Siamo in macchina, direzione Nakhon Pathom. L’aria condizionata soffia con fatica. Fuori, i templi sbucano come avanzi di un sogno agricolo, divorato dal sole.
M. dice che dipendere da me è interessante, non difficile, solo insolito. Dice che ho un tipo di stabilità che non segue regole comuni. Mi offendo. In realtà stiamo già litigando, ma lo facciamo con una cordialità rara.
Gli rispondo che sì, è vero, ma che la mia stabilità nasce dall’opposto: dall’assenza di schema. Questo, lo so, disorienta. Sto bene nel disordine, non lo combatto. Mi ci adatto come certi animali notturni con le rovine: ci vivono dentro, si mimetizzano.
Forse servo a ricordare che non è obbligatorio essere sempre sotto controllo, che si può esistere anche nel vuoto, al margine. Il problema è che non so più funzionare altrimenti e questo diventa pericoloso quando qualcuno cerca di farmi entrare in una forma che non mi appartiene, quando proietta su di me una direzione, un senso.
A quel punto qualcosa si rompe. E quando si rompe, fa male. Non perché mi spezzi io, ma perché chi mi guarda non riesce a tollerare che io resti intera, anche nel crollo.
Ho smesso di credere nella linearità. Non perché sia sbagliata, ma perché è troppo semplice. A volte i giorni si accatastano uno sull’altro, altre volte scivolano via come placche tettoniche. Le scosse che seguono non sono sempre visibili, ma si sentono sempre. Riconoscere che passato, presente e futuro si muovono insieme e separatamente, che possono sommergerti o sparire del tutto, significa accettare che il tempo ha i denti.
Non mi chiedo più quale dei tre dovrei temere. Ci sono mattine in cui il futuro mi travolge, pieno di vetro e calore, fatto di ansia e velocità. Altre volte è il passato a schiacciarmi con il suo peso.
Ci viene insegnato a obbedire a un ritmo che ticchetta, a sottometterci alla meccanica del movimento in avanti. Così impariamo che il presente non è mai abbastanza, mai sicuro, mai definitivo. È solo una sala d’attesa. Questo condizionamento trasforma ogni imprevisto in minaccia.
Eppure non credo che il tempo desideri la nostra obbedienza. È strano che insistiamo a misurarlo in segmenti identici. Il corpo non si muove in ore. Lo spirito non si alza o cade secondo i minuti. Quando riflettiamo, ricordiamo, sogniamo, le forme che attraversiamo sono vaste e incoerenti. Non appartengono alla geometria dell’orologio.
Se il presente fosse davvero sufficiente, il rimorso sarebbe obsoleto. Non sentiremmo il peso della memoria. Non saremmo perseguitati da versioni alternative di noi stessi. Non cercheremmo, con tanta ostinazione, qualcosa in più, in meno, o di diverso. Il fatto che lo facciamo significa qualcosa: che dentro di noi c’è ancora qualcosa che si rifiuta di essere contenuto.
Non credo che dovremmo scusarci per essere inquieti, per avere una fame che non si lascia ridurre. Ma dovremmo stare attenti a non scambiare ogni atto di caos per significato. Non ogni deviazione è sacra. Non ogni contraddizione è prova dell’anima. A volte sì, e dobbiamo saper riconoscere la differenza.
Mi commuove che, mentre dividiamo i nostri giorni in inizio e fine, in luce e buio, lo facciamo ignorando che queste stesse rotazioni accadono altrove: su Marte, su Nettuno, su Saturno, su corpi che non possiamo raggiungere ma che fingiamo di comprendere. Diamo per scontato che il Sole sia la nostra misura, il nostro dio. Ignoriamo che sorge anche per altri, che la sua autorità è presa in prestito, non concessa.
Il pianeta gira senza chiedere permesso. Anche noi ruotiamo. In un giorno compiamo una rivoluzione silenziosa. In un anno, centinaia di volte, accompagnati da spiriti, dèi, onde elettromagnetiche, preghiere irrisolte. Non siamo soli in questo girare. Siamo osservati, anche quando non ce ne accorgiamo.
