Ci sono motivi, oggi, per essere ottimisti riguardo a come sta andando il mondo? A prima vista sembrerebbe proprio di no. Gli ultimi anni sono stati infatti un susseguirsi di sviluppi minacciosi e sanguinosi, a partire dalla guerra russa contro l’Ucraina con centinaia di migliaia di vittime fino al genocidio israeliano contro i palestinesi, alla strage di decine di migliaia di persone in Iran per mano del regime e alla guerra devastante scatenata contro lo stesso paese da Trump e Netanyahu. In due occasioni, più precisamente pochi anni fa in Ucraina e di recente in Iran, c’è stato il timore fondato di un ricorso all’arma nucleare da parte rispettivamente di Russia e Usa. Se poi a tutto ciò si aggiunge l’ascesa un po’ ovunque nel mondo della destra reazionaria (nella quale includerei di fatto anche il regime di Xi Jinping) con i suoi impulsi fascistoidi, il quadro si fa ancora più fosco.
Tuttavia, in questo quadro sicuramente micidiale abbondano a mio parere anche gli elementi che consentono di essere ottimisti, e di esserlo non poco. Nel mio lavoro di osservazione degli sviluppi internazionali ho sempre considerato una priorità mettere in luce gli elementi di fragilità dei vari regimi oppressori e guerrafondai, cercando di sottolineare gli spiragli che si aprono per un futuro alternativo. Al contempo, ho sempre cercato di documentare i fermenti dal basso per evidenziare chi e come un domani potrà essere l’attore di questo futuro alternativo. È adottando questa prospettiva che oggi personalmente individuo molti elementi che consentono di essere ottimisti, partendo dall’Ucraina e passando per gli Usa fino ad arrivare in Asia (non ne individuo invece alcuno, purtroppo, nel caso della Palestina e della guerra genocida di Israele, che tuttavia, pur nell’enormità della sua tragedia, è a mio giudizio di portata prevalentemente regionale, non globale).
Le blitzkrieg fallite
Partiamo dal caso dell’aggressione russa contro l’Ucraina, che ha dato a suo modo il “la” alla fase in cui ci troviamo oggi. La Russia, seconda potenza militare mondiale, è impantanata da oltre quattro anni in una guerra contro un paese molto più piccolo e, apparentemente, più debole. La blitzkrieg che aveva pianificato si è dissolta miseramente in pochi giorni grazie a una resistenza popolare massiccia, alla quale si è unito un esercito che, grazie tra le altre cose al sostegno di quest’ultima, è riuscito a organizzarsi impedendo a Putin di realizzare anche solo in modo parziale l’obiettivo di assoggettare l’Ucraina. In sintonia con la mobilitazione popolare, Zelensky, con tutte le critiche che gli si possono muovere su altri piani, non se la è data a gambe seguendo l’esempio di Yanukovich o di altri sgherri di Mosca come Assad, ma è rimasto fermamente al proprio posto, diventando un punto di riferimento unitario e, negli anni successivi, riuscendo a ottenere forniture militari essenziali per difendersi. Certo, la Russia non ha esaurito i propri missili come molti ipotizzavano in un primo tempo, né ha assistito a un crollo catastrofico della propria economia, ma è stata umiliata, in gran parte isolata ed è oggi chiusa in una gabbia in cui si è cacciata da sola e dalla quale non riesce a uscire. La sua economia regge in qualche modo, ma il regime di Putin ha ipotecato il proprio futuro anche in tale campo. Ci sono altri aspetti oggi quasi dimenticati, ma molto eloquenti: la “grande” flotta russa nel Mar nero è ormai quasi scomparsa e i tentativi di Putin di cavarsi dall’impiccio da egli stesso creato minacciando di scatenare una carestia nel mondo con le sue manovre per interrompere le forniture di grano ucraino sono completamente falliti.
