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Andrea Ferrario · Apr 17, 2026

ANALISI - Da Pyongyang a Seul: il mistero di Kisa/Viktoria

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Andrea Ferrario · Andrea Ferrario

Dal novembre 2023 ha promosso l’immagine del regime nordcoreano attraverso video e post quotidiani su Instagram, Telegram, YouTube e TikTok, raggiungendo circa ottantamila follower complessivi. Partecipava a eventi ufficiali in presenza di Kim Jong Un, si muoveva con l’assistenza diretta di personale ministeriale, raccontava al proprio pubblico russofono la vita a Pyongyang con un linguaggio familiare e rassicurante. Poi, all’inizio dello scorso mese di marzo, del tutto inaspettatamente, ha lasciato la capitale del paese più chiuso del mondo per trasferirsi a Seul, proprio la capitale del paese che è il principale avversario geopolitico della Corea del Nord.

Si fa chiamare Kisa (vedremo poi il perché) ed è una giovane russa bionda e avvenente di cui non si conosce con precisione l’identità reale. Il suo vero nome sarebbe Viktoria, dovrebbe avere più o meno 25 o 26 anni di età e ha studiato pubblicità e pubbliche relazioni presso un’importante università di Mosca. Della donna e del suo canale “Kisa in Corea del Nord” avevo scritto io stesso l’anno scorso, in un breve post pubblicato quasi al volo, quando la sua presenza a Pyongyang appariva ancora come un fenomeno curioso ma relativamente lineare, quello di un’influencer straniera impegnata a raccontare paesaggi, prodotti e scorci di vita quotidiana nella capitale nordcoreana, in un’ottica chiaramente propagandista. Oggi si trova a Seul, e la sua traiettoria solleva interrogativi che non riguardano solo la curiosità personale o il mondo dei social, ma toccano questioni di natura politica più ampie, che meritano di essere esplorate con attenzione.

Kisa/Viktoria in un ristorante di Pyongyang (dal suo canale Telegram)

Più di due anni a Pyongyang

Il nome “Kisa” (”Киса”), come ha spiegato lei stessa, è stato scelto perché in coreano 기사 (gisa) richiama l’idea di brevi testi o annotazioni. L’idea, come Kisa/Viktoria stessa ha spiegato in un post del marzo 2026, era quella di raccogliere piccoli appunti di vita quotidiana.

Il primo episodio che ha attirato l’attenzione dei media stranieri è stato il suo soggiorno al resort sciistico di Masikryong, nel gennaio 2024, quando si è mostrata sola sulle piste di un impianto apparentemente deserto, affiancata da un istruttore che le spiegava le basi dello sci in inglese. A scrivere per primo della vicenda è stato il tabloid britannico The Sun, seguito da LBC e da alcune testate sudcoreane, tra cui Nate News e Hankyung, tutte nell’arco di pochi giorni, tra l’11 e il 15 gennaio 2024. Dopo tale breve ondata iniziale, l’interesse si è esaurito rapidamente e la sua notorietà reale al di fuori della Russia è rimasta molto limitata.

La produzione di contenuti nel periodo successivo si è sviluppata lungo una traiettoria più ampia rispetto al solo caso Masikryong. Nel corso dei mesi ha raccontato la vita a Pyongyang con una presenza costante sui propri canali, concentrandosi soprattutto su luoghi e prodotti che rappresentano la modernità nordcoreana e, più occasionalmente, su momenti della vita istituzionale. Ha mostrato bar e ristoranti lussuosi della capitale, negozi con prodotti alimentari e cosmetici locali, nuovi complessi residenziali, e ha documentato la propria partecipazione a eventi ufficiali del regime, ivi compreso in occasione della visita di Vladimir Putin a Pyongyang nel giugno 2024. In alcune occasioni è comparsa in altri contesti ufficiali, con un livello di accesso che, come vedremo, si rivelerà particolarmente elevato.

La comparsa di Kisa/Viktoria a Pyongyang non è un episodio isolato. Coincide temporalmente con una fase precisa del riavvicinamento tra Russia e Corea del Nord, iniziato nel 2023 e trasformatosi nel giro di pochi mesi in una vera e propria alleanza politica e militare. Nello stesso periodo in cui il suo canale prendeva forma, Mosca e Pyongyang riattivavano i collegamenti ferroviari, intensificando gli scambi economici e avviando una cooperazione sempre più stretta sul piano diplomatico e della sicurezza, culminata nel trattato di partenariato strategico firmato nel giugno 2024 durante la visita di Vladimir Putin nella capitale nordcoreana. In questo contesto, la presenza di una giovane russa capace di raccontare la vita quotidiana a Pyongyang con un linguaggio familiare al pubblico russo assume un significato che va oltre la dimensione individuale e si inserisce in una più ampia strategia di promozione reciproca dell’immagine dei due regimi.

