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Cosmologia Antropocentrica · Dec 21, 2025

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Brenda · Cosmologia Antropocentrica

Amici, questo è l’ultimo articolo dell’anno, forse l’ultimo per un tempo imprecisato. Sento di non aver più niente da dire. Ho aperto il mio diario e ho copiato alcune vecchie pagine. Niente di pretenzioso, niente filosofia, niente esoterismo. Sono qui sotto.

Sono andata a Khao Yai l’altro fine settimana, in quel periodo dell’anno in cui la stagione delle piogge si è appena ritirata e la terra, ancora scura e compatta, trattiene l’umidità senza più restituirla al cielo; l’aria diventa finalmente respirabile, più leggera, quasi estranea dopo mesi di saturazione. Non ci sono andata con un’intenzione che si possa spiegare senza farla sembrare una forma di disciplina personale; ci sono andata perché il corpo, a volte, chiede un cambiamento di luce, di densità, di temperatura e perché la mente, dopo una lunga stagione di chiusura, tende a ripetersi, come se anche il linguaggio avesse assorbito troppa acqua.

Mi sono sdraiata su un sentiero di alberi caduti, tronchi abbattuti durante il monsone e lasciati lì senza urgenza, già opachi, già abitati da insetti invisibili, e ho lasciato passare il tempo senza tentare di trasformarlo in qualcosa di produttivo, perché ho imparato che l’immobilità non è una mancanza ma un’altra forma di presenza.

Quello che mi ha condotta a questa quiete non è stato tanto il luogo quanto la certezza del ritorno, il sapere che esiste una finestra di luce calda che mi aspetta, sotto un tetto, a sinistra, dove mia madre prepara la cena e che questa scena si ripete con una precisione che non ha bisogno di essere osservata, non perché sia straordinaria ma perché persiste, perché continua a esistere anche quando io non la sto guardando.

Mi ha fatto sentire allo stesso tempo leggera e piena avere un percorso che conosco, una strada che percorro senza pensarci, un cielo che arriva sempre allo stesso punto del giorno, verso sera, quando il caldo si ritira appena e la luce si inclina e la certezza silenziosa che troverò ancora il modo di sedermi con quella luce, come se il giorno stesso fosse in grado di mantenere una promessa anche quando le persone non lo fanno.

È bello, è una fortuna quasi dolorosa, avere questo tipo di conforto ed è anche destabilizzante, perché il conforto non è mai neutro, pone sempre una domanda quanto io sia disposta ad accettare, su quello che scelgo di proteggere, su quello che sono pronta a perdere.

Forse è il volgere della luna ad aver portato insieme il vecchio e il nuovo, confessioni di sogni e di incubi, promesse che arrivano con il peso emotivo della verità ma che contengono già, al loro interno, la consapevolezza di non essere destinate a compiersi, come messaggi lasciati in luoghi dove nessuno passerà più.

Un giorno desidero tornare alla familiarità, il giorno dopo sento il bisogno di affrontare il caos e la confusione e non provo più a conciliare questi impulsi perché comincio a sospettare che non siano opposti, ma parte dello stesso ciclo, il modo in cui la mente e il corpo si regolano a vicenda.

Mi ricordo spesso che la natura del tempo assomiglia molto alla natura degli esseri umani, profondamente ciclica, ostinatamente abituale, incline a tornare sugli stessi punti con la pazienza di una pratica; e a volte penso che questa ripetizione abbia qualcosa di masochistico, ma poi mi accorgo che forse è proprio quello che ci tiene insieme, perché i cicli non sono solo gabbie, sono anche strutture e senza struttura il sé si disperde.

Quest’anno l’ho attraversato in lunghi periodi di equilibrio, oscillando tra stanchezza, disordine ed entusiasmo; anche quando cerco di considerare questa oscillazione come normale, la perplessità del mio stato comincia a scuotermi, perché noto come i miei umori pesino sugli altri e faccio uno sforzo costante per non misurare la confusione che genero, anche se so che ignorarla non è una soluzione, ma solo una forma temporanea di cecità.

Alcuni giorni mi viene naturale fingere forza, non per ingannare, ma perché rende la vita quotidiana più semplice, mentre altri giorni anche i cambiamenti minimi richiedono uno sforzo sproporzionato, come se ogni gesto di trasformazione avesse un peso specifico maggiore del previsto, soprattutto quando entra in attrito con una postura che riconosco come generazionale, un modo appreso di resistere senza dichiararlo.

L’inverno secco, qui, aiuta, perché dopo mesi di pioggia il corpo ritrova i propri confini, la pelle respira di nuovo, l’umidità non si deposita più ovunque, e sento che qualcosa in me si definisce meglio, non per irrigidimento ma per chiarezza, come se il corpo potesse finalmente distinguere quello che è suo da quello che lo attraversa.

