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Dinamiche Uomo-Donna · Jun 22, 2025

Il pregevole abominio di Adolescence

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Dagli accoltellamenti agli incel, tutte le bugie della serie Netflix

Col tipico ritardo che mi caratterizza, ho deciso di guardare assieme al mio buon amico Luca la serie più discussa della primavera. L'abbiamo “recensita” sul suo canale YouTube qualche settimana fa, complimentandone l'innegabile qualità tecnica per poi buttarci a fondo nell'analisi del messaggio che trasmette e delle ramificazioni dello stesso, che era ciò di cui realmente volevamo parlare. Qui vi lascio il video della nostra conversazione, per chi volesse vederselo per intero. Luca in particolare, che sa il fatto suo di produzione cinematografica, ha notato dei dettagli pregevoli e interessanti su cui val la pena che gli appassionati si soffermino.

Di seguito, invece, vi faccio una trascrizione pulita e riordinata dei punti di maggior interesse “per l'ordine pubblico”, che ho trovato valesse la pena ribadire in un articolo corredato da fonti.

La forza di una narrativa

La storia raccontata nella serie mi ha ricordato, per certi versi, un episodio accadutomi alle scuole medie.

Il mio professore di musica era gay. Non lo aveva mai apertamente ammesso, ma il modo in cui suonava il flauto dolce lasciava poco spazio a interpretazioni. D'altronde non lo aveva mai neppure apertamente negato di fronte alle prese per il culo da parte dei maschi della classe. E posso assicurarvi che lo si prendeva costantemente per il culo, seppure non come gli sarebbe piaciuto. Ha sempre risposto ridendo e mai creato problemi per la cosa. Era un vero tesoro. Pure i suoi bulli peggiori sotto sotto gli volevano un gran bene. Finché, un giorno, non ha fatto delle avances esplicite a uno studente e questo lo ha minacciato di dirlo in giro. Il bidello li ha sorpresi mentre cercava di strangolarlo per metterlo a tacere.

Cos'hanno in comune le due storie? Il fatto di essere entrambe completamente inventate.

Quello, e di non essere minimamente rappresentative della realtà statistica, rispettivamente per quanto riguarda i ragazzini incel e i professori gay, ma comunque abbastanza verosimili da poter cambiare la percezione degli stessi a chi le ascolta. Nonostante vi abbia detto subito che è inventata, sono certo che ad almeno qualcuno di voi la mia storia tornerà in mente prima o poi come se fosse un fatto di cronaca, magari proprio il giorno in cui per caso avrà a che fare con un professore gay. E nemmeno mi sono impegnato a scriverla in modo emotivamente coinvolgente.

Adolescence, per contro, colpisce duro. È una potente storia drammatica, magistralmente raccontata. E si sa, siamo molto più sensibili alle storie che alle crude analisi di realtà. Il che diventa un serio problema quando, a tutti gli effetti, cominciamo a sostituirle alla realtà. Il primo ministro inglese Starmer ha chiamato la serie Netflix un “documentario” in almeno due occasioni e come lui hanno fatto numerosi giornalisti. Non solo, la leader dell'opposizione Kemi Badenoch è stata messa sui carboni ardenti in tv per non averla guardata, sottolineando che si tratta di un'opera di fantasia.

Una cosa simile era successa nel 2018 per la serie Butterfly, che il Guardian aveva chiamato “truthful drama” ed era stata mostrata in diverse scuole nonostante desse una rappresentazione estremamente distorta della demografica del protagonista: un bambino “trans” di 11 anni che vorrebbe i bloccanti della pubertà. Anche allora dietro alla realizzazione della serie c'era un'agenda politica, che oggi sappiamo essere basata su ricerca scientifica fraudolenta: i bloccanti della pubertà non danno alcun sollievo a lungo termine per la disforia di genere, nonostante in Butterfly si affermasse il contrario. La clinica di Tavistock, che lì veniva presentata come un centro di eccellenza, è ora chiusa da tre anni per le sue attività criminali, fra cui averne spinto l'uso.

