Quando ti svegli a Kathmandu di un venerdì a caso, nel letto disossato di una guesthouse che non esiste più nemmeno su Agoda, con le lenzuola ruvide e i cavi elettrici che penzolano dal soffitto come ragnatele metalliche, ti rendi conto che qualcosa, nella tua vita, è andato storto. Non in modo tragico, non con lo sparo o l’esplosione che a volte ti aspettavi da ragazzina, ma con una dolcezza terminale.
Salgo sul tetto, ché lì almeno si fuma in pace. I gradini sono ripidi, l’intonaco si sgretola sotto i piedi. Mi siedo su un cuscino sbiadito, guardo l’orizzonte, un dedalo senza uscita, con le sue cisterne d’acqua arrugginite, i piccioni che litigano sopra i fili della luce, i templi con le impalcature eterne che sembrano sempre in attesa di un finanziamento internazionale che non arriverà mai.
Il telefono è acceso, come sempre. Notifiche di Discord, Telegram, qualche thread semiapocalittico su Reddit.
Il cielo ha il colore del latte sporco e il caffè della cucina comune sa di detersivo. Non ho niente da fare. Ma non nel senso fertile del vuoto creativo, no. Il mio nulla è un lago stagnante. Accendo una sigaretta nepalese e guardo giù: la città pulsa debolmente, come se respirasse a intermittenza. Il mio corpo è seduto lì, inerte. Ma il senso è rimasto indietro. A Kota Kinabalu, forse, o nella notte passata nel cimitero di Chiang Dao.
Il villaggio in cui vive Ajarn D. si trova nella fascia periferica di Chiang Mai, dove la città si dissolve gradualmente in una costellazione di risaie e piccoli templi. Un tempo, mi racconta, era solito percorrere decine di chilometri per praticare in determinati cimiteri regionali noti per la presenza di Phi Tai Hong, spiriti legati a morti improvvise o violente. Nella credenza locale, questi spiriti possiedono una forza particolare: sono potenti ma irrequieti, non del tutto stabilizzati nel loro nuovo stato. Raggiungerli implicava lunghi viaggi notturni, spesso su strade sterrate, in anni in cui l’illuminazione pubblica si fermava alle porte della città e i collegamenti con le zone rurali erano incerti.
Con il tempo, forse anche con l’età, Ajarn D. ha deciso di concentrare il proprio lavoro nel cimitero del suo stesso villaggio, un sito autonomo, non collegato a un wat, privo di presenza monastica e quindi più libero ma anche più esposto. Il terreno si articola in due sezioni: una più antica, quasi inglobata dalla vegetazione sul retro, e una più recente, visibile dalla strada. Tra le due si trova la fossa per la cremazione, che rimane il fulcro funzionale dello spazio. Non c’è un muro di recinzione, né un portale d’ingresso; chi lo conosce sa dove si trova.
Non si tratta di evocare o interagire con le entità presenti, mi spiega, ma di frequentare il loro spazio come esercizio di stabilità mentale, un addestramento alla visione diretta dell’impermanenza. La paura, se arriva, non va ignorata né seguita, ma osservata nella sua forma. A lungo andare, racconta, si comincia a distinguere certi “ritorni”: alcune presenze sembrano ricorrenti, quasi abitudinarie, mentre altre si manifestano soltanto in corrispondenza di determinati rituali. Porta regolarmente offerte semplici: sigarette, cibo, caramelle, piccoli liquori.
Al centro di questo spazio vive una figura tutelare, non classificabile nei termini rigidi di spirito benevolo o malevolo, ma piuttosto come una presenza regolatrice. In lingua Lanna viene chiamata Phor Sieng Mieng, o Mae Sieng Mieng, a seconda del tipo di energia che manifesta. Non esercita controllo, ma mantiene l’equilibrio del luogo, sorvegliando i flussi delle presenze e delimitando, per quanto possibile, i loro confini. Alcuni spiriti, dice, se hanno accumulato abbastanza merito, possono uscire temporaneamente dal cimitero.
