Prendo in mano un’albicocca e la porto alla bocca. Non è buona: è dura, troppo acerba. Guardo le altre. Dovrò aspettare prima che siano buone.
Di un frutto non maturo si dice che sia cattivo. È curioso il linguaggio, e l’uso che ne fanno i popoli quando generano espressioni capaci di nascondere grandi sapienze.
L’albicocca immatura sarebbe cattiva. La cattiveria sarebbe dunque una forma di immaturità. E allora perché non estendere questo principio a tutto il male che vediamo nel mondo, attorno a noi e spesso dentro di noi?
Dicendo che quell’albicocca è immatura, stiamo riconoscendo un principio: l’albicocca non ha ancora compiuto ciò che è. Possiamo dirlo, e possiamo saperlo, perché abbiamo assaggiato l’albicocca nel pieno della sua maturità. Abbiamo assaggiato quella che chiamiamo una “vera” albicocca: un’albicocca pienamente diventata se stessa.
Ma allora, anche quando vediamo il mondo come cattivo, forse non stiamo vedendo il mondo nella sua forma compiuta, ma il mondo nella sua immaturità. E così i malvagi non sono ancora pienamente loro stessi. Possiamo dirlo perché appare evidente che, nella misura in cui una persona compie un crimine efferato, non può dirsi spiritualmente matura. Il male — quello del mondo, quello degli altri, il mio, il tuo — è l’immaturità dello spirito che rivela, nelle forme del mondo, il proprio stato.
Ma a questo punto l’espressione essere se stessi diventa ambigua. Essere chi? Il se stessi maturo o quello immaturo?
Quante volte abbiamo sentito queste parole? Essere se stessi. Ambigue, sì, poiché esse non risuonano soltanto nei luoghi in cui le persone cercano la verità, ma proprio là dove trova casa la bugia per eccellenza: la pubblicità.
Siamo bombardati, per non dire quasi assuefatti, dal ritornello positivo e confortante degli slogan che ci invitano a essere noi stessi proprio laddove finzione e maschera la fanno da padrone. Il sottotesto è più o meno questo: “sii te stesso, compra l’automobile dei tuoi sogni”.
Da L’Oréal a Nike, i grandi marchi sembrano essersi trasformati nei paladini dell’autenticità. Il colmo viene raggiunto da uno spot di un’assicurazione giapponese, costruito attorno al dono gratuito e disinteressato. Il messaggio è affascinante: donare conduce a rapporti autentici e a vivere emozioni vere, profonde, mentre chi agisce per un tornaconto è destinato all’infelicità e alla solitudine. Peccato che il disinteresse venga usato come mezzo per produrre un tornaconto commerciale.
Come può un concetto — essere se stessi — rappresentare nello stesso tempo lo scopo di chi cerca la propria verità e il messaggio delle grandi multinazionali? Se essere se stessi significa essere ciò che si è, e quel ciò che si è è un’albicocca immatura, allora il compito di ognuno di noi dovrebbe essere quello di non essere se stesso. Ma, nello stesso tempo, potremmo chiederci: “non è forse prerogativa di ogni cosa essere ciò che è? Quell’albicocca, non è forse se stessa nell’essere allo stadio di immaturità? E io, tu e il mondo non siamo forse già ciò che siamo?”
Da qui nascono complicazioni concettuali che non sono semplici astrazioni, ma questioni poste a fondamento del nostro stesso vivere, e che sono al centro di chi si interroga su di sé e su cosa sia essere se stessi. Al punto che queste parole le troviamo sulla bocca degli illuminati e al contempo su quella della più bieca e volgare propaganda commerciale.
Il principio che ci invita a essere noi stessi soffre dunque di una duplicità quasi diabolica, capace di produrre confusione e caos. Dividi et impera. In questo caso: il concetto essere se stessi da un lato diventa la negazione di un dato di fatto: chiunque e ogni cosa è già se stessa. Diventare se stessi significherebbe volere essere altro da ciò che si è. La ricerca quindi di un non essere, inseguendo un’immagine, un’ennesima illusione. E dall’altro lato sarebbe proprio un invito a restare quel che si è, schiavi di un’identità fondata sulle ferite irrisolte dell’Ego.
Un bel paradosso.
Come se ne esce? Perché il rischio, paradossale, è di affrontare in modo immaturo questo tema.
Ci viene in soccorso la sapienza evangelica: “quando faremo di due uno, entreremo nel Regno”. La maturazione è infatti un processo di unificazione. Un’albicocca è matura perché ha ricevuto l’acqua e il sole di cui necessita: e sono due, e vengono da direzioni opposte. L’acqua sale dal buio della terra e gonfia; il sole scende dall’alto e concentra. Nessuno dei due, da solo, fa un frutto: l’acqua senza sole marcisce, il sole senza acqua brucia.
E allora eccoci davanti agli ennesimi opposti, espressi in un dilemma: essere se stessi - intendendo l’umano immaturo e cattivo - o il non essere se stessi - aspirando a un positivo che però rischia di essere una proiezione?
Che faccio io? Resto quello che sono, con tutte le mie dinamiche irrisolte (ma non fanno già tutti così?) oppure cerco di non essere me stesso, diventando qualcosa di più vasto in cui forse risiede la mia vera verità?
Ma non è già questa domanda un bivio separativo? Non è già immaturo, e quindi cattivo, questo stesso ragionare?
E se la maturità giunge quando si mette fine alla separazione e il paradosso viene ricondotto all’unità: allora anche il nostro ragionamento necessita di uno sguardo sintetico, maturo.
Ed è proprio in questo che consiste il lavoro autentico. Un lavoro che, prima ancora di cominciare, richiede una grande raffinatezza del pensiero. Altrimenti sarà la parte immatura di noi a incaricarsi di farci diventare noi stessi, oppure, ancora peggio, a convincerci che lo siamo già.
Essere se stessi vorrebbe dire allora avere la maturità necessaria per accorgersi delle proprie immaturità. Ma quella perfezione non può essere assunta come una fede o come un pregiudizio: deve apparire alla coscienza nella sua evidenza, consegnata a una funzione interiore capace di riconoscerla, di cogliere contemporaneamente una contraddizione.
E come si chiama quella parte che di due ne fa uno?
Se per un’albicocca i due oppost da rendere uno sono acqua e sole, nell’essere umano si chiamano la Pancia e la Testa, sempre in lotta. La Pancia sarebbe restare ciò che si è, seguendo le pulsioni, il viscerale. La Testa sarebbe l’idea di migliorare, il calcolo progettuale, la valutazione su di sé. E allora quella parte che sta fra la Testa e la Pancia, e le tiene insieme, qui la chiamiamo Cuore.
E cosa ci dice il Cuore?
Che non siamo ancora così maturi da vedere in ogni nostra immaturità la perfezione dell’essere ciò che siamo.
Siamo sempre noi stessi nell’atto di non essere noi stessi.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.