Allo stesso modo, c'è un'agenda politica dietro la realizzazione di Adolescence, come i suoi autori hanno apertamente affermato, e c'è una potente azione di lobbying dietro la sua promozione. Tender Arts, l'organizzazione “che utilizza le arti per promuovere le relazioni sane e prevenire abusi e violenze”, co-fondata dalla ex fidanzata di Starmer, Philippa Kaufman, che ora ha ottenuto dallo stesso il contratto per trasmetterla nelle scuole era già pronta con l'intera campagna di PR il giorno stesso della sua uscita. Insomma, ci sono tutti i presupposti per pensare che la discussione che la serie ha suscitato sia frutto di una ben studiata campagna di astroturfing da parte di gruppi di interesse collusi col governo inglese.

Ora, che l'arte venga prodotta per fare propaganda non deve stupire di per sé. Come Luca ha sottolineato durante la diretta, ha sempre assolto anche a questa funzione: persino l'Eneide era stata scritta specificamente come opera di propaganda per esaltare la grandezza di Roma. Ma un'opera d'arte che si pone di “far parlare di un problema” allo scopo di influenzare delle policy pubbliche dovrebbe quantomeno porsi l'impegno di raccontarlo nel modo più veritiero possibile. Ciò che fa altrimenti non è altro che sviare la discussione. Gli autori di Adolescence hanno detto di essersi ispirati a due specifici casi di cronaca – salvo poi rimangiarselo dopo le accuse di race swapping – e di aver sentito il bisogno di sollevare l'allarme su come i contenuti del web, e in particolare i contenuti della cosiddetta manosphere, renderebbero pericolosi gli adolescenti. Ma si tratta di un panico morale in tutto e per tutto analogo a quello verso i videogiochi che imperava negli anni '90.

Jamie, il protagonista della serie, non è una rappresentazione accurata né del tipico accoltellatore, né del tipico incel. E, dati alla mano, non vi è alcun motivo di parlare di epidemia di violenza sulle donne da parte di individui radicalizzati dalla manosphere, né di ritenere gli incel in generale una demografica violenta. Se tanto, sono meno violenti della popolazione generale.

Cosa dicono davvero i dati

Ci sono decine di migliaia di crimini coinvolgenti un'arma da taglio ogni anno nel Regno Unito. Una media di 100-150 al giorno. Mi accorgo ora, riguardando il dato, di aver commesso un errore nella diretta definendoli accoltellamenti: il numero conta anche intimidazioni e rapine a mano armata. Cionondimeno, si tratta di un'epidemia, e dai dati della Youth Justice Board for England and Wales raccolti nel 2024 risulta che solo il 17% dei perpetratori sono minorenni. Fra di essi, bambini e ragazzi neri sono il 6% della popolazione e commettono il 14% degli accoltellamenti. Fra gli adulti la disparità razziale è ancora più bieca: da dei dati del 2022 estratti dal sito della polizia metropolitana del Regno Unito con una freedom of information request risulta che i neri, 4% della popolazione adulta, commettono il 47% degli accoltellamenti. E la maggior parte delle vittime di questi accoltellamenti sono uomini, non donne. In generale, nel Regno Unito, il 72% delle vittime di omicidio sono uomini.

Insomma, né la vittima né l'assassino nella serie Netflix sono accurate rappresentazioni di ciò che succede abitualmente per le strade inglesi. Un caso come quello di Jamie sarebbe una vistosa anomalia nella realtà. E a contribuire a renderlo un'anomalia è anche il fatto di provenire da una famiglia intatta, con una figura paterna presente, quando è risaputo che i maschi in cui questa figura è assente sviluppano una propensione alla criminalità esponenzialmente maggiore, anche se a oggi non è ben chiaro quanto la causa sia ambientale e quanto genetica: per intenderci, quanto sia la mancanza della disciplina paterna a fargli sviluppare un comportamento impulsivo e quanto invece lo ereditino dal padre stesso, soprattutto nelle comunità nere spesso assente perché fuggito dalle proprie responsabilità, quando non già in galera egli stesso. Una notizia che rallegrerà qualcuno e rattristerà qualcun altro è che sempre più evidenza emerge che, al netto di abusi o severa negligenza, l'esatto comportamento dei genitori nei confronti dei figli ha un effetto tutto sommato marginale sul loro temperamento da adulti. Il padre di Jamie si strazia per non aver fatto abbastanza per il figlio, ma realisticamente è improbabile che avrebbe cambiato il suo destino anche facendo di più. A chi fosse curioso di approfondire l'argomento consiglio il libro Blueprint: How DNA Makes Us Who We Are, di Robert Plomin.