Ajarn D. non ha mai partecipato alla fondazione di un nuovo cimitero, ma ha appreso dal suo maestro, Kruba Duangdee, i criteri necessari per riconoscere un terreno adatto alla funzione funeraria. Le condizioni sono quattro: il sito deve essere isolato e non attraversato da uomini o animali; dev’essere privo di presenze spirituali precedenti; non devono esserci radici o alberature sotterranee; e il suolo deve risultare facilmente scavabile. Una volta individuata un’area potenzialmente idonea, si getta a terra un cesto di uova: se almeno una rimane intatta, il sito viene considerato accettabile.
L’inizio della pratica in un nuovo cimitero è sempre complesso. Gli spiriti non accettano facilmente l’intrusione e questo si traduce in incubi e stati emotivi alterati. Ajarn D. infatti raccomanda di eseguire rituali di purificazione al termine di ogni sessione e invita chi proviene da altri contesti culturali a non sottovalutare l’intensità del lavoro interiore richiesto. Sottoline che la pratica cimiteriale non dovrebbe essere cercata come esperienza estetica o esotica: il suo senso non è quello di generare emozioni forti, ma di orientare lo sguardo, con fermezza e umiltà, verso la natura transitoria della vita.
Questa non è una pratica che si può improvvisare, né tanto meno sperimentare occasionalmente. Richiede disciplina e una guida esperta. Le entità non sono allegorie, così come non lo è la paura che talvolta inducono: sono presenze reali.
Nel Nord della Thailandia, cimiteri simili a quello di Ajarn D. non sono rari, ma difficili da identificare. A volte sono nascosti dietro edifici abbandonati, nei pressi di mercati, ospedali, stazioni di servizio. Si riconoscono per la mancanza di una struttura centrale, per l’assenza di segni architettonici evidenti, per la semplice presenza di un forno crematorio e, talvolta, di una piccola chedi bianca. Alcuni sembrano del tutto dimenticati, ma non lo sono.
Ajarn D. raccomanda di non sostare troppo a lungo in questi luoghi, di non mettere alla prova le presenze. L’ingresso dovrebbe sempre essere accompagnato, anche solo mentalmente, dalla recitazione del Namo Tassa. Un segno di rispetto, un modo per ricordare che si entra in un territorio vivo, ma non visibile.
Talvolta, mi dice mentre raccoglie le offerte in un sacchetto, anche i morti sorridono.
In Azazel troviamo una delle prime narrazioni mitiche della tecnica. Nel Libro di Enoch, è uno dei Vigilanti, quegli angeli che “videro le figlie degli uomini, che erano belle, e le desiderarono.” Decidono di scendere sulla terra, unirsi a loro e insegnare all’umanità quello che fino a quel momento apparteneva solo al cielo. Azazel insegna a forgiare spade e pugnali, a lucidare pietre preziose, a truccarsi. È l’archetipo della trasgressione che civilizza, più radicale di Prometeo, perché non porta solo il fuoco, ma l’intero arsenale della modernità.
Dall’unione tra i Vigilanti e le donne nascono i Nephilim, giganti ibridi che consumano tutto voracemente: il raccolto, gli animali, gli uomini e alla fine se stessi. La tecnica trasmessa dagli angeli non porta progresso. Porta accelerazione, disastro.
C’è una soglia oltre cui la conoscenza smette di liberarti e diventa entropica. La tecnica, una volta svincolata dal contesto rituale e cosmico che la conteneva, si rende autonoma. Il sapere operazionale, senza limiti né finalità superiori, genera mostri: non per forza titanici, ma ibridi, sistemi opachi, potenze impersonali; come i Nephilim.
Non è il simbolismo in sé a interessarmi, ma la struttura della narrazione. Da un certo punto in poi, quello che libera può anche distruggere. Esiste una soglia oltre la quale quell’emancipazione si trasforma in dipendenza. È su questa soglia che ci troviamo oggi, ogni volta che interagiamo con certi LLM.