Gli Usa hanno replicato nell’ultimo mese e mezzo, pur con modalità e tempi diversi, il modello putiniano. La blitzkrieg di Trump si è trasformata anch’essa in un tragico pantano nel giro di una manciata di giorni. Come nel caso di Putin, l’avventurismo da delirio di onnipotenza ha generato un disastro, questa volta di portata immediatamente mondiale, considerati i riflessi potenzialmente catastrofici sulle catene di approvvigionamento e sull’economia globale. E tutto questo è avvenuto solo poche settimane dopo che Trump aveva perso un’altra battaglia, questa volta interna: quella scatenata dall’ICE contro i migranti e, implicitamente, contro chi si oppone alle sue politiche ultrareazionarie. La “macchina infernale” scatenata dal presidente Usa, è stata costretta a ritirarsi dal Minnesota, nelle prime fasi della sua campagna liberticida, di fronte a una decisa resistenza popolare. Sul fronte economico, a prima vista gli Usa se la stanno cavando meglio di altri paesi, ma è un’illusione: i dati dicono che la crescita del suo Pil è in massima parte attribuibile alla bolla degli investimenti AI, con la quale gli Stati Uniti dovranno prima fare i conti, così come la Cina si sta trovando da cinque anni a farli, sprofondando in immense difficoltà, con la sua megabolla, quella immobiliare.
La Cina è d’altronde pienamente partecipe, sebbene in modo diverso, di questa “crisi delle grandi potenze”. Gli insuccessi di Russia e Usa rispettivamente in Ucraina e Iran, sono un chiaro ammonimento riguardo ai piani di guerra di Xi per impossessarsi di Taiwan, che sicuramente sono stati frenati dallo spettacolo dei suoi colleghi impantanati in aggressioni fallimentari. Se un teatro economicamente meno rilevante dello stretto di Taiwan e del Mar cinese meridionale, come quello mediorientale, ha provocato nel giro di pochi giorni sconquassi globali di portata enorme, è facile rendersi conto che un’azione della Cina contro quella che, in ossequio a Pechino, gli osservatori mainstream chiamano pudicamente “l’isola”, causerebbe anch’essa sconvolgimenti di tipo analogo, ma moltiplicati al cubo. Ed essendo la Cina parte integrante del sistema capitalista mondiale, sarebbe la prima a pagarne il prezzo. Ma la dirigenza cinese non è più prudente perché è più ragionevole dei vari Trump e Putin. Lo è solo perché ha una grande paura, non solo di trovarsi invischiata in guerre senza via di uscita come quelle di Russia e Usa, ma anche e soprattutto del proprio popolo, del fronte interno. L’economia cinese, come ho documentato ampiamente in miei numerosi articoli, sta finendo sempre più in un vicolo cieco, mentre lavoratori, donne e giovani danno segni sempre più visibili di malcontento e diserzione. Nei vertici del Partito Comunista è ancora viva la memoria di come, all’epoca della Rivoluzione Culturale, le mosse iniziali avventate di Mao avessero dato il via a una incontrollata mobilitazione dal basso che ha rischiato di disintegrare l’intero Partito e con esso l’intero sistema economico e militare della Cina, che allora tra l’altro era ancora ben lungi dall’essere complesso come quello di oggi. Le purghe messe sistematicamente in atto da Xi negli ultimi tre anni sono il sintomo indiretto di questo accumularsi di paure di natura diversa e ancora del tutto irrisolte. Il sistema cinese di oggi è ben più fragile di quello che le narrazioni dominanti lascino trasparire, e ciò apre spiragli potenzialmente molto ampi a una popolazione che si sta dimostrando tutt’altro che docile e remissiva.
I denominatori fondamentali che accomunano Russia, Usa e Cina sono due: l’impotenza e la paura. Nel giro di soli quattro anni le due maggiori potenze militari mondiali, Russia e Usa, si sono miseramente arenate nel tentativo privo di successo di battere avversari di gran lunga più piccoli e meno dotati di armi. La Cina non riesce a trovare una soluzione al dilemma di come assoggettare Taiwan, un obiettivo peraltro assurdo se esaminato in modo razionale. Tutti e tre hanno una paura matta non solo dei propri popoli (oltre al già descritto caso cinese e alla retromarcia di Trump di fronte alla resistenza organizzata a Minneapolis, c’è la stretta repressiva interna di Putin), ma anche di se stessi, della propria incapacità obiettiva di uscire dalla crisi in cui i rispettivi sistemi capitalisti, in un modo o nell’altro, sprofondano da lunghi anni.