Quanto alla presunta connessione di gesti simili con un'ideologia misogina proveniente dalla manosphere: si tratta, allo stato attuale, di una connessione di pura fantasia. In primis, è già assurdo di per sé parlare di “ideologia della manosphere”, considerando quanto la stessa è ampia e variegata. Ma su come gli autori della serie, tramite i personaggi, abbiano involontariamente reso molto bene quanto poco la gente comune ne capisca dell'ambiente ci torno a breve. In secundis, non vi è alcuna epidemia di violenza contro le donne ispirata dalla manosphere, né nel Regno unito né da nessun'altra parte.

Vi è un'epidemia di esternazioni misogine? Questo sì, direi che è evidente a chiunque la osservi, da qualsiasi angolo. Ma l'utilizzo di un linguaggio aggressivo, anche raccapricciante, nei confronti di un gruppo non è fattore predittivo di violenza verso quel gruppo. Nemmeno di astio, a dirla tutta: contate le volte che dico “frociodimmerda!” e ne desumerete che sono una persona estremamente omofoba; chiedete a uno qualsiasi dei miei amici gay a cui dico regolarmente “frociodimmerda!” se sono omofobo e vi riderà in faccia. Ma anche laddove l'astio è reale, non vi è alcuna correlazione fra l'augurare una morte atroce a qualcuno sul web e la propensione a tirargli anche solo un pugno, per quanto possa venire istintivo temerlo. Se d'altronde questa correlazione ci fosse, sarebbe opportuno preoccuparsi allo stesso modo delle rampanti esternazioni misandriche di cui il web è pieno. Il mio buon compare CJ – frociodimmerda! – si occupa di documentarle sulla sua pagina Instagram.

“Eh, ma sono due cose diverse!”. Diverse come? Da una recente comparazione effettuata da Erica Coppolillo su varie subreddit estremiste risulta che non vi sono significative discrepanze fra i modi in cui uomini misogini e donne misandriche utilizzano il linguaggio nei confronti dell'altro sesso. E diverse perché? Al solito, quando gli uomini si comportano da stronzi è perché sono stronzi, e quando le donne si comportano da stronze è perché sono stronzi. Nel paradigma femminista in cui viviamo, pregno del mito dell'oppressione patriarcale, l'antagonismo verso gli uomini è socialmente accettato. E proprio per questo, forse andrebbe temuto più dell'antagonismo verso le donne. Sono le donne, d'altronde, ad avere maggior leva fintanto che gli uomini non reagiscono in maniera violenta.

E, come dicevo, gli incel in particolare non sono una demografica violenta. Un'analisi del 2020 ha contato in totale 59 vittime di attentati incel al mondo, da quando il fenomeno è emerso per come lo conosciamo. Per comparazione: il gruppo terrorista islamico Boko Haram, di circa 15.000 membri, ha fatto 350.000 vittime in un simile lasso di tempo. Gli incel risultano addirittura meno violenti della popolazione generale, stando ai numeri. Una cosa alquanto bizzarra, considerato che storicamente la mancanza di accesso riproduttivo è sempre stata movente di violenza degli uomini. Su altri uomini, notare bene. Non sulle donne. Lo studio del 2023 di Costello e Buss, intitolato non a caso Why isn't There More Incel Violence? si interroga sul motivo di questa bizzarria, proponendo l'ipotesi della “sedazione”: quel mix di intrattenimento videoludico, droghe leggere, pornografia e circoli sociali virtuali in cui sfogano la propria miseria che smorzerebbe il loro impulso violento tanto quanto smorza il loro impulso a uscire di casa e interagire.

Sempre secondo la ricerca di Costello, e contrariamente all'immagine popolare che se ne fa, gli incel sono tutt'altro che “maschi bianchi di estrema destra”. All'interno del campione intervistato, il 36,42% si identificava come BIPOC — un numero leggermente più alto rispetto alla percentuale di non bianchi attesa nella popolazione anglofona – e il 44,70% come politicamente a sinistra, contro un 38,85% a destra e un 17,47% centrista. Va detto, un campione di 139 individui fatica assai a dirsi rappresentativo, ma bene o male nessuno che conosca davvero l'ambiente si è sorpreso della diversificata composizione etnica. Viceversa, molti nel corso della diretta e nei commenti hanno immediatamente respinto l'idea della tendenza politica a sinistra. Qualcuno mi ha chiesto quale individuo che si dichiara a sinistra limiterebbe la libertà di una donna di scegliere il proprio partner. La risposta non mi sembra difficile: lo stesso che limiterebbe la libertà di fare impresa sequestrando i mezzi di produzione. O la libertà di non vaccinarsi, se vogliamo un esempio più recente. Che la sinistra sia perfettamente in grado di essere autoritaria e illiberale ormai penso sia cosa nota. Ma forse un'illustrazione può rendere tutto più chiaro.