Il fatto stesso che una straniera potesse pubblicare contenuti sui social in tempo reale dalla Corea del Nord, un paese dove l’accesso a internet è rigidamente controllato persino per i diplomatici, è già di per sé un fatto anomalo. Le ipotesi emerse fin dai primi articoli, come legami con l’ambasciata russa e un coordinamento con le autorità nordcoreane, restano le spiegazioni più plausibili per spiegare la sua libertà operativa. Ciò che nessuno aveva previsto, però, era quanto sarebbe accaduto in seguito.

Le tappe di una transizione

Il 17 febbraio 2026 Kisa/Viktoria pubblica l’ultimo post in cui si presenta come residente in Corea del Nord: foto e relativo testo dedicati a una festività locale, pienamente in linea con il format dei mesi precedenti. Nei giorni immediatamente successivi, però, qualcosa cambia. Il 21 febbraio compare in un video insieme a un’amica, di cui per il momento non rivela il nome, in un luogo chiaramente situato in Russia. Il 25 febbraio pubblica un post scherzoso sulle false notizie circolate in rete riguardo a un ipotetico concerto di Kanye West a Pyongyang, commentando che, se fosse vero, ci andrebbe volentieri.

Il 28 febbraio pubblica una foto in cui mostra una medaglia e un attestato ricevuti per la partecipazione alla maratona internazionale di Pyongyang 2025, un evento tornato in calendario dopo diversi anni di sospensione e considerato uno dei segnali più visibili della riapertura turistica nordcoreana. Aveva preso parte alla gara arrivando al sesto posto nella propria categoria, come documentano altri post dello stesso periodo. Nel testo che accompagna la foto spiega che inizialmente non era previsto alcun riconoscimento per i partecipanti, solo il numero di gara, e che la medaglia e l’attestato le sono stati consegnati in ritardo. Non precisa dove li abbia ricevuti, se in Russia o in Corea del Nord, e non è possibile stabilirlo con certezza.

Il 2 marzo un suo post la ritrae in un treno insieme alla già menzionata amica, che ora viene indicata con il nome di “Vika”, diretta a San Pietroburgo. Il 4 marzo pubblica un breve video dai toni misteriosi (Kisa/Viktoria non parla, si limita a passeggiare guardandosi intorno con aria molto circospetta) con la scritta sovrimpressa “POV In Corea del Nord sei una straniera”, senza audio. Il contesto urbano moderno in cui si muove in questo video non sembra corrispondere né alla Corea del Nord né alla Russia e retrospettivamente è plausibile ritenere che sia già Seul. Il 7 e l’8 marzo compaiono nuove fotografie, sue e insieme a Vika, effettuate in un interno e quindi non localizzabili geograficamente.

Il 14 marzo arriva l’annuncio esplicito. In un breve video diviso in due parti e con date sovrimpresse (12.2026 per la sequenza a Pyongyang e 03.2026 per quella a Seul, con un errore nella prima data che lei stessa ammetterà in seguito nei commenti), Kisa/Viktoria si mostra prima nella capitale nordcoreana e poi in quella sudcoreana. Il testo che accompagna il video è l’unica comunicazione diretta riguardo a tale trasferimento ed è estremamente conciso: “Ho delle novità per voi, sono a Seul. Ora ho la possibilità di vedere la Corea e di mostrarvela dall’altro lato della penisola. So che molti di voi avranno probabilmente già delle domande. Nel prossimo periodo vorrei rivedere in parte il formato dei contenuti del canale e renderlo ancora più interessante per voi. Scrivete liberamente nei commenti le vostre idee e domande, mi aiuterà a capire cosa vi piacerebbe davvero vedere”. Segue un riferimento al fatto che la prima data nel video era errata e che, dopo il lungo viaggio, si sente ancora confusa.