Le mobilitazioni dal basso
Ma al di là degli insuccessi e delle fragilità delle grandi potenze, c’è altro che giustifica ottimismo e lo si può individuare sul fronte opposto, quello delle mobilitazioni popolari. Dal 2011 si sono estese a macchia d’olio con modalità spesso simili e in reciproco indiretto dialogo. In realtà c’erano anche prima, ma hanno assunto nuove forme e una dimensione di quasi contemporaneità globale o regionale che prima non c’era. Ne sono un esempio, al di là della primavera araba del 2011, i casi più recenti e in successione di Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, con le relative analogie pur nella diversità. L’osservazione critica che viene il più delle volte formulata nei confronti di queste mobilitazioni e rivolte, un’osservazione che ho formulato tra i tanti altri anche io, è che tra le loro carenze principali c’è la mancanza di organizzazione e l’affidarsi esclusivamente, nei loro esiti, alle soluzioni elettorali pure e semplici. Tuttavia, formulata in questo modo e senza aggiungere altre considerazioni fondamentali, è un’osservazione che rischia di “colpevolizzare” lotte che in realtà sono estremamente preziose e coraggiose. Provo a formulare in modo sintetico queste considerazioni aggiuntive.
Le mobilitazioni popolari globali degli ultimi quindici anni circa non si limitano semplicemente a una generica avversione nei confronti del ceto politico e a soluzioni elettorali altrettanto generiche, come può sembrare a prima vista. Da una parte l’avversione per i politici ha come base un’insoddisfazione radicale vissuta nella vita reale: le mafie politiche sono regolarmente anche sfruttatrici dei lavoratori e responsabili di un’oppressione politica nella loro vita concreta. Dall’altra, la soluzione elettorale è nella maggior parte dei casi l’arma più immediatamente disponibile e, essendo il frutto di una mobilitazione popolare fisica in piazza, è l’espressione di un desiderio di forme di democrazia diretta che è di per se stesso di grande valore. Quanto alla mancanza di strutture di organizzazione, un limite evidente, va detto che queste mobilitazioni si trovano di fronte al compito difficilissimo di “descostruire” una pesantissima eredità novecentesca, come è quella delle esperienze fallimentari dei partiti socialdemocratici e di quelli comunisti di stampo stalinista (cioè nei fatti la quasi totalità dei partiti comunisti degli ultimi cento anni), nonché delle parallele organizzazioni sindacali. In questa ottica, la “spontaneità disorganizzata” oggetto di critica è sì un limite, ma è anche un pregio, perché è l’indice di una volontà di rompere con questa eredità opprimente. Il compito di trasformare questa rottura in qualcosa di più articolato ed efficace, oltretutto in un contesto complesso come quello di oggi, è obiettivamente di portata enorme e inevitabilmente deve andare per tentativi, avanzate e arretramenti temporanei. Se ancora non ci sono stati salti di qualità, è comunque estremamente positivo che il ritmo e la portata geografica delle mobilitazioni siano in forte accelerazione.
Gli esempi che si potrebbero fare sono numerosissimi, a partire dall’Iran prima delle bombe di Usa e Israele. Mi limiterò qui, in via di esempio, all’area maggiormente di mia competenza, l’Asia Orientale, ma premettendo un preambolo americano. Più ancora delle manifestazioni No Kings, di vasta portata e particolare rilevanza politica ma per il momento ancora impostate su modelli tradizionali, colpisce il già menzionato caso di Minneapolis. Le cronache hanno descritto un’organizzazione capillare di resistenza dal basso contro le bande dell’ICE che si è rivelata particolarmente efficace, spontanea, concreta e non ideologica - insomma, un esempio molto fattuale di azione democratica popolare. Ma non è stata solo una mobilitazione bella, è stata anche una mobilitazione di successo, avendo portato al ritiro dell’ICE e a un’altolà più generale nei confronti delle relative politiche di Trump. Nel difficilissimo contesto degli Usa di oggi, si tratta non solo di un successo di grande portata, ma anche di una preziosissima esperienza replicabile in altri contesti.