I sei fondamenti morali secondo la teoria sviluppata da Jonathan Haidt.

Questi sono i sei fondamenti morali su cui si differenziano liberali e conservatori, intesi come sinistra e destra americana, concettualizzati da Jonathan Haidt nel libro The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion. È abbastanza palese che gli incel diano maggiore importanza alla propria presunta oppressione che alla libertà individuale – come appunto, paradossalmente, i liberali – alla sofferenza e alla parità di risultato, più che di opportunità. E altresì che siano sfiorati assai poco da concetti come il rispetto delle gerarchie, la sacralità di idee o cose e il sacrificio per propositi superiori. L'utopia di molti di loro è che torni in auge una monogamia imposta non perché siano in alcun modo conservatori, ma solo al fine di redistribuire le donne equamente a tutti gli uomini. Sono, a tutti gli effetti, i comunisti della figa.

Le altre due loro caratteristiche di spicco sono l’essere massicciamente depressi – il 45.68% del campione mostra una depressione moderatamente severa e il 29.63% severa; solo il 3,70% non ne mostra segni – e sovrarappresentati nello spettro autistico. E ahimé, è quest’ultimo il principale fattore che li mette in difficoltà con le donne. Non che sono brutti, non che sono bassi; certe cose hanno un impatto – un enorme impatto, quando l'unico mezzo utilizzato per provarci sono le applicazioni d'incontri – ma la maggior parte di loro è comunque più alta della maggior parte delle ragazze, non è deforme e avrebbe ampio margine per migliorare il proprio aspetto, se ci si mettesse. Molto più difficile gli è superare l'impacciataggine sociale, il modo in cui ragionano e comunicano che causa un istintivo rigetto nella maggior parte delle donne. E questo rigetto, unito alla convinzione di non poter fare assolutamente nulla per superarlo, come la ricerca evidenzia, li porta in un profondo stato di depressione. Molto più che per le donne, gli incel sono pericolosi per loro stessi. Un personaggio come Jamie, nel mondo reale, ha molte più probabilità di suicidarsi che di ammazzare una ragazza.

E una cosa che la serie, a mio giudizio involontariamente, rende molto bene, è proprio quanto poco, in una società interamente costruita sulle sensibilità femminili, il disagio di ragazzi come lui viene capito, così come poco vengono capiti gli spazi virtuali a cui si affacciano di conseguenza.

Due personaggi terribili

Due personaggi in particolare rappresentano alla perfezione questo male sociale. Sì, Jamie è l'assassino, il cattivo della storia. Ma nel cercare il marcio che lo ha portato a compiere il suo gesto questi due personaggi rivelano – ancora, involontariamente — di esserne parte in prima persona, pur non essendo personaggi cattivi in sé. Sono la psicologa forense che gli fa l'assestamento nel terzo episodio e la sergente che assiste il detective nelle indagini.

La prima, durante il colloquio, che è il loro terzo ed ultimo, oscilla fra il trattarlo come un bambino e il trattarlo come un adulto. Ci sono momenti in cui sembra volerci costruire un genuino rapporto e altri in cui cerca di testare la sua reazione e guadagnarsi la sua complicità con l'arguzia. Quando gli offre il tramezzino per vedere se accetta di mangiarlo, fa ciò che nel gergo dei Pick-Up Artists veniva chiamato “compliance test”: un modo per valutare il livello di investimento di una donna e decidere la prossima mossa sulla base della sua reazione. Certo, quando lo fa un uomo adulto flirtando con una donna adulta sono “vili trucchetti” e lui è un “manipolatore misogino”, ma se lo fa una psicologa con un bambino suppongo vada bene.