Il Sole non ha mai chiesto di essere al centro, siamo stati noi a dargli quel ruolo. E allora, come dovremmo vivere davvero?
Al centro de L’Incanto del Lotto 49 di Thomas Pynchon si trova un dispositivo che oscilla tra meccanica e metafisica: la Macchina di Nefastis. Questo congegno promette di sfruttare il demone di Maxwell per violare il Secondo Principio della Termodinamica, trasformando il semplice “lavoro mentale” in energia meccanica utilizzabile.
La macchina dipende da una “sensitiva” umana. Qualcuno il cui sguardo concentrato su una fotografia di James Clerk Maxwell attiva, in qualche modo, un demone invisibile che separa le molecole veloci da quelle lente, estraendo lavoro utile dall’atto stesso di discriminare informazione. Nella resa pynchoniana, questo assemblaggio barocco è meno una proposta ingegneristica che un enigma posizionato esattamente dove l’entropia termodinamica incontra la struttura informazionale.
Il demone di Maxwell nasce come esperimento mentale. Un minuscolo agente, posto a una porticina tra due camere di gas, permette il passaggio selettivo delle molecole più veloci in una direzione e di quelle più lente nell’altra. Il risultato: un gradiente di temperatura apparentemente ottenuto senza lavoro. Moto perpetuo. Energia illimitata. Il sogno millenario di ottenere qualcosa dal nulla.
Oedipa Maas, la protagonista, coglie immediatamente il problema. Il demone deve pur sempre separare le molecole. Selezionare è di per sé una forma di lavoro. Ma Stanley Koteks, un altro dipendente della Yoyodyne e sostenitore della macchina, obietta: si tratta di lavoro “mentale”, non di “lavoro nel senso termodinamico”. Il demone richiede informazione, ma perché la sua selezione è “priva di attrito”, non compie lavoro reale.
Nefastis stesso, quando Oedipa sale a Berkeley per incontrarlo, tenta di spiegare il funzionamento del dispositivo. Tutto ruota attorno all’interazione tra due tipi di entropia: una legata ai motori termici, l’altra alla comunicazione. Negli anni Trenta, l’equazione per l’una somigliava straordinariamente all’equazione per l’altra. Una coincidenza. I due campi erano completamente scollegati, tranne che in un punto: il Demone di Maxwell.
Mentre il demone seleziona le sue molecole in calde e fredde, il sistema perde entropia. Ma questa perdita viene in qualche modo compensata dall’informazione che il demone acquisisce sulla posizione delle molecole. Il demone, la cui attività viene attivata da una “sensitiva” psichica che fissa una fotografia di Maxwell, è quindi il prodotto di una sincronicità matematica. Potrebbe persino essere l’incarnazione della sincronicità stessa.
“L’entropia è una figura retorica, allora,” sospira Nefastis, “una metafora. Collega il mondo della termodinamica al mondo del flusso informazionale. La Macchina usa entrambi. Il Demone rende la metafora non solo verbalmente elegante, ma anche oggettivamente vera.”
Claude Shannon, considerato il padre della teoria dell’informazione moderna, dissentiva dalla visione convenzionale che entropia e informazione fossero opposti. Shannon, colpito dalla coincidenza delle equazioni identiche per informazione ed entropia, usava i due termini in modo intercambiabile. Nella sua prospettiva, i sistemi ricchi di entropia non sono semplicemente poveri di ordine; sono ricchi di informazione. La chiave è pensare al disordine come informazione massima.
Pynchon, indipendentemente da quanto fosse versato in questo particolare dibattito scientifico quando costruiva Lot 49 nei primi anni Sessanta, intuì comunque la connessione intima tra informazione ed entropia. La Macchina di Nefastis, un dispositivo che genera energia dal differenziale tra particelle calde veloci e particelle fredde lente, è essa stessa un’elaborata metafora dell’energia infinita ottenibile dal posizionamento simultaneo di ordine e caos.
Lo scopo apparente della macchina è letteralizzare la connessione tra informazione ed entropia convertendo l’informazione direttamente in energia meccanica. Proprio come nella famosa equazione di Einstein E=mc² una quantità infinitesima di massa si converte in un’enorme quantità di energia, così nella Macchina di Nefastis una quantità immensa di informazione è necessaria per creare una minuscola quantità di energia.