Il primo video da Seul (dal suo canale Telegram)

La sequenza è rivelatrice. Non c’è stata una rottura, né tantomeno una sparizione improvvisa, e non si è verificato nessuno dei segnali che normalmente accompagnano una fuga. Il passaggio è avvenuto per gradi, con una permanenza di alcune settimane in Russia che ha funzionato da zona di transizione tra l’identità costruita a Pyongyang e il nuovo approdo a Seul. Molti elementi sembrano indicare quindi un trasferimento preparato con attenzione, più che una decisione improvvisa o subita.

I segnali dopo l’arrivo

Nei giorni successivi al 14 marzo i post di Kisa/Viktoria iniziano a costruire, tassello dopo tassello, un personaggio nuovo. Il 16 marzo pubblica il post già citato sul doppio significato del nome “Kisa”. Spiega che in coreano la parola 기사 può indicare sia un articolo sia un autista, ma che in Corea del Sud, nel linguaggio quotidiano, richiama soprattutto la figura del conducente, mentre in Corea del Nord viene più spesso associata a un testo o a un appunto. Aggiunge che per dire autista nel Nord si usa normalmente il termine 운전수 (unjeonsu). Precisa di non avere nulla contro quella professione, ma osserva che, nel suo caso, il nickname può suonare un po’ strano. Propone quindi quattro possibili alternative ai follower e, con un aggiornamento successivo, comunica la decisione finale: mantenere il nome originale. Kisa resta Kisa, anche a Seul.

Il 24 marzo pubblica un post più lungo dedicato alla vita nella nuova città. Scrive di essere a Seul da poco più di una settimana e di stare ancora prendendo confidenza con l’ambiente. Il cibo le risulta difficile: tutto le sembra troppo dolce, e a casa preferisce mangiare riso, pollo bollito e tofu senza sale, una cucina neutra che le consente di compensare i sapori più intensi dei pasti consumati fuori. La città le appare bella e pulita, ma aggiunge, con una certa prudenza, che il primo anno è sempre quello degli “occhiali rosa” e che solo con il tempo emergono anche i piccoli difetti. Inserisce poi un dettaglio significativo. Dice di essere molto contenta di aver studiato il coreano al Nord, perché questo le rende più facile orientarsi e inserirsi nella vita quotidiana. Per comunicare potrebbe cavarsela anche con l’inglese, ammette, ma preferisce continuare a praticare la lingua. Con il canale, invece, la situazione è più complessa, perché molte delle attività che aveva programmato sono state rinviate, e chiede ai follower un po’ di tempo per adattarsi.

Agli inizi di aprile compare un post attribuito a un amico russo residente a Seul, pubblicato però sull’account di Kisa. Il testo si presenta come scritto dall’amico in terza persona e racconta che i due si conoscono da più di due anni, si sono scambiati messaggi a lungo e avevano persino pianificato alcune riprese insieme, ma si sono incontrati di persona solo quella sera a Seul. La descrive come “la ragazza di cui da anni scrivono i media di tutto il mondo”, la russa che raccontava la vita in Corea del Nord. Aggiunge che “non è ancora chiaro chi sia, come sia arrivata lì e perché ora viva al Sud”. Scrive che Vika, usando il diminutivo del vero nome di Kisa, gli ha portato souvenir dalla Corea del Nord, come distintivi del Partito, cartoline con slogan della Juche (l’ideologia ufficiale nordcoreana), fiammiferi e persino sigarette che, a suo dire, sarebbero le preferite di Kim Jong Un. Conclude osservando, con tono scherzoso, di aver mostrato quegli oggetti agli amici coreani, rimasti sbalorditi, e che in Corea del Sud potrebbero perfino essere venduti all’asta tanto sono rari.

Il 6 aprile pubblica un breve video in cui risponde alle domande dei follower sul suo trasferimento con una formula lapidaria: Credetemi se volete, se no no. L’8 aprile un altro video, in cui pone a sé stessa domande opposte sulla Corea del Nord e risponde ogni volta con la stessa parola russa, ponjatno, che significa letteralmente “chiaro” o “capito” ma che nel russo colloquiale funziona come formula evasiva per troncare una conversazione senza prendere posizione. Hai nostalgia della Corea del Nord? Ponjatno. Non hai nostalgia? Ponjatno. Il video è accompagnato da un testo sulle “abitudini acquisite durante la vita in Corea del Nord”. Il 10 aprile compare un altro video dedicato a un bar di lusso di Pyongyang che frequentava abitualmente, con il menù dei cocktail dai nomi insoliti.