Lui percepisce chiaramente la manipolazione, ci casca comunque perché è un bambino e non riesce a resistere all'impulso di cercare la sua approvazione – cosa di cui qualsiasi ritardato si sarebbe accorto e a maggior ragione avrebbe dovuto accorgersene lei – e dunque alterna momenti di volontaria sottomissione a momenti di sbrocco totale, che lo fanno sembrare un completo schizzato, quando non riesce a gestire la tensione all'idea di essere sotto il suo controllo. Ancora, perché è un bambino. E cosa succede quando, durante uno di questi sbrocchi, si lascia scappare la confessione dell'omicidio? Che lei chiude lì la seduta. Ha finito il suo lavoro e decide di andarsene, rifiutando pure di rispondergli quando lui, mentre viene portato via dalla guardia, fa un ultimo disperato tentativo di avere la sua approvazione, chiedendole se le piace come persona.

Della conclusione di quella scena mi ha particolarmente infastidito che si cercasse di far passare lei, l'adulta, come la vittima della situazione, quella sconvolta emotivamente. Dopo aver compiuto un gesto di così palese crudeltà nei confronti di un bambino. Un assassino, sì, ma che in quel momento era disarmato, inoffensivo e lei avrebbe dovuto in ogni caso trattare in modo compassionevole e professionale. A maggior ragione sapendo, a quel punto, il movente che lo aveva spinto ad agire. Fuori dai denti, mi permetto di dire che lavorare sui mezzi pubblici di Milano significa subire regolarmente scenate peggiori da parte di gente adulta, a volte armata, spesso in stato pesantemente alterato ed effettivamente pericolosa. Se è bastato che un bambino le urlasse addosso per sconvolgerla emotivamente, beh, forse non avrebbe dovuto fare la psicologa.

Ma veniamo appunto al motivo che ha spinto Jamie a uccidere. Per una parte significativa del colloquio, lei cerca quasi di tirargli fuori a forza un movente misogino: lo tempesta di domande su cosa pensa delle donne, cerca di capire se suo padre è un esempio di “mascolinità tossica”… ma è palese che Jamie non ha nulla di particolare contro il genere femminile

Nemmeno si identifica nella Black Pill, e lo dice espressamente! Ha una sana e fisiologica attrazione per le ragazze, ci prova con quella che gli piace sperando di avere qualche chance in più in un suo momento di debolezza – una mossa da ragazzino sfigato, non da misogino – e in risposta viene pesantemente bullizzato da lei. E da un sacco di gente online che si accoda a lei. Dunque la segue nascondendo un coltello, presumibilmente con l'intento di farle paura tirandolo fuori, ma non lo tira fuori. Cerca di affrontarla a parole, lei lo spinge a terra come ulteriore sbeffeggio e fa per andarsene, a quel punto la assale. È un atto di vendetta per il bullismo subito, non per il rifiuto. Non c'è misoginia dietro, non c'è “mentalità incel” o indottrinamento di alcun tipo. Incel è unicamente l'appellativo rivoltogli per bullizzarlo, l'odierno equivalente di “sfigato”. L'unica cosa su cui dà ragione agli incel è la regola dell'80/20, che illustrerò a breve.

Prima però voglio parlare un attimo della sergente che assiste il detective nelle indagini. L'altro personaggio terribile che la serie non si rende conto di quanto sia terribile. C'è una frase che ha detto che mi è rimasta particolarmente impressa per come simboleggia alla perfezione il motivo per cui le donne non capiscono i problemi degli uomini e non sono in grado di aiutarli: “i ragazzi hanno solo bisogno di qualcuno che gli dica che vanno bene così.”

Non vorrei passasse inosservata l'ironia di una frase del genere all'interno di un prodotto Netflix in cui gli uomini vengono presentati come inetti che non ne combinano una giusta – a meno che non siano neri ovviamente – e le donne come quelle che devono mettere tutto a posto. Presentazione in linea con quella di tutti gli altri prodotti Netflix e dei media in generale, ormai. La società intera odia gli uomini e non lo nasconde. Li incolpa di ogni male al mondo, li fa sentire indesiderati, li convince che sono sbagliati, li spinge a rinunciare in partenza…

…poi dice che è la manosphere a radicalizzarli.

