca di convincerla razionalmente di tutti i vantaggi di uscire con lui.

E mi spiace, ma finché sarà così il femminismo avrà sempre più capitale sociale di chiunque cerchi di contrastarlo; capitale su cui potrà appoggiarsi per far passare norme e leggi discriminatorie, e per mettere a tacere, come appunto ha appena fatto due volte a Roma, ogni forma di dissenso. Perché per quanto sia tirannico, pieno di menzogne e offra soluzioni di merda, che all'atto pratico fanno male sia agli uomini che alle donne e portano alla distruzione delle relazioni fra noi, quantomeno superficialmente risuona col bisogno primordiale femminile di sentirsi al sicuro dietro la guida e la protezione di qualcuno o, in mancanza di qualcuno, di qualcosa di più grosso e di più saldo di sé. Bisogno che, come ho detto, quando insoddisfatto, le fa diventare matte e rancorose, e che oggi come oggi gli uomini non sanno soddisfare, perché non hanno alcun modello maschile che glie lo insegna – il femminismo stesso si è assicurato di eliminarli tutti – né vogliono soddisfare, perché francamente, guardando le donne che ci sono in giro, che cosa glie ne verrebbe?

Per questo, purtroppo, ritengo che il problema non abbia attualmente soluzione. Il bisogno femminile innato di rassicurazione può essere soddisfatto soltanto guardando in alto. E infatti le relazioni eterosessuali più felici e stabili sono quelle che soddisfano l'ipergamia. Lei deve poter ammirare il suo uomo, potersi fidare quando le dice “lascia stare, ci penso io” e… sì, deve potergli rompere i coglioni ogni tanto sapendo che sa come prenderla. Solo a quel punto, quando avrà visto che farsi tenere per mano da lui è meglio che andare da sola, sarà disposta ad ascoltarlo ogni tanto quando le dice “amore, 'sta cosa è una stronzata e ti spiego perché”. E solo a quel punto si guarderà dal rompergli le palle eccessivamente, dal dare in escandescenze quando le dice “no”. Perché soddisfa i suoi bisogni, che è una cosa ben diversa dall'accontentare i suoi capricci, e la sua più grande ansia sarà quella di perderlo.

Ma che le relazioni di coppia non sono relazioni fra pari, lo sappiamo. E per quanto ancora ogni tanto ci prendiamo in giro affermando il contrario, perché è la moda dell'epoca, alla fine bene o male lo accettiamo. Le donne stesse, d'altronde, non fanno alcun segreto di voler stare assieme a uomini di status più alto del proprio. A livello sociale, invece, anche se non c'è alcun motivo razionale per cui debba funzionare diversamente, continuiamo a ostinarci a credere che possa importargli di ciò che hanno da dire uomini che considerano al di sotto di sé. Lo facciamo perché elevare collettivamente gli uomini al di sopra delle donne in termini di status significherebbe a tutti gli effetti avere un patriarcato. Magari un patriarcato benevolo, democratico, che non toglierebbe di per sé diritti a nessuno. Ma comunque un patriarcato. E nessuno lo vuole.

Non lo vogliono le femministe, per ovvie ragioni. È chiaro ormai che piuttosto che cedere il timone per sei secondi preferiscano lasciar affondare la nave. Non lo vogliono le donne normali, perché sono state convinte dalle femministe che patriarcato significhi Il racconto dell'ancella – una storia che a mio giudizio dice più sulle fantasie feticistiche di chi ne è ossessionata che sulla società, ma questo è un discorso per un'altra volta. Non lo vogliono gli antisessisti, perché nonostante le buone intenzioni sono troppo legati a un paradigma egualitario per concepire l'idea che la donna, lasciata ai propri mezzi, tenda comunque a farsi dominare, se non dagli uomini, dalle proprie ansie, e che per arrivare alla felicità qualche volta abbia bisogno di sentirsi dire “vieni e non rompere i coglioni” da qualcuno più grosso di lei mentre protesta, gli dà dello stronzo e fa di tutto per impedirglielo.

E per finire, vi sorprenderà, ma il patriarcato non lo vogliono nemmeno quegli uomini che blaterano costantemente di voler togliere diritti alle donne. Sì, quelli molto impropriamente chiamati redpillati; i gemelli speculari delle femministe, in particolare nel fatto di non rendersi conto delle implicazioni di ciò che chiedono. Cos'è d'altronde, chiedere che alle donne venga tolta la libertà di scelta affinché accettino la loro dominanza, se non un'esplicita ammissione che, potendo scegliere, nessuna lo farebbe? Eppure un buon patriarca dovrebbe avere competenze sufficienti nell'elevare la qualità della vita della propria famiglia da non aver bisogno di costringere nessuno a rispettare la sua autorità, o almeno così mi aspetterei. Ma in fondo che competenze ci possiamo aspettare da uomini che per riuscire a scopare vorrebbero la figa di cittadinanza?

Insomma, per il momento credo proprio che ci terremo la situazione così com'è. Nel paradigma sociale attuale, gli uomini non hanno né lo status, né il carisma, né alcun altro mezzo di persuasione per dire “adesso basta” davanti al femminismo ed essere ascoltati su larga scala. Non hanno il bastone, e quello anche meno male, ma soprattutto non hanno la carota per convincere una massa critica sufficiente di donne che ciò che hanno da offrire loro è così tanto meglio di ciò che offre il femminismo da farglielo boicottare apertamente pur di non perderli. Ci piaccia o no, funzioniamo a incentivi. E per spingere le donne a esporsi assieme agli uomini contro il matriarcato, denunciandone gli eccessi, ora come ora non c'è incentivo sufficiente.

Non c'è prospettiva di un patriarcato attraente.

1

L'origine viene comunemente attribuita a John Maynard Smith (Evolution and the Theory of Games, 1993), ma menzioni dello stesso si possono trovare nei lavori di John Krebs (Behavioural Echology: An Evolutionary Approach, 1978) e Jeremy Cherfas (Games Animals play, 1977), a suggerire che fosse già in uso da almeno un paio di decenni prima di venire ufficializzato.

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