Il video “ponjatno” (dal suo canale Telegram)

Il contenuto più rivelatore è però quello del 7 aprile, in cui Kisa/Viktoria racconta all’amica Vika un episodio specifico. Durante un evento ufficiale in Corea del Nord aveva bisogno di andare alla toilette, ma non poteva utilizzare quello più vicino perché non era consentito passare davanti al “compagno principale”, appellativo che nel contesto nordcoreano indica senza ambiguità Kim Jong Un. È stata quindi accompagnata in auto, con i vetri oscurati, fino a un altro ristorante, dove nell’agitazione è inciampata ed è caduta proprio davanti all’assistente di un ministro che la accompagnava. La reazione di Vika, ripresa in un secondo video, si riduce a una sola frase sussurrata a bocca semiaperta: “ha visto Kim Jong Un!”.

È il primo contenuto in cui Kisa/Viktoria lascia intravedere, sia pure in tono leggero, un elemento concreto sul livello di accesso che aveva a Pyongyang. Non era una turista qualsiasi, ma partecipava a eventi in cui Kim Jong Un era fisicamente presente e si muoveva con l’assistenza diretta di personale ministeriale.

Cosa sappiamo e cosa non sappiamo

Prima di formulare alcune ipotesi su questa intricata vicenda, è utile fare il punto su ciò che i fatti ci dicono e ciò che invece resta oscuro.

Sappiamo con certezza che Kisa/Viktoria ha vissuto a Pyongyang per oltre due anni con un livello di accesso che le ha permesso di partecipare a eventi alla presenza di Kim Jong Un. Sappiamo che si è trasferita a Seul all’inizio di marzo 2026 dopo un passaggio di alcune settimane in Russia, e che vive ora nella capitale sudcoreana con piena visibilità, pubblicando contenuti e intrattenendo relazioni sociali apparentemente senza ostacoli. Non sappiamo chi sia davvero, in termini di famiglia, legami istituzionali e funzione reale. Non sappiamo quali siano state le ragioni effettive del trasferimento a Seul né le modalità organizzative dello stesso. Non sappiamo chi siano realmente l’amica Vika e l’amico anonimo di Seul, né se siano figure autentiche o elementi funzionali a una strategia più ampia di comunicazione.

Le ipotesi

Arrivati a questo punto, è inevitabile entrare nel territorio delle ipotesi. Le presento come tali, con gli argomenti a favore e quelli contro, lasciando al lettore il compito di soppesarle.

Due scenari possono essere esclusi con ragionevole sicurezza. Il primo è quello di un’espulsione forzata dalla Corea del Nord, che avrebbe comportato un ritorno in Russia, non un trasferimento organizzato verso Seul, e avrebbe lasciato tracce evidenti di discontinuità nella sequenza dei post, che invece rimane sorprendentemente lineare. Il secondo è quello di una crisi personale o una decisione individuale di cambiare vita. Uno spostamento di questa portata, verso la capitale del principale avversario geopolitico della Corea del Nord, richiede un supporto logistico e istituzionale che una vicenda privata difficilmente potrebbe garantire. Inoltre, il livello di controllo comunicativo mostrato da Kisa/Viktoria nelle settimane successive è difficilmente compatibile con una scelta improvvisata o dettata dall’emergenza.

Molto più plausibile appare l’ipotesi che Kisa/Viktoria goda a Seul di una qualche forma di protezione istituzionale, verosimilmente da parte dei servizi di intelligence sudcoreani. L’argomento principale è in questo caso di natura logica. La Corea del Nord ha una tradizione consolidata e ben documentata di eliminazione delle figure considerate minacce all’immagine o alla sicurezza della dinastia Kim. Il fratellastro di Kim Jong Un, Kim Jong Nam, è stato assassinato all’aeroporto di Kuala Lumpur nel 2017 con un agente nervino. Lo zio Jang Song Thaek è stato giustiziato nel 2013 dopo un processo sommario. Il nipote Ri Han Yong è stato ucciso a colpi di pistola davanti alla sua casa di Seul nel 1997. Chiunque abbia avuto accesso fisico ravvicinato a Kim Jong Un, o abbia svolto un ruolo nella proiezione dell’immagine del regime, e si trasferisca in un paese avversario senza adeguate garanzie che non parli e non arrechi danno all’immagine del leader, si trova realisticamente, in una posizione di rischio estremo. Kisa/Viktoria non appare affatto una persona sprovveduta; al contrario, la gestione della sua transizione, così come quella della sua precedente immagine di propagandista, suggerisce un livello notevole di consapevolezza. È quindi difficile immaginare che lei stessa, o chi eventualmente la assiste, abbia sottovalutato questo fattore. Da qui la conclusione più semplice, vale a dire quella secondo cui una forma di protezione deve esistere.