In ogni caso, rassicurazioni di questo tipo possono funzionare con le ragazze, forse. Le ragazze sono così abituate a sentirsi raccontare stronzate che una come Big mama può dire “la mia pelle, il mio orgoglio” mentre fa la pubblicità della Venus e crederci seriamente. Un uomo uguale a lei non lo si convincerà mai che non fa schifo. Perché a differenza di una donna, quando un uomo fa schifo, nessuna vuole toccarlo. E non c'è “vai bene così” che tenga quando nessuna vuole toccarti. Il problema dei celibi involontari non è che non sono sufficientemente compatiti, è che non sono desiderati. E anche per questo Jamie è una scelta impropria per rappresentare la categoria: è un bambino con un desiderio sessuale appena emergente, che si mischia con il desiderio di approvazione tipico di un bambino. Ma un ragazzo o a un uomo che non ha successo con le donne non lo si aiuta dicendogli che va bene anche se non ha successo: lo si aiuta insegnandogli a cambiare ciò che può cambiare per avere più successo. Ed è per questo che esistono alcune delle tanto vituperate realtà della manosphere, come i Pick-Up Artists e la Red Pill: per rimediare ai danni di tre generazioni passate ad ascoltare i consigli fallimentari delle donne.

Un'altra frase terribile della sergente è stata proprio quella in cui ha citato la manosphere, dando una dimostrazione da manuale di come chi ne parla dall'esterno non abbia la più fottuta idea di ciò che dice. “Conosci la manosphere?”, “Ah, sì, quella merda di Andrew Tate” è all'incirca l'equivalente di “Conosci i fantasy?”, “Ah, sì, Star Wars. Quello col capitano Spock”. Nonostante i numerosi articoli di fantasia che vorrebbero collegarli, Andrew Tate non ha niente a che vedere con il mondo incel. Si odiano e si prendono per il culo costantemente a vicenda. Beh, a dirla tutta, quasi l'intera manosphere prende per il culo Andrew Tate. È famoso proprio perché è un fenomeno da baraccone. Ha i suoi fan, come tutti i fenomeni da baraccone, ma le personalità maggiormente riconosciute per il loro contributo effettivo alla conoscenza della Red Pill lo ritengono un “grifter” che si è attaccato al brand, al pari di Pearl Davis e Fresh & Fit, e la maggior parte degli utenti dei vari gruppi lo considera un orologio rotto che ogni tanto dice qualcosa di giusto. Lo acclamano solo nella misura in cui dà fastidio a quella parte di società che odiano molto di più di quanto non odino lui.

Ma al netto di questo, vale comunque la pena chiedersi cosa porti figure come Tate a emergere, per quanto in realtà il loro effettivo peso sulla bilancia sia molto meno di quello che appare. La risposta, ahimé, non è complessa: parlare nell'interesse degli uomini in qualsiasi misura significa rendersi persona non grata alla società per bene. È una mossa suicida, non importa quanto si cerchi di essere moderati: persino gente come Warren Farrell e Jordan Peterson è stata messa al patibolo con accuse di misoginia. Qualsiasi uomo normale a un certo punto non riesce più a reggere il bullismo e sparisce dalla circolazione, si spezza e inizia a delirare come è successo a Peterson, o perde ogni mordente e diventa democristiano come il nostro povero Marco Crepaldi.

Il ruolo di “messaggero per gli uomini”, così, inevitabilmente finisce per attirare persone con una certa misura di narcisismo, machiavellismo e psicopatia. In casi estremi, appunto, persone come Tate. Perché sono le uniche in grado di reggere psicologicamente tutta la shitstorm che gli arriva. E ribadisco, arriva a chiunque. Pure a tizi irrilevanti come il sottoscritto. Non esiste informazione o constatazione sulle donne utile agli uomini che non le offenda in qualche maniera. E allora, misogini per misogini, non stupiamoci che ad accettare di stare al gioco spesso sia chi lo è davvero.

Il resto, come ho descritto in uno degli ultimi articoli, lo fa il naturale processo di degenero che affligge qualsiasi cultura di nicchia quando comincia ad acquisire popolarità e ad attirare masse di fessi, che a loro volta attirano sociopatici, che non si fanno scrupoli a sfruttare i loro istinti più bassi a scopo di personal branding, depredando la cultura da tutto ciò che ha di interessante e di utile per trasformarlo in slogan con cui infervorare le masse.

La regola dell'80/20 è un buon esempio di questo processo: un'informazione complessa e potenzialmente utile diventata slogan.

La vera regola dell'80/20

Il principio di Pareto afferma che circa il 20% delle cause provoca l'80% degli effetti. Nasce in economia, dallo studio della distribuzione dei redditi, e viene empiricamente riscontrato in diversi sistemi complessi dotati di strutture di causa-effetto. Fra queste, il mercato sessuale. Nel corso della storia, un numero significativamente più alto di donne si è riprodotto rispetto agli uomini, con una media di due donne per ogni uomo e un picco di diciassette con l'avvento dell'agricoltura e la conseguente possibilità, per alcuni di questi, di accumulare uno spropositato numero di risorse rispetto ad altri, creando discrepanze di status che non esistevano nelle comunità di cacciatori-raccoglitori. Nei secoli più recenti il fenomeno è stato tamponato con varie forme di monogamia imposta, ma di recente sembra essere tornato in voga, almeno per la popolazione dei giovani single, con la liberazione sessuale.