Allo stesso tempo diventa più difficile sintonizzarmi con i miei organi interni, figuriamoci con l’anima o lo spirito; esito a chiamarlo un segno perché sono pessima con i segni o, meglio, sono molto abile nell’accettare solo quelli che lusingano i miei piani e nel respingere quelli che mi chiedono di cambiare.

Nei momenti in cui il flusso interno rallenta, o sembra fermarsi del tutto, sento il bisogno di continuare a praticare una forma di resistenza che non ha nulla di spettacolare, una resistenza fatta di attenzione, di manutenzione, di piccoli atti che tengono il corpo e la mente in relazione con il presente.

La stagione secca porta una pienezza nuova, una densità diversa e mi chiedo se il tempo stia semplicemente raggiungendomi, o se la fine dell’anno produca una pausa collettiva che attraversa i corpi come un cambio di pressione e, sì, ci è concesso fermarci, ma non posso evitare di pensare anche a quello che ci aspetta, al calore che tornerà, agli eventi che continuano a manifestarsi ovunque, tempeste, frane, incendi, come se il pianeta stesse parlando una lingua che non ammette più interpretazioni.

Riconosco allora la necessità di tornare alla pratica rituale, non per fede improvvisa ma per orientamento, per riportare il corpo dentro una sequenza, perché la ripetizione, quando è scelta, insegna al sistema nervoso una forma di fiducia che nessuna convinzione teorica riesce a produrre.

I ritmi delle persone che amo non coincidono sempre con il mio e questo scarto, che un tempo mi inquietava, ora lo osservo con maggiore indulgenza, perché la differenza di ritmo è una delle verità più concrete dell’intimità, indica fino a che punto possiamo incontrarci prima di dover tornare ciascuno al proprio tempo.

Fasi come questa chiedono un incontro diretto con il sé, non mediato, e ritorno allora a pratiche che trascuro facilmente, scrivere, elencare, mettere ordine.

Sedermi senza distrazioni.
Tornare ad ascoltare musica.
Prestare attenzione alla terra e alle persone senza cercare subito una risposta.
Riflettere e poi agire.
Mangiare con chi amo.
Muovere il corpo attraverso la danza.
Modificare gli spazi in cui vivo.

Nel corso dell’anno ho ascoltato molti discorsi sulla vulnerabilità, sul trasformare il dolore in amplificazione e queste idee hanno trovato un senso più concreto mentre entravo in un altro ciclo, un’altra fase di donna, di figlia, di sorella, non definita da una maggiore forza ma da una maggiore profondità, come se le radici si spingessero più in basso e rendessero impossibile la superficialità.

Diventa allora evidente che comprendere la propria famiglia significa comprendere il tempo, perché è nella famiglia che il tempo smette di essere astratto e diventa ritorno.

E capisco anche che l’amore è facile da provare, ma la capacità di sostenerlo è quello che richiede lavoro, perché la capacità non cresce per slancio ma per ripetizione, manutenzione, devozione quotidiana e se viene trascurata semplicemente si assottiglia e il corpo, lentamente, dimentica.

Con Alice condivido cose che sembrano minime e che invece tengono insieme il mondo, parliamo di frutta preferita, ci scambiamo piccoli doni senza valore apparente, prenotiamo viaggi improbabili senza una ragione precisa, ascoltiamo sconosciuti raccontare quello che li appassiona, restiamo nei cinema finché lo schermo diventa nero e qualcuno ci chiede di uscire, come se rifiutare la fretta fosse già una forma di rituale.

I miei genitori osservano i miei cambiamenti, il modo in cui le stagioni mi attraversano e il loro sforzo di capire, che un tempo mi sembrava invasivo, ora mi appare per quello che è: una forma di attenzione e, quindi, amore.

Viviamo di gesti ripetuti, pensieri antichi, ritorni serali al cibo caldo, all’acqua calda, ai letti che conosciamo, sappiamo cosa comprare, quali fiori regalare, quali canzoni evitano o provocano certe cadute e anche se tutto questo può sembrare banale, è quello che rende possibile restare.

È facile giocare con l’idea che tutto possa essere ridisegnato, che nulla abbia davvero una forma, ma la realtà non procede in linea retta e nulla è completamente nuovo o completamente vecchio.

Viviamo su un asse inclinato e torniamo intorno al sole in cicli irregolari, ancora e ancora, non per ripeterci identici, ma per ritornare alle stesse domande con un corpo leggermente diverso, segnato dal clima, dall’amore, dal tempo e dal lento lavoro della cura.

Ti voglio bene,

Brenda

Read the original on ananche.substack.com

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