Nell’uscita di oggi
🇮🇱🇵🇸 Israele introduce la pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo
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di Daria Luisa Petrucci
La Knesset ha approvato il 30 marzo 2026 una legge che introduce la pena di morte per impiccagione come sanzione ordinaria per i palestinesi della Cisgiordania condannati dai tribunali militari israeliani per reati qualificati come atti di terrorismo.
La misura è stata sponsorizzata soprattutto dal partito di estrema destra Otzma Yehudit, legato al ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, ed è stata sostenuta anche dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, presente in aula al momento del voto finale.
L’iter della legge è stato lungo e politicamente molto significativo. La reintroduzione della pena capitale per “terrorismo” era da anni un cavallo di battaglia della destra radicale israeliana, ma la proposta era rimasta bloccata a causa delle resistenze interne agli apparati israeliano, nonché per timore delle possibili implicazioni diplomatiche e giuridiche che l’approvazione di una simile legge avrebbe comportato.
Una prima svolta si è avuta l’11 novembre 2025, quando il parlamento israeliano ha approvato la bozza in prima lettura con 39 voti favorevoli e 16 contrari. Da allora, Ben Gvir ha insistentemente presentato il provvedimento come uno strumento di deterrenza necessario nell’attuale contesto di conflitto.
Il testo, approvato a fine marzo 2026, ha poi irrigidito ulteriormente il quadro: nei tribunali militari operanti in Cisgiordania la pena di morte diventa la sanzione “di default” per gli omicidi commessi in atti definiti “terroristici”.
Per gli imputati israeliani, invece, il requisito ideologico introdotto dalla legge restringe enormemente l’applicazione della norma, che si indirizza soltanto a chi intenzionalmente provochi la morte di una persona con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele.
Si tratta di una definizione congegnata appositamente per escludere i terroristi israeliani, il che alimenta le diffuse accuse di doppio standard.
A riprova dell’asimmetria strutturale del sistema, Al Jazeera riporta il confronto tra il tasso di condanna per i palestinesi giudicati dai tribunali militari in Cisgiordania (il 99,74% tra il 2005 e il 2024) e il tasso di condanna per gli israeliani processati per gli stessi crimini (di circa il 3% tra il 2005 e il 2024).
Un aspetto che merita attenzione è il metodo di esecuzione scelto: di fronte al rifiuto deontologico dell’Ordine dei medici israeliano di somministrare iniezioni letali, Ben Gvir non ha battuto in ritirata.
Al contrario, ha iniziato a indossare una spilla a forma di cappio alle riunioni parlamentari, presentando una bozza di modifica, che è poi divenuta legge, che prevedeva la morte per impiccagione.
Inoltre, stando a quanto riportato da Human Rights Watch, la legge vieta espressamente la commutazione delle pene, imponendo l’esecuzione dell’impiccagione entro un lasso di tempo di 90 giorni dalla sentenza, salvo circostanze speciali che consentano di sostituirla con l’ergastolo.
La norma ha immediatamente provocato forti critiche internazionali perché ritenuta, oltre che disumanizzante, discriminatoria: nella pratica colpisce quasi esclusivamente i palestinesi, dato che i coloni israeliani nei territori occupati ricadono all’interno di un diverso sistema giudiziario.
La Association for Civil Rights in Israel ha già impugnato la legge davanti alla Corte Suprema, sostenendo che sia discriminatoria e incompatibile con principi fondamentali di diritto.
Anche i partiti di opposizione Yesh Atid di Yair Lapid, Hadash–Ta’al e il partito dei Democratici hanno annunciato ricorsi alla Corte Suprema, insieme a diverse organizzazioni per i diritti umani.
Sul piano diplomatico, l’Unione europea ha definito la decisione «molto preoccupante» e ha ribadito la propria opposizione di principio alla pena di morte in ogni circostanza.
L’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Volker Türk, ha affermato che la misura è «palesemente incompatibile con gli obblighi internazionali di Israele» e che la sua applicazione ai residenti del territorio palestinese occupato costituirebbe un crimine di guerra.