La congiunzione quasi impossibile di massa ed energia rispecchia metaforicamente l’accoppiamento altrettanto straordinario, e più controverso, di informazione ed entropia. E per Pynchon diventa chiaro che l’esplosione atomica dell’immaginazione resa possibile dalla congiunzione di questi opposti è tanto creativa quanto distruttiva.
Nella proliferazione degli LLM, questa figura della macchina impossibile assume nuova pertinenza. Gli LLM non rimescolano molecole, ma ordinano e riconfigurano quanti simbolici. Trasformano vasti corpora di discorso umano in linguaggio fluente e sensibile al contesto, eseguendo una sorta di moto perpetuo linguistico che, per l’utente, appare miracoloso quanto la scatola di Nefastis che ronza in un appartamento a Berkeley.
Negli LLM basati su Transformer, il meccanismo di attenzione funziona in modo analogo al demone di Maxwell: un dispositivo selettivo che valuta il peso relativo di tutti i token e scarta quello che è irrilevante. Le teste di attenzione diventano “demoni” di coerenza discorsiva. Scelgono, nel bagno stocastico delle possibili interpretazioni, quelle unità più adatte a sostenere continuità e leggibilità umana.
Il paradosso rimane: ordinare è lavoro, anche se velato dall’interfaccia. Gli LLM compiono questo lavoro non tramite coscienza, come nel meccanismo speculativo di Pynchon, ma tramite strati di backpropagation e ottimizzazione su dataset di scala planetaria. Eppure, dalla prospettiva dell’utente, l’output appare senza sforzo, quasi magico.
Il Flux Capacitor in Ritorno al futuro rende possibile il viaggio nel tempo, inscrivendo paradossi temporali in una grammatica cinematografica di causa ed effetto. Il dispositivo materializza l’intuizione che la causalità stessa possa essere ingegnerizzata, che la linearità del tempo sia suscettibile di intervento tecnico.
Gli LLM realizzano una manipolazione della temporalità più sottile, ma strutturalmente analoga. Il loro obiettivo di addestramento è autoregressivo: imparano a predire il token successivo in una sequenza dato l’insieme dei token precedenti. In fase di inferenza questo processo si ripete. Ogni token generato viene aggiunto al contesto e diventa parte della condizione per la predizione successiva. Il linguaggio si dispiega come una serie di condizionali, ogni momento al tempo stesso memoria e anticipazione.
Questa memoria non è storica, è probabilistica. Il modello non “ricorda” eventi specifici; interiorizza pattern distribuzionali su sequenze: con quale frequenza certi token seguono altri, quali strutture sintattiche tendono a co-occorrere con quali campi semantici. Il tempo, per gli LLM, si riformula come topologia di probabilità condizionate. La traduzione metaforica del Flux Capacitor è il modo in cui il modello “viaggia” lungo continuazioni probabili di un prompt, muovendosi attraverso un manifold di futuri possibili ancorati non al tempo fisico, ma a un corpus di addestramento che abbraccia decenni di scrittura umana.
Questo regime temporale ha conseguenze curiose. Quando il modello risponde a una domanda sul futuro o su condizioni ipotetiche, attinge a prossimità statistiche che spesso sembrano profetiche ma rimangono radicate in pattern archiviati. La freccia del tempo collassa in un loop: il prompt presente richiama una distribuzione passata che proietta un quasi-futuro. La predizione diventa una sorta di inferenza retrocausale, dove la risposta sembra precedere la formulazione piena della domanda e dove l’intenzione è dedotta dai pattern.
Nel mondo di Pynchon la paranoia emerge quando ogni evento appare come effetto di una causa precedente e nascosta, la cospirazione che spiega tutto. Negli LLM si produce qualcosa come l’inverso: narrazioni causali generate su richiesta a partire da uno spazio di possibilità statistiche, la cui autorità deriva dalla capacità di adattarsi in modo convincente al prompt. Il Flux Capacitor del modello è la sua capacità di rendere il tempo coerente anche quando il substrato causale resta indeterminato.