I Pick-Up Artists lo avevano fatto proprio già negli anni '90, ma si è cominciato a parlarne in massa nell'androsfera a partire dal 2014, dopo la prima pubblicazione del libro Dataclysm: Who We Are When We Think No One's Looking di Christian Rudder, fondatore del sito d'incontri OkCupid, che tramite il data mining di centinaia di migliaia di profili utenti dalla propria piattaforma e da altri social come Facebook ha tracciato una serie di potenti correlazioni fra i comportamenti online delle persone e le più svariate caratteristiche psicologiche, dall'orientamento politico alla sessualità. Analizzando le interazioni su OkCupid il principio di Pareto è emerso chiaramente: la stragrande maggioranza degli uomini viene scartata a priori dalla stragrande maggioranza delle donne, e una piccola minoranza maschile monopolizza l'attenzione femminile.

Cosa dicono, rispettivamente, Red Pill e Black Pill a riguardo? Perché non sono la stessa cosa e non dicono la stessa cosa, per quanto spesso vengano confuse. Soprattutto nel panorama italiano, in cui la prima è stata divulgata tramite il filtro del Redpillatore, il cui blog si avvicina all'atto pratico molto più a quello di un “blackpillatore”.

La Red Pill, invero, è nata come tentativo di dare un contesto teorico coerente al successo del cosiddetto game, ossia l'insieme di skill sociali che i Pick-Up Artists avevano sistematizzato per abbordare, ed estenderlo all'ambito delle relazioni di lungo termine e dei rapporti con le donne a 360 gradi. No, non è mai stata “un'analisi oggettiva e neutrale della realtà” o puttanate simili, bensì un'analisi strategica. Va in profondità più di quanto non vada in ampiezza. Sì, offre una chiave di lettura sulle macrostrutture dei rapporti fra uomini e donne, ma esse non sono il suo principale focus. Alla base, si concentra su ciò che gli uomini possono fare come individui per sfruttare la realtà a proprio favore con le donne. La manualistica Red Pill include analisi sociali, ma anche guide su come come vestire con stile, come organizzare l'economia domestica, come abbordare, come evitare di scivolare nel corso di una relazione e come comportarsi in caso di divorzio o minaccia di divorzio. E molte di queste guide fanno ampio utilizzo di modelli che non corrispondono alla realtà, ma sono utili a fini pratici. È l'utilità il principio portante della Red Pill, non l'esattezza.

“Se ti dico che la luna è fatta di formaggio e in qualche modo questo ti porta ad allenarti tre volte a settimana, allora per quanto mi riguarda la luna è fatta di formaggio.” – Rian Stone, autore Red Pill

La Black Pill è un'interpretazione fatalista delle osservazioni della Red Pill sulle sopraccitate macrostrutture dei rapporti fra uomini e donne. Non offre consigli e soluzioni per l'individuo perché, alla base, non ritiene che l'individuo abbia speranze nell'attuale sistema. Lo spinge a rassegnarsi, quando definitivamente e quando sperando che il sistema un giorno cambi al posto suo. Ciò che dice sul principio di Pareto, dunque, è molto semplice: se non sei nel 20% degli uomini in cima alla piramide, sei fottuto.

La Red Pill ha da dire assai di più: Rollo Tomassi, nel suo articolo sulla questione, sottolinea che il principio è relativo al desiderio femminile, che non necessariamente si trova realizzato nella pratica. Insomma, non significa che il 20% degli uomini si scopa l'80% delle donne. Perché nella pratica, appunto, non solo questo 20% di uomini è fluttuante nell'arco della vita di una donna, ma ci sono mille circostanze materiali che impediscono a ciascuna di “ottimizzare l'ipergamia” come vorrebbe, per quanto teoricamente libera di fare ciò che vuole. Tomassi non esita a dire che i maschi “beta” fanno in fretta a fraintendere come stanno davvero le cose, bastardizzando il principio per giustificare i propri insuccessi.