Da Hong Kong al Myanmar
Nell’Asia Orientale gli esempi di tipo analogo sono stati numerosi. L’insurrezione a Hong Kong del 2019 è stato uno dei casi più evidenti, un vero e proprio incubatore di metodi di lotta di cui ho già scritto in passato e che non a caso ha ispirato negli anni successivi le modalità di altre mobilitazioni. Su Hong Kong non pesava tanto l’eredità socialdemocratica e comunista cui ho accennato sopra, quanto piuttosto quella di partiti democratici di stampo liberal ormai ossificatisi in una politica di compromessi tanto insensati quanto infruttuosi. Pur nelle condizioni impossibili dell’incombente egemonia politica cinese, gli hongkonghesi hanno respinto questa eredità di compromessi e adottato formule che prevedevano la mobilitazione di avanguardie, ivi compreso violente, in costante sincronia con quella di masse enormi che manifestavano pacificamente. Un altro caso è quello della Corea del Sud, che ha “mandato a casa” sull’onda di grandi manifestazioni due presidenti ultrareazionari in soli otto anni (rispettivamente nel 2017 e nel 2025), sventando nell’ultimo caso un golpe che avrebbe fatto fare al paese un balzo indietro verso gli anni della dittatura e probabilmente portato anche a uno scontro militare con la Corea del Nord, e scusate se è poco. Nel caso coreano si rende evidente cosa intendevo più sopra quando parlavo di inevitabili avanzate, ritiri temporanei e ritorni, e mi riferisco in particolare alle lotte delle donne. Le mobilitazioni del 2017 avevano dato il via, tra le altre cose, a un vasto e incisivo movimento femminista, un fatto di particolare valore in un paese in cui la cultura patriarcale prevale ancora a ogni livello. Questa ascesa del movimento femminista ha dovuto poi soccombere a una forte reazione maschilista sulla cui onda è stato eletto poi il presidente Yoon Seok-yul. Ma quest’ultimo, dopo il tentato golpe, è stato poi rimosso e arrestato sull’onda di lunghe e tenaci proteste di piazza di cui sono state protagoniste in maggioranza proprio le donne e il loro antimaschilismo.
Un altro esempio, la cui natura e il cui contesto sono molto diversi dagli esempi fin qui citati, è quello del Myanmar. Qui una mobilitazione popolare di massa ha impedito ai militari golpisti di prendere il controllo del paese. Il compito di sconfiggere i golpisti è difficilissimo, poiché godono dell’ampio sostegno di Cina e Russia, mentre l’opposizione è stata e viene ancora ignorata praticamente da tutti, e non gode quindi di alcun sostegno economico o militare. Nonostante questo, i militari a cinque anni di distanza sono ancora lungi dall’avere il controllo del paese e sono stati sul punto di crollare un paio di anni fa. In Myanmar si è assistito alla capacità di creare alleanze prima impensabili tra soggetti etnici diversi, tra opposizione civile e formazioni armate, e ultimamente si sono registrati anche alcuni tentativi di connessione con la lotta degli ucraini contro il nemico comune russo, mentre il mix di guerra civile, oppressione e resistenza ha fatto maturare anche sentimenti popolari ostili verso l’espansionismo cinese. Ci sono stati successi e sconfitte segnate da stragi, tradimenti e arretramenti, ma anche la crescita di un’esperienza di lotta popolare di grande valore.
Il caso cinese è molto più frammentato, ma ricordo qui la grande esperienza delle mobilitazioni dei “fogli bianchi” a cavallo tra il 2022 e il 2023, che hanno coinvolto ampia parte dell’enorme paese, ivi compreso il martoriato Xinjiang. Altrimenti, in Cina c’è una miriade di fenomeni sincroni ancora non in reciproco collegamento, ma che costituiscono per grandi masse esperienze di maturazione: dagli scioperi operai fino alle rivolte nelle regioni rurali, dalle lotte femministe fino alle strategie di diserzione sociale e culturale dei giovani, o alle battaglie per l’ambiente. Con un regime in piena crisi sistemica e impossibilitato per propria natura a risolverla, gli spazi per essere ottimisti ci sono. I burocrati di Pechino continuano a intensificare un sistema repressivo di natura stalinista in un contesto altrimenti al cento per cento capitalista, ma sebbene le modalità di repressione stalinista si siano dimostrate nella storia in parte efficaci per lunghi periodi, l’esperienza del crollo del “socialismo reale” dice che in ultimo sono fallimentari e che chi le applica può crollare anche all’improvviso.
Non bisogna certo abbassare la guardia sui pericoli elencati all’inizio di questo mio commento, vale a dire i rigurgiti di fascismo, i rischi di guerra generalizzata e il pericolo nucleare. È però altrettanto importante non cadere al contempo nella trappola di considerare i nemici come invincibili: non lo sono affatto, hanno anche molta paura, e c’è chi può sconfiggerli.

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