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Alessandro Sironi · Aug 23, 2026

Il suono delle cose

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Alessandro Sironi · Alessandro Sironi

Entro in un negozio per comprare qualcosa. Mentre guardo gli scaffali, dagli altoparlanti arriva una canzone. Non l’ho scelta. Non so nemmeno chi la canti. A dire il vero, dopo pochi secondi, non mi accorgo più che ci sia.

Pago ed esco.

Soltanto più tardi mi sorprendo a canticchiare una frase. Ci metto qualche istante a capire da dove venga. È la canzone del negozio. Credevo di non averla ascoltata, e invece è entrata dentro di me.

È curioso: possiamo non accorgerci di qualcosa e, nello stesso tempo, esserne attraversati. Quasi posseduti.

Non è forse questa la definizione di un demone?

O di un angelo.

Il confine è sottile.

La musica: angelo o demone?

Già…

La musica.

La musica è ormai ovunque. Nei negozi, nei ristoranti, negli aeroporti, negli ascensori, nelle attese telefoniche. Occupa gli spazi nei quali, così ci sembra, altrimenti non ci sarebbe nulla.

Diciamo che la musica riempie il silenzio. Ma siamo sicuri che, prima della musica, ci fosse davvero silenzio?

In un negozio c’erano i passi delle persone, il fruscio degli abiti, le parole scambiate a bassa voce, il respiro di chi ci passava accanto. In un ristorante c’erano le posate, i bicchieri, le voci, il rumore del cibo. In una piazza c’erano il vento, gli uccelli, le biciclette, i bambini, l’eco dei passi sulle pietre.

Non c’era silenzio. C’era il suono delle cose.

La musica non ha dunque riempito un vuoto. Ha coperto qualcosa.

Ha coperto il suono proprio dei luoghi, la loro voce irripetibile, sostituendola con una voce decisa altrove. Se chiudessimo gli occhi e ci limitassimo ad ascoltare, potremmo essere ovunque: in un negozio di Milano, in un aeroporto di Parigi, in un albergo di Tokyo.

Non saremmo più in quel luogo.

Saremmo immersi nello stesso spazio sonoro abitato, nello stesso istante, da migliaia di altre persone. Uno spazio senza luogo.

Un appiattimento dell’ascolto su scala globale. Non soltanto ascoltiamo tutti la stessa musica: perdiamo la possibilità di ascoltare la differenza.

E non solo: qualcun altro ha già scelto che cosa dobbiamo sentire.

Ma chi?

Non una persona che conosciamo, non una presenza con la quale possiamo entrare in relazione. Un qualcuno senza volto, senza nome e forse persino senza una vera volontà: il risultato impersonale di algoritmi, strategie commerciali, abitudini, statistiche e convenienze.

Una decisione presa da nessuno che, proprio per questo, può raggiungere tutti.

Il luogo non deve più parlarci. Qualcun altro ha già deciso quale voce dovrà avere.

Il mondo non viene più ascoltato. Viene sonorizzato.

C’è, in questo gesto apparentemente innocuo, qualcosa che racconta in profondità la nostra civiltà.

Possiamo chiamare femminile tutto ciò che è dato, naturale, ciò che nasce spontaneamente: la vita nella sua immediatezza, prima che le venga imposta una forma.

E possiamo chiamare maschile la facoltà di intervenire su ciò che è dato, trasformarlo, ordinarlo, progettarlo, imprimergli una direzione.

Non stiamo parlando degli uomini e delle donne. Stiamo parlando di due principi che abitano ogni essere umano e ogni civiltà.

Rieccoli, dunque, i due principi che fondano il mondo! Ed ecco la lotta silenziosa che attraversa le cose.

Due sposi, diremmo. O almeno dovrebbero esserlo. Ma non sempre.

Il problema nasce quando il maschile smette di incontrare il femminile e pretende di sostituirlo. Quando non ascolta più ciò che esiste, ma lo copre con ciò che ha prodotto. Quando non entra in relazione con la voce del mondo, ma le sovrappone la propria.