Rian Stone, sul suo canale YouTube e sulla sua rubrica Substack, dice a più riprese ciò che a mia volta ho detto in uno dei miei shorts più visti, ossia che di gerarchie di status maschile ve n'è virtualmente infinite, e il 20% degli uomini in cima non è lo stesso in ogni gerarchia. Dunque la soluzione sta nel coltivare diversi aspetti di sé per trovare quelli in cui si risalta meglio e costruirsi le proprie nicchie. Persino i gamers, che vent'anni fa erano univocamente degli sfigati, hanno trovato il modo di costruire status.

Fra le altre osservazioni di Stone che sottoscrivo vi è quella che oggi come oggi è più facile che mai essere meglio della stragrande maggioranza degli uomini proprio grazie a tutti quelli che lasciano perdere. Anche senza eccellere particolarmente in un campo, il solo fatto di essere economicamente autosufficienti, essere in buona forma fisica, saper mantenere un aspetto presentabile – non bello: presentabile – avere molteplici interessi e gestirli bene mette al di sopra dell'80% degli uomini. Ogni volta che lo dico, tuttavia, fioccano i commenti di incel indignati. Potete trovarne degli ottimi esempi fra i commenti ai miei video su YouTube, o ai miei post su Facebook: secondo i blackpillati sono il solito tizio che pontifica con mezze verità, che non prende sul serio il problema, che non pensa alla gente che si suicida, e chiaramente non ho mai dovuto fare alcuna fatica per aver nulla nella vita perché mi è stato regalato tutto.

Un utente (ora bannato) della mia pagina Facebook esprime educatamente il suo scetticismo nei confronti dei miei consigli di automiglioramento.

Che posso fare per queste persone? Niente. Nessuno può farci niente. La triste realtà è che la maggior parte degli uomini che vive nella miseria non può essere aiutata perché per prima non vuole aiutarsi. Vuole solo continuare a crogiolarsi nella propria miseria. Già nel 1943 Bertrand Russell, nel saggio The Superior Virtue of the Oppressed, avvertì della crescente tendenza a vedere la propria condizione di vittima non solo come ragione di compassione, ma come segno di superiorità morale. E da allora questa tendenza non ha fatto che crescere. Per la generazione Z, purtroppo, la Black Pill avrà sempre un maggiore appeal di qualsiasi soluzione pratica.

Cionondimeno, ritengo che nonostante la bassissima percentuale di successo l'approccio individuale sia quello preferibile. Il motivo è presto detto.

Un avvertimento contro gli approcci dall'alto

Nel 1939, in Massachusetts, è stato realizzato il primo studio randomizzato su larga scala della storia della criminologia, volto a valutare l'efficacia dell'intervento precoce nell'incidenza dei comportamenti antisociali e nella delinquenza dei giovani maschi provenienti da demografiche svantaggiate. Centinaia di bambini hanno ricevuto esami psichiatrici, tutoraggio mirato assieme ai genitori e partecipato a programmi comunitari. Una lodevole iniziativa, se non fosse che il progetto si è poi rivelato un completo disastro. Quarant'anni dopo, il gruppo sottoposto al trattamento se la passava peggio del gruppo di controllo sotto ogni misura immaginabile: maggiore tasso di delinquenza, alcolismo, malattie psichiatriche e stress-correlate, morte precoce, peggiore condizione socioeconomica e minore soddisfazione lavorativa.

Ipotesi sulle cause di un esito così infausto ne sono state proposte diverse: forse si erano resi inavvertitamente i bambini dipendenti dai tutor per gestirsi, forse li si era caricati di troppe aspettative, forse i valori borghesi trasmessi nel programma mal si conciliavano con il crescere in ghetti estremamente poveri, forse riunire assieme così tanti bambini con tendenze antisociali è stato furbo come dar da mangiare a dei mogwai dopo la mezzanotte. Ma qual è la lezione, in ogni caso? Che prima di fare un radicale intervento top-down su un sistema complesso, e che non si conosce a fondo, ci si dovrebbe pensare mille volte. Perché mille sono i modi imprevisti in cui potrebbe andare andare storto e causare danni potenzialmente più ampi di quelli che si poneva di riparare.

Ecco, quando sentite qualcuno parlare di “rieducazione di massa”, provate a raccontargli questa storia. A differenza di una certa serie Netflix, quantomeno è una storia vera.

Read on andrearodolfonadia.substack.com

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