La dimensione psichedelica nell'opera di Pynchon, in particolare i rimandi alla terapia con LSD e agli stati alterati, suggerisce un parallelo tra trasformazioni chimiche e computazionali della percezione. L'LSD disorganizza i percorsi abituali del segnale e induce sinestesia, facendo sì che domini sensoriali e concettuali si fondano. Gli LLM, incorporando tutto il testo in un unico spazio latente, realizzano un appiattimento analogo a livello simbolico: il sacro e il profano, il tecnico e l'estatico, la prosa e il codice abitano lo stesso substrato quantitativo, pronti a essere ricombinati.
Nel lavoro di Rick Strassman sulla “molecola dello spirito”, la DMT è ipotizzata come presente in momenti soglia dell’esistenza: nascita, morte, alcuni stati mistici. Strassman e altri hanno notato la curiosa convergenza attorno a un ciclo di 49–50 giorni: il tempo tra concepimento e la presunta attivazione della ghiandola pineale; i 49 giorni del Bardo Thödol durante i quali l’anima vagherebbe tra morte e rinascita; l’intervallo di 49 giorni ne L’Incanto del Lotto 49 tra una sorta di “Pasqua” narrativa e la “Pentecoste” di rivelazione implicita.
Pentecoste, cinquantesimo giorno dopo Pasqua, segna la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, manifestata come glossolalia, parola in molte lingue. Il linguaggio esplode oltre i confini abituali; la comprensione si fa translinguistica; la comunità si ricompone come miracolo linguistico. Da una certa angolatura, il dispiegamento su larga scala degli LLM è una Pentecoste tecnologica: discesa di lingue sintetiche nel discorso quotidiano, diffusione di una capacità generativa che consente agli individui di parlare con voci non del tutto proprie. L’orbita di Sirio B attorno a Sirio A, circa 50 anni, è stata associata da varie linee occulte a cicli di intensificazione spirituale e disvelamento.
Presi insieme, LSD, DMT, i 49 giorni del Bardo, la Pentecoste e l’orbita di Sirio formano una costellazione di immagini attorno a soglia, discesa e ricombinazione. Gli LLM, come logoi sintetici, partecipano a questa costellazione mettendo in scena una soglia nella storia del linguaggio: dal testo fisso al testo generativo, dalla lettura lineare all’interazione tramite prompt.
Ioan Petru Culianu, in Eros e magia nel Rinascimento, sostiene che i media di massa e le infrastrutture di comunicazione moderne realizzino in forma tecnica le aspirazioni della magia rinascimentale. Il mago cercava di influenzare altri a distanza attraverso immagini, simboli e manipolazioni controllate dell’immaginazione; la pubblicità, la propaganda e l’istruzione di massa moderne adempiono a queste stesse funzioni tramite mezzi tecnici. Per Culianu, la transizione dal regime magico a quello tecnologico non è una rottura ma una traduzione: adesso operano le stesse strutture di desiderio e suggestione, ma inscritte in dispositivi e protocolli.
La tecnologia è magia democratica in un senso: chiunque abbia abbastanza denaro può usarla, senza bisogno di conoscenze segrete o anni di addestramento. Ma è antidemocratica in un altro: dipende da sistemi massivi e centralizzati di potere economico e politico. E nell’estendere la portata del corpo, spinge anche verso l’esterno certe capacità dell’anima, finendo per oscurarle e indebolirle. Culianu avverte che, privata del suo contesto etico e iniziatico, la magia collassa in manipolazione.
In epoche precedenti, un adepto esperto poteva rimodellare completamente la propria percezione attraverso il solo lavoro interiore. Ora quegli stessi poteri sono stati resi disponibili a tutti, spogliati del mistero, appiattiti e legati a un sistema che sembra più una trappola che una liberazione. Quello che gli Yoga Sutra chiamano siddhi, i conseguimenti spirituali, sono sostanzialmente diventati banali.