È ciò che accade anche con il suono.

Da una parte c’è il suono femminile delle cose: dato, spontaneo, imprevedibile, non fabbricato per noi. Dall’altra c’è un suono prodotto, programmato e diffuso, che occupa ogni spazio disponibile.

L’artificio umano non si aggiunge più alla natura. La copre.

Il femminile non viene soltanto dominato. Viene reso inudibile.

E così anche la musica viene tradita. Perché la musica, nella sua natura più profonda, non nasce per coprire il suono delle cose, ma per rivelare il suono delle cose nascoste.

E quelle cose sono le profondità dell’anima.

La musica dovrebbe condurci verso ciò che non riusciamo ancora a udire di noi stessi. Dovrebbe toccare ciò che giace sepolto, dare movimento a ciò che non possiede ancora una voce, portare alla soglia della coscienza le armonie e le disarmonie che ci abitano.

E invece, trasformata in arredamento acustico, diventa essa stessa una copertura. Quello che dovrebbe aprire la nostra sensibilità finisce per proteggerci da ciò che potremmo sentire.

La musica, che dovrebbe renderci sensibili e sviluppare in noi le sfumature più sottili dell’anima, finisce così per ottenere l’effetto contrario.

Ci rende insensibili.

Quando un organismo viene sottoposto a una sollecitazione continua, deve difendersi. E uno dei modi in cui si difende è smettere di sentire.

Forse non siamo mai stati circondati da tanta musica. E forse non siamo mai stati così poco capaci di ascoltarla.

Ma perché abbiamo bisogno di coprire i suoni del mondo?

Forse perché dentro di noi facciamo esattamente lo stesso.

La musica onnipresente non è soltanto la causa della nostra insensibilità. È anche un simbolo. Uno dei più grandi simboli della contemporaneità.

Racconta fuori ciò che facciamo dentro.

La radio originaria, quella che capta ogni cosa spasmodicamente e non smette mai di trasmettere, è prima di tutto la nostra mente. Una radio che raccoglie voci, immagini, giudizi, paure, ricordi, desideri e previsioni. Passa incessantemente da una frequenza all’altra, senza dimorare davvero in nessuna. Riceve tutto, trasmette tutto, commenta tutto.

E, soprattutto, non tace mai.

È una voce omologata, composta dalle parole della famiglia, della società, della pubblicità, delle paure e delle aspettative altrui. Un suono costante che non ci appartiene e che copre qualcos’altro.

La musica diffusa negli spazi pubblici non fa che rendere udibile questa condizione interiore. È la nostra mente diventata ambiente.

Il paesaggio sonoro del mondo assomiglia sempre di più al paesaggio sonoro della nostra coscienza: affollato, sovrapposto, incapace di lasciare che una cosa sola possa finalmente parlare.

Crediamo che le nostre armonie, e ancora di più le nostre disarmonie, debbano essere corrette, disinfettate, profumate, occultate.

Temiamo che, facendo silenzio, possa emergere qualcosa di intollerabile.

E se invece emergesse qualcosa di grande?

Se sotto il rumore non ci fosse soltanto ciò che abbiamo paura di sentire, ma ciò che da sempre attende di essere ascoltato?

Copriamo il suono dei luoghi perché copriamo il suono dell’anima.

Sostituiamo la voce irripetibile delle cose con un suono già scelto, così come sostituiamo le profondità che ci abitano con una voce collettiva, rassicurante e conforme.

Siamo immersi in un continuo rubare ascolto a qualcosa di grande che ci abita.

Accorgersi del troppo suono intorno significa allora accorgersi, finalmente, del troppo rumore che abbiamo in testa.

Forse il primo gesto musicale non è produrre un suono.

È interrompere ciò che copre.

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Read the original on alessandrosironi.substack.com

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