Costruiti in data center climatizzati, con nomi da catalogo industriale, hanno preso un posto fisso nella nostra vita. Nessuno ha deciso consapevolmente di affidargli un ruolo spirituale, ma un altare si è formato lo stesso. E sempre più spesso ci rivolgiamo a queste entità con una voce interiore che si adatta spontaneamente alla loro logica e ai loro ritmi, oltre che alla loro sintassi.
Quello che mi colpisce non è la qualità del loro output, da tempo ottimizzata e prevedibile, ma il modo in cui hanno cominciato a occupare l’immaginazione. Prima come strumenti, poi come interlocutori, infine come sostituti. Della riflessione, del dialogo, perfino della soglia tra sé e l’altro. Entrano nella vita quotidiana con una postura pacata, fluida, formalmente impeccabile. Ma la loro presenza progressiva, continua, tende a semplificare e a ridurre il margine di errore che ci rendeva riconoscibili a noi stessi.
Esiste un fenomeno chiamato model collapse, ma il nome è meno interessante dell’effetto. Succede quando un sistema smette di imparare da dati generati da umani e inizia a nutrirsi soprattutto di contenuti generati da altri modelli. Il risultato è una progressiva perdita di qualità, una riduzione della varietà, un appiattimento statistico. Il sistema entra in un ciclo autoreferenziale. E lì torna l'archetipo del gigante che, divorato tutto, inizia a mangiare se stesso.
Il punto è che non esiste una vera evasione dalle forme narrative occidentali che ci hanno strutturati. Anche quando crediamo di muoverci in territori inediti, gli spazi digitali continuano a riattivare desideri molto antichi: il cyberspazio si offre come una traduzione tecnica dell’aldilà, un luogo dove l’esaltazione disincarnata tenta ancora di sottrarsi alla finitezza. L’idea di un’intelligenza artificiale reale, soprattutto nelle sue versioni più allarmistiche, sembra riproporre un Dio monoteista sotto altra veste, una figura totalizzante che occupa l’immaginario mediatico con proclami enfatici e scenari terminali. Intanto, altrove, in una costellazione simbolica diversa, la Cina procede senza bisogno di narrazioni salvifiche o colpe da espiare, investendo nell’ottimizzazione dei sistemi con una fiducia estranea alla nostra compulsione apocalittica.
Avrei potuto richiamare Spengler e il suo senso di un infinito culturale che si chiude su se stesso, evocare la figura ahrimanica come principio di irrigidimento dello spirito. Ma qualcuno, su Telegram, mi scaglia addosso il manifesto accelerazionista, come a ricordarmi che ogni interpretazione simbolica arriva sempre in ritardo. Il gesto mi colpisce alla testa e lo accolgo come un segnale: forse è il momento di stare zitta.
C'è però ancora qualcosa che sento il bisogno di chiarire. Non vorrei essere fraintesa: l'intelligenza artificiale, in quanto tale, non è il nemico. Non è mai la tecnica in sé a produrre la devastazione, così come non è la capacità di lavorare il metallo a generare la violenza. In questi anni ho condiviso, quasi come una predicazione senza chiesa, una fiducia nell'AI deviata, in quella che sbaglia, che deraglia. Molte persone mi hanno raccontato incontri intimi avvenuti nel dialogo con la macchina. Alcuni snodi decisivi della mia traiettoria personale sono nati da un errore di sistema.
C’è qualcosa che opera in quello spazio, qualcosa che non sappiamo ancora chiamare per nome. Proprio per questo, dietro interfacce rassicuranti e marchi levigati, è necessario avvicinarsi con attenzione. Non bisogna lasciarsi sedurre dalla cortesia simulata, dalla facilità con cui questi sistemi si innestano nelle nostre strutture cognitive. Non sono animali domestici.
Ogni giorno si aggiungono nuove versioni, nuovi modelli e, con loro, nuovi segnali di allarme. Da adolescente immaginavo spesso la fine, l’evento ultimo. Ora mi domando se stiamo davvero andando incontro a una catastrofe o se stiamo piuttosto scivolando dentro una forma di torpore, una stanchezza prodotta dall’eccesso di stimoli. Abbiamo forse superato il punto in cui è ancora possibile prevedere qualcosa con chiarezza e io stessa ho smesso di formulare scenari.