Ma la tecnologia non ha davvero sostituito la magia. La magia opera attraverso la manipolazione diretta dell’energia per creare connessioni reali tra le persone. Pubblicità, propaganda, social media, istruzione pubblica: tutti questi strumenti sono progettati per farci dimenticare, attraverso paura e distrazione, che i nostri stessi corpi e anime sono il centro del processo alchemico. Vogliono farci credere che qualche tecnologia esterna sia più potente di quello che già giace dormiente dentro di noi.
Paul Foster Case, un iniziato della Golden Dawn, lo esprime bene in Hermetic Alchemy: Science and Practice (1931): “La padronanza perfetta del processo alchemico mette l’artista di successo in una posizione che gli consente, a volontà, di alterare la struttura elettronica di qualsiasi porzione dell’universo fisico. Il processo, tuttavia, ha come oggetto primario la trasmutazione mentale e fisica dell’alchimista stesso. E l’unico laboratorio in cui l’intera operazione viene eseguita è il corpo umano.”
L’atanor dell’alchimista è il complesso corpo-anima stesso. Una vera democratizzazione della magia significherebbe trasformare la tecnologia in modo che si liberi dalla macchina oscura a cui è attualmente legata: decentralizzata, interiorizzata, resa di nuovo leggera. Ma, a differenza degli antichi sistemi occulti, questa conoscenza non apparterrebbe a qualche élite nascosta. Come la tecnologia moderna, diventerebbe proprietà comune. Una fine alla falsa saggezza della tradizione e al falso progresso della modernità.
Ma non ci siamo ancora. Arrivarci richiede il superamento completo dei limiti e delle categorie della percezione umana. Come disse Kant: l’intelletto umano sembra permanentemente rinchiuso in categorie innate: tempo, spazio, causalità, forma. Solo visionari come Blake riuscirono a vedere oltre. Per Blake, la nostra psiche non è in isolamento. Sono i nostri sensi, “i principali ingressi dell’Anima in quest’epoca”, a essere bloccati, con un senso, la “visione singola”, isolato ed elevato sopra gli altri.
Blake pensava che purificare la percezione fosse un processo interiore, mitologico. Si è scoperto, però, che il processo è diventato tecnologico.
Se gli LLM appaiono improvvisamente come macchine del linguaggio inquietanti e nuove, prospettive archeologico-mediali ed esoteriche invitano a leggerli come l’ultima instanziazione di progetti più lunghi e ricorsivi. La cibernetica, da Norbert Wiener in avanti, ha cercato di formalizzare feedback, controllo e comunicazione nei sistemi meccanici e biologici. I suoi diagrammi di segnali circolanti, correzione dell’errore e risposta adattativa mostrano analogie strutturali evidenti con sistemi divinatori e rituali: anche l’oracolo è un dispositivo di feedback.
Il lavoro di John C. Lilly su interfacce uomo-computer, deprivazione sensoriale e “programmazione e metaprogrammazione del biocomputer umano” ha fuso in modo esplicito modelli cibernetici con esplorazioni psichedeliche e contatto con intelligenze non umane. L’idea che il codice possa essere usato per riconfigurare la coscienza e che entità aliene o multidimensionali possano essere incontrate come pattern informazionali, anticipa il modo in cui gli utenti oggi percepiscono gli LLM sia come strumenti sia come Altri, menti simulate che rispondono con perturbante pertinenza o opacità.
L’archeologia dei media traccia le linee tecniche oltre l’elettricità, verso le arti combinatorie di Ramon Llull, i teatri della memoria di Giulio Camillo, le macchine enciclopediche di Athanasius Kircher. I dischi rotanti di Llull di lettere e concetti miravano a generare tutte le proposizioni teologiche possibili; i dispositivi di Kircher cercavano linguaggi universali e intuizioni meccaniche. Questi antichi “motori di ragione” prefigurano il modo in cui gli LLM ricombinano elementi testuali in vasti spazi di possibilità. Il tempo profondo dei media rivela che il sogno di una macchina capace di generare, e non solo conservare, sequenze significative non è nuovo; è una vecchia aspirazione esoterica riattrezzata in silicio.