Anche la Relatrice speciale dell’Onu sulla tortura, Alice Jill Edwards, ha espresso grave preoccupazione per la legge, chiarendo che la stessa costituisce una violazione del divieto assoluto di tortura derivante dal diritto internazionale generale (in virtù del fatto che la pena di morte raramente può essere applicata senza causare terribili sofferenze).
Australia, Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso preoccupazione per la legge in una dichiarazione congiunta. Il Primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, su X, ha definito la sua approvazione «Un altro step verso l’apartheid». Nelle ultime ore anche otto Paesi a maggioranza musulmana hanno condannato formalmente il provvedimento.
Sul fronte americano, la posizione è radicalmente diversa: gli Stati Uniti hanno dichiarato di «rispettare il diritto sovrano di Israele di determinare le proprie leggi e le pene per gli individui condannati per terrorismo». L’amministrazione Trump è rimasta, finora, l’unica grande potenza occidentale a non unirsi alle critiche.
Questa stretta penale si inserisce in un contesto di guerra che, pur avendo visto un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025, non è davvero terminato.
Si tratta, piuttosto, di una fragile tregua, costellata da raid, uccisioni mirate e accuse reciproche di violazione. Secondo le autorità sanitarie locali, dall’inizio della guerra nel 2023, il bilancio umano a Gaza è salito oltre le 72 mila vittime palestinesi.
Parallelamente, in Cisgiordania la tensione è cresciuta: operazioni militari israeliane, attacchi di coloni e frequenti episodi di violenza hanno ulteriormente deteriorato la situazione.
Stando a un report del novembre 2025 pubblicato dall’associazione Physicians for Human Rights Israel, dall’ottobre del 2023 almeno 98 detenuti palestinesi sono morti in custodia israeliana a causa di torture, negligenza medica e fame forzata.
In questo quadro, la nuova legge non appare come una misura isolata, ma come il prolungamento sul piano giuridico di una logica di radicalizzazione maturata durante gli anni di conflitto a Gaza e ora estesa al teatro cisgiordano.
Le reazioni popolari non si sono fatte attendere. Il giorno dopo il voto, centinaia di manifestanti sono scesi in piazza nei territori palestinesi in seguito alla chiamata allo sciopero generale da parte del movimento Fatah del presidente Mahmoud Abbas.
A Ramallah, centinaia di persone hanno marciato contro la legge; a Nablus e Hebron le attività commerciali hanno chiuso durante la giornata.
Secondo alcuni osservatori per i diritti umani, anche a Tel-Aviv ci sarebbero state reazioni, sebbene contenute. Il 31 marzo la polizia israeliana ha disperso con la forza i manifestanti a Gerusalemme Ovest.
Sul fronte delle organizzazioni civili israeliane, la resistenza è giunta principalmente per vie legali e religiose: Rabbis for Human Rights, che ha presentato ricorso alla Corte insieme al deputato Gilad Kariv, ha dichiarato che «una politica di pena di morte va contro lo spirito della legge ebraica e il principio della sacralità della vita».
È chiaro che la nuova legge, formalmente presentata dal governo israeliano come misura di deterrenza contro il terrorismo, sostanzialmente non può essere letta in modo scollegato dal conflitto israelo-palestinese, rispetto al quale segna un ulteriore avanzamento dell’agenda dell’estrema destra nazional-religiosa.
Il provvedimento rappresenta, infatti, uno strumento di normalizzazione della distinzione giuridico-politica sempre più netta fra israeliani e palestinesi nei territori occupati.
La norma, inoltre, va collocata nel contesto della preparazione al prossimo appuntamento elettorale, da tenersi entro il 27 ottobre 2026.
Mentre la prospettiva di una soluzione negoziale appare sempre più remota, Netanyahu punta a compiacere la destra ideologica israeliana e a consolidare un sistema di giustizia duale anche all’interno dei territori occupati, persino a scapito dell’immagine di Israele come Stato democratico agli occhi dell’Occidente e del mondo intero.
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