Ieri ero in auto. Mi fermo un attimo per lasciar parcheggiare un’altra vettura. Quella si sporge all’improvviso troppo in fuori. Lo vedo, lo voglio avvisare — come a dirgli: «Attento, così vai a sbattere». Glielo avrei detto come un amico, e invece l’unico modo per dirglielo era un clacson.
Beeeep!
Un suono orribile. Ma non solo: un suono che ogni volta è un rimprovero. Lo sai anche tu, tutte le volte che ti suonano. Sembra sempre che qualcuno ce l’abbia con noi. Non è vero? Non ci sale forse quel leggero nervoso?
In certi casi si sfocia nell’insulto. Chi non ha assistito a urla per la strada: «Ma cosa suoni, cogli…». Oppure di peggio. Si litiga. Uno fa un gesto sgradevole, l’altro lo vede, è già nervoso di suo perché ha dovuto attendere quattro secondi con il semaforo verde (inaccettabile), è una giornata no — e in più ti faccio un piccolo bip per avvisarti, e tu cosa fai? Mi insulti?
E allora si scende dall’auto, non con le migliori intenzioni. E da quella che era una cortesia sonora, si passa a una rissa.
Eppure, se al posto di quel suono sgradevole avessimo potuto dire a quella persona: «Guarda che è verde»… Così, con la leggerezza di chi ti avvisa perché forse non te n’eri accorto… Forse allora si sarebbe evitato il nervosismo, l’insulto, il litigio. Forse saremmo stati tutti più felici.
Perché è così. Quel suono orribile, il più delle volte, vuol dire tutto tranne quello che lascia intendere: «Guarda che è verde, puoi andare». «Ehi, attento!». «Oh, grazie… a buon rendere!».
Certo, qualcuno obietterà che in certi casi basta dare un colpetto invece di tenere premuto per otto secondi. Vero, ma non basta. Se quel biiiip è fastidioso, lo è sia lungo sia corto: è intriso, nel suo stesso essere, di clacson monotono.
Da qui l’idea. Una proposta. Inventiamo il clacson empatico. Un sistema di suoni capace di comunicare quello che vogliamo dire davvero. Vogliamo avvisare che è verde? Potremo premere un pulsante e sentire, a un volume decente, una sorta di morbido e soffuso: fofi-fofi. Vogliamo chiedere il permesso di passare mentre l’altro sta facendo manovra? Un educato din don, come nei bei campanelli di casa di una volta. Vogliamo avvisare che siamo sotto il balcone ad attendere? Un grazioso flu flu flu su tre note diverse, magari do re mi. E via dicendo. Non sarebbe un modo migliore?
Beh sì, sarebbe bello.
Però…
E però c’è un però.
«Ma questo vorrebbe dire che al volante dovremmo avere quattro, cinque pulsanti diversi?».
Sì, chiaramente al centro, come è sempre stato, un bel classico biiiip da tromba del giudizio. Però magari ai lati… Quattro o cinq…
«No, aspetta, mi sembra un po’ troppo complicato…».
Beh, in effetti l’obiezione ha un senso.
Ma non facciamo già così tanta fatica a farlo nella nostra vita, quando comunichiamo con le persone che abbiamo accanto? Non è già difficile modulare in noi stessi le sfumature dell’anima, mettendo quella cura necessaria per rivolgere all’altro un suono adeguato?
Già. Forse è troppo. Come chiedere a milioni di persone di avere una consapevolezza mentre si guida, di rivolgere all’altro il tono giusto — quando non riusciamo neanche a farlo in casa nostra, con le persone che amiamo, con i nostri figli.
Sì, sì… lasciamo tutto com’è. Facciamo che quel clacson racconti il nostro stesso limite, ce lo sbatta in faccia, fino a quando tutto questo non ci sembrerà assurdo.
Fino al giorno in cui, appena qualcuno ci avrà risposto male, gli chiederemo, con una voce gentile: «Ma tu, perché mi hai parlato così?». E l’altro, forse smarrito, risponderà: «Non lo so…». «Ma forse volevi dirmi altro?». E quella persona ci guarderà, e all’improvviso potrebbe accorgersi che sì, è vero: voleva dire altro. E potrebbe perfino trovare nuove parole per dire qualcosa di antico.
E allora il suono che ne uscirà sarà tutt’altro.
E tutto questo potrebbe accadere a me, a te, a chiunque. Già domani.
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