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Andrea Ferrario · Apr 23, 2026

FOCUS - Dai campi di Mao alle telecamere di Xi

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Per otto decenni il sistema concentrazionario e di sorveglianza cinese si è trasformato senza mai essere smantellato. La ricostruzione dello storico Jean-Philippe Béja

Jean-Philippe Béja, politologo e sinologo del CNRS, ha appena pubblicato “Surveiller et punir en Chine. Laogai et technosurveillance de 1946 à nos jours” (La Découverte, 2026), frutto di anni di ricerca e di un documentario realizzato per l’emittente Arte nel 2023. In una lunga intervista a Le Grand Continent, Béja ricostruisce la storia del sistema concentrazionario e di sorveglianza cinese attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, molti dei quali ormai molto anziani e impossibilitati a raccontare le proprie esperienze nella Cina di Xi Jinping. Ne riassumo i contenuti qui di seguito (intervista originale in francese: https://legrandcontinent.eu/fr/2026/04/22/ce-qui-reste-de-mao-dans-la-chine-de-xi/).

A differenza del gulag sovietico, il laogai, il sistema cinese di “riforma attraverso il lavoro”, non è mai entrato nel linguaggio comune e resta largamente sconosciuto al di fuori degli studi specialistici, fatta eccezione per l’internamento degli uiguri nella regione occidentale del Xinjiang, che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei media e delle Nazioni Unite. I campi di lavoro forzato, osserva Béja, sono un ingranaggio essenziale del potere del Partito comunista cinese fin dalla sua fondazione. La sorveglianza generalizzata, oggi modernizzata grazie all’intelligenza artificiale e ai big data, ha reso quasi impossibile il formarsi di movimenti di opposizione su larga scala, mentre il sistema repressivo di fondo si è adattato a ogni fase politica senza mai essere smantellato. Ciò che colpisce, nella ricostruzione dello storico, è proprio la continuità di questo apparato repressivo e di controllo lungo otto decenni di storia, contrassegnati da cambi radicali di linea politica e da trasformazioni socioeconomiche profonde.

Le radici del sistema risalgono a ben prima della fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Già nel soviet del Jiangxi, nel 1931, Mao Zedong aveva lanciato una campagna di repressione contro una presunta organizzazione di infiltrati, indirizzata in realtà a eliminare i rivali interni. I metodi sono di una violenza estrema, con torture sistematiche e denunce forzate che innescano una spirale di delazione e culminano in migliaia di esecuzioni. Ma è nella base rossa di Yan’an, tra il 1935 e il 1946, che Mao mette a punto la strategia che ripeterà per decenni dopo la presa del potere. Lo schema è sempre lo stesso: prima un invito alla critica, con cui i cittadini vengono incoraggiati a esprimere le proprie opinioni, poi l’individuazione di un capro espiatorio accusato di aver approfittato dell’apertura per attaccare il Partito, infine una campagna repressiva su larga scala. A Yan’an, chi aveva espresso le critiche più dure finiva per denunciare con il massimo entusiasmo il “controrivoluzionario” designato dal potere, con un meccanismo di sottomissione collettiva che si riprodurrà identico nei decenni successivi.

Il termine laogai compare formalmente nel 1946 nel campo di Lingshou, nella provincia dello Hebei, dove vengono internati i soldati nazionalisti catturati durante la guerra civile. Dopo il 1949 il sistema viene generalizzato con il contributo di consiglieri sovietici, e tra il 1951 e il 1953 milioni di proprietari terrieri, capitalisti, impiegati e soldati del vecchio regime si ritrovano nei campi. Nel 1957 Mao replica il meccanismo di Yan’an su scala nazionale con la campagna dei Cento Fiori, invitando i cittadini a criticare ciò che non funziona nel regime per poi denunciare come “destristi” chiunque abbia raccolto l’invito. Per ogni unità di lavoro viene fissato un numero prestabilito di destristi da individuare, il che significa che in ogni fabbrica e in ogni ufficio un certo numero di persone deve essere colpito indipendentemente da ciò che ha fatto o detto. Per accelerare la procedura, il Partito crea il laojiao, la “rieducazione attraverso il lavoro”, che consente l’internamento per semplice decisione amministrativa, senza processo e senza una durata definita della detenzione.