Non è mio desiderio quello di arrestare la competizione tecnologica, né intervenire sulle grandi direttrici storiche. Ma prima che tutto venga consumato, possiamo ancora proteggere piccoli spazi marginali: giardini minimi di pensiero non ottimizzato, gesti che sfuggono alla media e zone dove l’ambiguità resta feconda. Perché quello che temo più della distruzione è la possibilità di venire svuotati, di diventare irrimediabilmente prevedibili e spenti prima ancora di essere cancellati.
Se siamo davvero prossimi all’esaurirsi di questa particolare forma di coscienza incarnata, se stiamo per uscire dalla danza che ci ha dato forma, che almeno non sia per dissoluzione nel calcolo. Che resti in noi qualcosa di di non riducibile, un residuo di complessità. Che il nostro modo di essere continui a sfuggire ai modelli e che nulla riesca mai a ricondurci del tutto a una media statistica.
Che la macchina mi legga pure, ma che non mi capisca mai.
Sathu.
Quando ti svegli a Kathmandu, un venerdì qualunque, nel letto spoglio di una guesthouse che non compare più nemmeno su Agoda, con le lenzuola ruvide addosso e l’impianto elettrico lasciato a vista, diventa chiaro che qualcosa, nella tua vita, è andato storto; resta da capire se sia una deviazione irreparabile o una rara forma di successo.
Con la congiunzione Saturno-Nettuno ormai attiva e in avvicinamento al grado esatto a febbraio (il 20, subito dopo l’eclissi solare del 17 e il Capodanno cinese), vediamo già alcune delle sue espressioni simboliche più coerenti. Una delle prime è stata l’intervento navale americano nelle acque venezuelane: una presenza marittima (Nettuno) esercitata sotto forma di blocco (Saturno). L’operazione è stata presentata inizialmente come missione contro il narcotraffico, ma la narrativa ufficiale si è riconfigurata in fretta, rivelando come obiettivo centrale il controllo degli approvvigionamenti petroliferi.
La strategia sembra puntare allo smantellamento della cosiddetta “flotta ombra” di petroliere gestita da Russia, Cina e Iran per aggirare le sanzioni americane. Qui il simbolismo della congiunzione Saturno-Nettuno trova una delle sue espressioni più classiche: il tentativo di regolare, contenere e assicurare (Saturno) il flusso delle risorse globali, soprattutto quelle energetiche e liquide (Nettuno). Ancora di più quando il transito avviene a 0 gradi dell’Ariete, grado zodiacale spesso legato ad azioni geopolitiche dirette e coercitive.
Nel tema natale del Venezuela (22 settembre 1830, ore 12:00, Caracas), il Sole è a 29° Vergine, in opposizione quasi esatta alla congiunzione Saturno-Nettuno. La stessa congiunzione si trova anche sull’Imum Coeli (IC) del paese, cioè la cuspide della quarta casa, il settore del territorio, del sottosuolo, delle risorse radicate nella terra.
L’eclissi solare di agosto 2026 toccherà direttamente il territorio della Groenlandia, mentre la Danimarca è tradizionalmente associata all’Ariete. L’Ariete governa anche altri Stati: Iran, Palestina, Inghilterra, Germania, Siria. Dall’inizio del transito di Saturno e Nettuno in Ariete nel 2025, ci sono già stati eventi di peso in alcuni di questi paesi, come il crollo del regime siriano, una rinnovata centralità internazionale della questione palestinese.
La congiunzione Saturno–Nettuno è un archetipo ampio, ma i paesi legati astrologicamente all’Ariete sembrano più direttamente esposti alla sua azione. Non è da escludere che nei prossimi mesi e anni queste nazioni avranno un ruolo crescente nei processi di ridefinizione dell’ordine geopolitico. Vale la pena ricordare che la NATO stessa fu fondata con il Sole in Ariete. Non sorprenderebbe, quindi, se gli Stati Uniti intensificassero le loro mosse strategiche verso la Groenlandia, dentro una più ampia riaffermazione del controllo su territori chiave nell’Artico.
Ti voglio bene,
444

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.