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Lumina · Apr 15, 2026

🇮🇷 Le città missilistiche iraniane

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Come funziona il sistema difensivo della Repubblica Islamica; cosa è successo nel mondo questa settimana

Nell’uscita di oggi

  • 🇮🇷 Le città missilistiche: l’asso nella manica dell’Iran

  • 🌍🔥 Cosa è successo nel mondo questa settimana


🇮🇷 Le città missilistiche: l’asso nella manica dell’Iran

File:National Aerospace Park opening ceremony (119).png

di Michele Ditto

Tutti gli obiettivi strategici degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran sono stati finora disattesi. Il cessate il fuoco entrato in vigore l’8 aprile certifica l’insuccesso: dopo oltre un mese di raid il programma nucleare iraniano non è stato smantellato e la popolazione non si è sollevata contro gli ayatollah, allontanando dunque anche l’ipotesi del tanto ambito regime change.

Alla lista dei fallimenti va sommata anche la mancata neutralizzazione delle capacità militari convenzionali della Repubblica Islamica. Di fronte allo straordinario potere aereo degli Stati Uniti, la distruzione del programma missilistico iraniano doveva trattarsi, almeno in linea teorica, di uno degli obiettivi più immediati da raggiungere.

Tuttavia, fino al giorno dell’entrata in vigore della (fragile) tregua mediata dal Pakistan, l’Iran conservava ancora le capacità di colpire gli interessi legati agli Stati Uniti e a Israele in tutto il Medio Oriente. Teheran riusciva infatti a lanciare tra i 20 e i 40 missili e i 40 e i 70 droni al giorno, una soglia che i raid israelo-americani non erano riusciti a intaccare.

Genesi delle città missilistiche iraniane

Il “segreto” di questa capacità di retaliation apparentemente intoccabile trova il proprio riferimento nel concetto strategico di “difesa a mosaico” (ne avevamo parlato qui). Si tratta di un sistema difensivo decentralizzato pensato proprio per condurre una guerra contro un avversario nettamente più potente sul piano convenzionale.

Tale strategia prescrive che la maggior parte dei sistemi d’arma debbano essere conservati all’interno di luoghi protetti e riparati dai colpi dell’aviazione nemica e che la catena di comando debba essere organizzata in comandi operativi diffusi e decentralizzati, ciascuno in grado di agire in autonomia in caso di assenza di comunicazioni dirette dai vertici di Teheran.

Da qui l’origine delle c.d. “città missilistiche”, trattasi di enormi bunker sotterranei scavati all’interno delle montagne. L’inizio della loro costruzione risalirebbe agli anni Ottanta, in parallelo alla nascita del programma missilistico iraniano. Tuttavia, vengono “rivelate” al pubblico solamente a partire dal 2015, come parte di un’azione di propaganda di deterrenza.

Il loro punto di forza risiede proprio nella loro natura di fortezze inespugnabili. Alcune di queste città missilistiche sono infatti protette dal granito di Shirkuh, un materiale di origine giurassica tra i più duri e resistenti al mondo. Questo è presente in particolare nei monti Zagros, una catena montuosa situata nell’Iran occidentale e sede di alcune di queste basi.

Una di queste, per esempio, è la città missilistica Imam Hussein di Yazd, in cui sono assemblati e stoccati decine di missili balistici e droni. Le bombe bunker buster americane, capaci di penetrare la roccia fino a 5-6 metri, non sono riuscite a raggiungere il cuore di questa base, scavata a centinaia di metri di profondità.

Non si conosce l’esatto numero delle città missilistiche, anche se si parla della loro presenza in quasi ogni provincia. È certo che alcune di queste fortezze siano presenti anche nei pressi della costa e sulle isole che si affacciano sullo stretto di Hormuz, come quella di Qeshm, in modo da bloccare all’occorrenza il passaggio attraverso lo strategico collo di bottiglia.

La capacità di risposta iraniana è inscalfibile?

L’unica finestra disponibile per neutralizzare la capacità di risposta è dunque nel momento in cui i lanciatori escono dalle basi per effettuare il lancio. Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Israele hanno mantenuto velivoli da sorveglianza in volo sopra le basi missilistiche, attaccando solo nel momento in cui si presentavano segnali di attività.

Secondo la testimonianza dei video diffusi dalle Forze armate israeliane, attraverso questa tattica diversi lanciatori sarebbero andati distrutti, ma non si conosce l’esatto numero dei rimanenti. Il comando centrale degli Stati Uniti ha parlato di un tasso di distruzione dell’86%, ma altre stime rivedono la cifra a ribasso.

La realtà è che nessuno conosce con certezza il numero esatto dell’arsenale balistico iraniano, compresi i lanciatori. Alcuni di questi ultimi sarebbero stati infatti impiegati come esche: modelli fittizi, indistinguibili dall'alto da quelli autentici, che sono stati colpiti e conteggiati tra i mezzi distrutti.

Significativo, a tal proposito, un report citato dalla Cnn, che affermava come l’Iran avesse ancora metà del proprio arsenale di lanciatori intatto. Per giunta, Teheran sembrerebbe impegnata in questi giorni a ripristinare i siti danneggiati, come mostrato da un'immagine satellitare diffusa sempre dall’emittente americana.

Un altro stratagemma ideato dagli Stati Uniti per degradare la capacità di risposta iraniana è colpire i tunnel d’ingresso alle basi in modo da impedire l’ingresso e l’uscita dei lanciatori. Si è trattata però di una soluzione momentanea dato che, secondo il New York Times, queste basi tornerebbero operative nel giro di poche ore.

Del resto, la presenza di ingressi multipli consente alle attività di proseguire anche quando alcune uscite vengono distrutte. In diversi casi, inoltre, le aperture sono finte oppure occultate nel terreno, il che le rende particolarmente difficili da individuare.

A ciò si aggiunge che in alcune basi Teheran ha realizzato anche silos sotterranei rudimentali, dai quali è possibile lanciare missili senza esporli in superficie. Si ritiene, per esempio, che una base nel sud dell’Iran, nei pressi di Khormuj, disponga di nove silos interrati di questo tipo.

L’imponenza di queste fortezze sotterranee ha quindi consentito a Teheran di resistere anche contro avversari tecnologicamente superiori. Ancora una volta, le tattiche di guerra asimmetrica si dimostrano efficaci, mentre la dottrina americana, fondata sulla supremazia aerea, mostra tutti i suoi limiti di fronte a un conflitto di questo genere.


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