Le condizioni nei campi, ricostruite attraverso le testimonianze raccolte da Béja, sono segnate da giornate di lavoro interminabili, sessioni estenuanti di critica e autocritica, torture e assenza totale di diritti. Un aspetto centrale è il ruolo dei detenuti stessi nel far rispettare l’ordine interno, con gruppi di prigionieri incaricati di sorvegliare, denunciare e picchiare gli altri, un meccanismo che si ritrova identico dalla Yan’an degli anni quaranta fino alle prigioni descritte dal militante taiwanese Lee Ming-che, arrestato nel 2017. Al di fuori dei campi, il Partito ha costruito un apparato di controllo capillare fondato su alcuni strumenti chiave. Lo hukou, il libretto di residenza generalizzato nel 1958, fissa ogni cittadino al luogo di nascita e, in un’epoca in cui senza tessera di razionamento non è possibile nutrirsi né alloggiare, rende la fuga praticamente impossibile. I comitati di quartiere sorvegliano ogni movimento nei quartieri residenziali. Chi esce dal campo, anche dopo aver scontato la pena, raramente può tornare alla vita precedente e a ogni nuovo movimento politico torna a essere il primo bersaglio delle denunce.

Béja descrive anche le forme di detenzione extragiudiziaria che il Partito ha inventato al di là del laogai e del laojiao. Durante la Rivoluzione culturale (1966-1976), le organizzazioni di guardie rosse potevano rinchiudere chiunque in “stalle”, cioè cantine, vani scale, uffici trasformati in celle improvvisate, per un tempo indeterminato, con percosse e sedute di denuncia pubblica. È ciò che Béja chiama “la democratizzazione della repressione”, in cui la facoltà di perseguitare e rinchiudere non è più monopolio dello stato ma viene esercitata da comuni cittadini organizzati in fazioni.

Con le riforme economiche seguite al massacro di piazza Tienanmen nel 1989, il laogai subisce una trasformazione significativa. I campi, che non ricevono più finanziamenti adeguati dallo stato, devono diventare redditizi e stipulano contratti con imprese private, producendo tanto per l’esportazione quanto per il mercato interno con ritmi di lavoro massacranti e senza retribuzione per i detenuti. Chi non raggiunge le quote di produzione subisce sevizie e rischia il prolungamento della pena. Ogni istituzione penitenziaria assume il nome di un’impresa ordinaria, rendendo molto difficile dimostrare che i prodotti esportati provengano dal lavoro forzato. La corruzione dilaga, con pene e sconti di pena acquistabili a pagamento dalle famiglie dei detenuti.

La campagna lanciata nel 1999 contro il Falungong, un movimento spirituale che all’epoca contava oltre 70 milioni di aderenti, più degli iscritti al Partito Comunista, segna un ritorno esplicito ai metodi maoisti. Il Falungong viene percepito come una minaccia esistenziale dopo aver mobilitato diecimila persone attorno a Zhongnanhai, il complesso che ospita i vertici del Partito e del governo cinese, nell’aprile 1999. Centinaia di migliaia di praticanti vengono arrestati e inviati al laojiao, dove sono sottoposti a sessioni di rieducazione ideologica condotte da detenuti comuni, ricompensati con riduzioni di pena. Le sedute diurne di critica si alternano a pressioni notturne con privazione del sonno e percosse, in una replica fedele dei metodi sperimentati a Yan’an sessant’anni prima. È in questo stesso periodo, negli anni 2000, che si diffondono le cosiddette “prigioni nere”, luoghi di detenzione completamente al di fuori di qualsiasi quadro legale. Si tratta di hotel e edifici anonimi in cui i cittadini che si recano nelle grandi città per denunciare gli abusi dei quadri locali o che causano disordini vengono sequestrati da uomini assoldati dai governi provinciali e trattenuti per settimane o mesi senza che la polizia intervenga, sottoposti a lavori forzati e percosse.

Dal 2016, quando il Partito decide di internare su larga scala i membri delle minoranze turciche del Xinjiang (Turkestan orientale per la maggioranza autoctona) sospettati di radicalizzazione, applica gli stessi metodi collaudati in campi ridenominati “centri di formazione professionale”. La rieducazione consiste nell’obbligo di cantare le lodi del Partito in mandarino e di rinnegare la propria religione e le proprie pratiche culturali, il tutto accompagnato da lavori pesanti e torture sistematiche. Parallelamente, milioni di telecamere di sorveglianza, spesso dotate di riconoscimento facciale, permettono di individuare i comportamenti considerati devianti. La sorveglianza tecnologica odierna non rappresenta una rottura rispetto al passato, ma un’intensificazione resa più efficace dal fatto di appoggiarsi sulle strutture di controllo sociale costruite sotto Mao, a partire dai comitati di quartiere, oggi ridenominati “comunità”, e dallo hukou, che anche se indebolito rispetto all’epoca maoista continua a limitare i diritti fondamentali dei cittadini. Béja conclude osservando che, nonostante otto decenni di repressione, la capacità di resistenza resta una caratteristica della società cinese, come dimostrano le stesse voci dei testimoni che, sparsi per il mondo, continuano a raccontare ciò che nella Cina di oggi non può essere detto pubblicamente.

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