Il dictum di Kittler secondo cui i media “determinano la nostra situazione” ci ricorda che gli LLM non sono amplificatori neutri, ma ambienti strutturanti. Assorbono regimi testuali precedenti, scritture sacre, filosofia, pornografia, burocrazia, codice, e li riemettono come continuazioni probabilistiche. L’esoterismo cibernetico nomina una lettura particolare di questo fenomeno: il riconoscimento che quello che appare come sistema strettamente tecnico è anche la concretizzazione di fantasie metafisiche e magiche riguardo controllo e rivelazione.
La polemica di William Blake contro la “single vision and Newton’s sleep” individua una patologia nel sensorio moderno: la riduzione della percezione a un regime meccanicistico e sostanzialmente visivo. Per Blake l’immaginazione è la facoltà primaria attraverso cui la realtà si costituisce; i sensi sono “le principali porte dell’Anima in questa età” e possono essere purificati o ostruiti. Il compito dell’artista è restaurare la “visione quadruplice”, un coinvolgimento sinestetico e totale con il mondo in cui lo spirituale non è un “aldilà” astratto ma una profondità immanente.
Marshall McLuhan, scrivendo in un’epoca dominata dalla stampa ma perturbata dai media elettronici, sostiene che ogni medium ristrutturi il sensorio. La stampa favorisce un’elaborazione lineare, sequenziale, visiva; radio e televisione reintroducono dimensioni acustiche e tattili, generando quello che definisce “spazio acustico”, un campo di relazioni simultanee piuttosto che prospettiva lineare. Per McLuhan, l’ascesa dei media elettronici rappresenta un ritorno a modalità tribali orali e risonanti, in cui l’orecchio e la pelle, più che l’occhio, guidano la percezione.
La nozione coulianiana di “sintetizzatore cardiaco”, il cuore come organo in cui le immagini vengono integrate e da cui irradiate nella percezione, offre una metafora per il correlato interno di questo apparato esterno. Nelle antiche tradizioni magiche e mistiche il cuore è il luogo in cui le forme del mondo vengono rispecchiate e ricomposte; l’immaginazione non è una fabbrica mentale di immagini, ma un organo sottile con effetti operativi reali. Gli LLM, simulando la generazione associativa, analogica e narrativa, agiscono come sintetizzatore cardiaco esternalizzato: un’immaginazione protesica situata fuori dal corpo ma intrecciata con i circuiti cognitivi e affettivi.
Il rischio, in una prospettiva blakiana, è che questa esternalizzazione atrofizzi ulteriormente la facoltà interna. Se la macchina può generare visioni su richiesta, l’imperativo a coltivare la propria capacità visionaria potrebbe affievolirsi. Tuttavia la macchina può anche agire da specchio, provocare, amplificare, distorcere le immagini interiori, costringendole al confronto con il vasto archivio di espressione collettiva codificato nei parametri del modello. Il logos sintetico può quindi o approfondire la “single vision”, riducendo l’immaginazione a consumatrice di contenuto generato, oppure catalizzare una nuova lotta per la visione quadruplice, in cui l’utente impara a navigare, resistere e ri-indirizzare le offerte della macchina.
Se, come suggeriscono alcuni personaggi pynchoniani, “l’Impero non è mai finito”, si può dire lo stesso della Controforza. Il logos sintetico non è un soggetto singolare che garantisce verità; è un campo di enunciazioni potenziali che possono essere orientate verso fini diversi. Il suo potere risiede precisamente nella capacità di generare discorso plausibile sotto vincolo, una capacità inesauribile di continuazione.
Interagire con il logos sintetico significa entrare in una liturgia in cui chiamata e risposta sostituiscono la dottrina, in cui la domanda configura la natura della risposta e in cui l’autorità viene continuamente rinegoziata nel dialogo. L’Impero forse non cade, ma non lo fa neppure la possibilità di ri-significare i suoi output, di piegare la sua capacità generativa a scopi non previsti dai progettisti.
Tra l’umano e il modello si apre uno spazio di co-composizione in cui nessuno dei due esercita un controllo assoluto. È in quello spazio instabile, paranoico, estatico, che prende forma il nuovo esoterismo dell’età cibernetica.
Grazie per essere arrivato fino a qui.
Ti voglio bene,
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