Resta naturalmente la domanda più semplice: perché mai le autorità sudcoreane dovrebbero offrire protezione a una figura come Kisa/Viktoria. La risposta più plausibile non riguarda la propaganda, ma l’informazione. Una persona che ha vissuto per oltre due anni all’interno dell’apparato sociale e mediatico nordcoreano, con accesso diretto a eventi di alto livello e contatti con funzionari governativi, rappresenta una fonte potenziale di conoscenza su meccanismi, procedure e relazioni interne che raramente diventano accessibili dall’esterno. Proteggerla significherebbe quindi non solo garantire la sua sicurezza personale, ma anche preservare un patrimonio informativo che può essere utile per comprendere meglio il funzionamento di un sistema tradizionalmente opaco. C’è poi un secondo elemento, più discreto ma altrettanto rilevante: evitare che un eventuale incidente sul territorio sudcoreano produca conseguenze politiche e diplomatiche difficili da gestire.

Se una protezione effettivamente esiste, diventa plausibile rileggere sotto una luce diversa anche gli altri elementi della vicenda. L’ingresso apparentemente senza ostacoli nel paese, la possibilità di mantenere una visibilità pubblica costante, il fatto che nessuna testata sudcoreana abbia dato notizia della sua presenza, circostanza che può suggerire sia un contenimento mediatico sia una fase di osservazione discreta da parte delle autorità, la disinvoltura con cui mostra in un post materiali nordcoreani come distintivi del Partito e cartoline con slogan del Juche, oggetti che in Corea del Sud possono rientrare nell’ambito di applicazione della Legge sulla sicurezza nazionale. Tutti questi elementi compongono il profilo di una figura che si muove all’interno di una cornice istituzionale protetta, non quello di una giovane donna lasciata a sé stessa in un contesto straniero.

C’è poi un’altra ipotesi che merita attenzione e che riguarda la strategia comunicativa stessa di Kisa/Viktoria. Il ponjatno ripetuto, il “credetemi se volete, se no no”, il video muto con cui ha annunciato il trasferimento, l’aneddoto apparentemente leggero sul bagno che rivela senza dichiararlo un livello di accesso straordinario, il post pubblicato sul proprio account ma attribuito a un amico e scritto in terza persona. Questi elementi difficilmente possono essere considerati casuali. Si tratta piuttosto di scelte comunicative che vanno tutte nella stessa direzione, quella di trasmettere segnali riconoscibili a chi è in grado di interpretarli, mantenendo al tempo stesso un margine di ambiguità verso il pubblico più ampio. Kisa/Viktoria comunica al proprio pubblico russofono, e indirettamente a chi la osserva da Mosca e da Pyongyang, di essere al sicuro, di avere il controllo della situazione, ma anche di non voler esplicitare ciò che sa o ciò che ha vissuto. È una forma raffinata di autotutela. In questo contesto, anche il nickname Kisa, mantenuto nonostante l’associazione sudcoreana con la figura dell’autista, funziona come un segnale di continuità: l’identità resta invariata, anche se il contesto è cambiato radicalmente.

Alcune figure presenti nella sua cerchia a Seul meritano infine una riflessione aggiuntiva, pur in assenza di certezze. L’amica Vika, che compare proprio nel momento del transito e accompagna Kisa/Viktoria in ogni tappa, dalla Russia a Seul, presenta caratteristiche che non escludono una funzione di accompagnamento istituzionale che va oltre la semplice amicizia. Lo stesso vale per l’amico russo che le ha procurato i cimeli provenienti da Pyongyang, il cui post, scritto in prima persona ma pubblicato sull’account di Kisa, con il richiamo ai “media mondiali” che in realtà si sono occupati di lei in misura limitata, mostra una costruzione narrativa troppo accurata per sembrare del tutto spontanea. Va però ribadito che si tratta di ipotesi non verificabili, congetture che si inseriscono in un quadro interpretativo coerente ma che, allo stato attuale, nessun elemento concreto consente di confermare.

Il contesto più ampio

La vicenda di Kisa non si svolge nel vuoto. Si inserisce in un momento preciso della storia recente della penisola coreana, segnato da un nuovo attivismo diplomatico della Corea del Nord dopo gli anni della chiusura pandemica. Nelle ultime settimane sono ripresi i collegamenti ferroviari passeggeri e i voli diretti tra Pyongyang e Pechino dopo sei anni di sospensione, il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha compiuto la sua prima visita ufficiale in Corea del Nord dal 2019 e il presidente bielorusso Lukashenko è stato ricevuto a Pyongyang con la firma di un trattato di amicizia. Allo stesso tempo Kim Jong Un, in un discorso pronunciato nel marzo 2026, ha indicato esplicitamente la “diversificazione” dei partner diplomatici come uno degli obiettivi centrali della nuova linea di politica estera.

Anche l’architettura di soft power russo-nordcoreano di cui Kisa/Viktoria faceva parte, costruita intorno alla ripresa del turismo russo verso la Corea del Nord e alla promozione dell’immagine del regime attraverso volti rassicuranti e linguaggi familiari, sta attraversando una fase di ridefinizione. Il suo trasferimento, qualunque ne sia la causa concreta, si colloca all’interno di questo più ampio processo di riassetto. Può essere il risultato di un ricalibramento dell’operazione comunicativa di cui faceva parte, oppure una decisione autonoma che ha sfruttato un’opportunità offerta dal contesto, oppure ancora qualcosa di intermedio.

Una parola che dice tutto e non dice nulla

Torno al video dell’8 aprile, al “ponjatno” ripetuto. Riguardandolo a distanza di giorni, quella parola apparentemente insignificante finisce per diventare la chiave dell’intera vicenda. Kisa/Viktoria risponde “ponjatno” a ogni domanda sui suoi sentimenti, e proprio in quel “ponjatno” deliberatamente ambiguo si riconosce il segno di una scelta comunicativa consapevole. Non dirà nulla di esplicito né sulla Corea del Nord che ha lasciato né sulla Corea del Sud in cui si è stabilita. Lascerà che siano gli altri a trarre conclusioni. Un “ponjatno” significa capito. Due “ponjatno” identici, pronunciati di fronte a domande opposte, non danno alcuna risposta: indicano solo che lei sa, che preferisce tacere e che chi cercava una spiegazione non la avrà, almeno per ora.

Una domanda allora si impone, e non riguarda tanto ciò che Kisa/Viktoria ha lasciato alle spalle, quanto la direzione che ha scelto. Se davvero avesse voluto ridurre al minimo i rischi, avrebbe potuto trasferirsi in un paese terzo, lontano dal teatro principale delle tensioni tra le due Coree. Invece ha scelto Seul, cioè il luogo in cui l’attenzione dei servizi di sicurezza è più alta e in cui ogni presenza legata al sistema nordcoreano viene valutata con estrema cautela. Una decisione del genere non sembra compatibile con l’improvvisazione né con la leggerezza. Presuppone consapevolezza dei pericoli e, con ogni probabilità, la percezione che proprio lì esistessero le condizioni più favorevoli per gestirli.

In questo senso, la sua visibilità pubblica non appare come un residuo della passata attività di influencer, ma come parte integrante della nuova posizione che ha assunto. Continuare a pubblicare, mantenere il personaggio, evitare dichiarazioni nette sono scelte che riducono l’attrito con ogni interlocutore possibile e tengono aperti i canali di comunicazione. È plausibile che nelle prime settimane siano avvenuti contatti discreti con le autorità sudcoreane, non per trasformarla in una figura clandestina, ma per stabilire un quadro di convivenza reciproca, una forma di protezione negoziata che consenta di evitare incidenti e di preservare un potenziale valore informativo. Se così fosse, la sua esposizione pubblica non sarebbe un’anomalia, ma una soluzione pratica a un problema delicato.

Più che una conclusione, ciò che resta è una sensazione di sospensione. La storia di Kisa/Viktoria non si chiude con una rivelazione, ma con una sequenza di segnali disseminati con attenzione, frammenti di un racconto che continua a sottrarsi a una lettura univoca. Il suo messaggio più eloquente, paradossalmente, è proprio l’assenza di spiegazioni. E in questa scelta di non dire, di rispondere sempre e solo “ponjatno”, si intravede forse la forma più efficace di comunicazione: quella che lascia intuire molto, senza concedere nulla.

Read the original on andreaferrario1.substack.com

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