I Pm di Torino hanno aperto un’indagine per devastazione dopo l’assalto dei gruppi No Tav ai cantieri dell’Alta Velocità Torino-Lione in Val di Susa, che ha causato 124 feriti tra le forze dell’ordine e almeno un milione di euro di danni alla società responsabile dei lavori. Il riconoscimento dei responsabili è reso difficile dal fatto che erano incappucciati. Le indagini ipotizzano regie organizzate, reti internazionali e una strategia precisa per diversificare gli attacchi, che sembrano coordinati anche dall’ex centro sociale torinese Askatasuna e coinvolgono gruppi anarchici di mezza Europa. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervistato dal Corriere (lo trovate nei pdf), denuncia l’esistenza di una “internazionale della violenza” che sfrutta temi sociali come pretesto per atti di guerriglia me lancia un appello ad ogni forza democratica perché prenda le distanze dalla violenza. Dopo l’intervento di ieri del cardinal Zuppi, oggi parla l’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa. il cardinale Roberto Repole dice: «Non meritano nessuno sforzo di comprensione, sono pura violenza terroristica», che «è incompatibile con il Vangelo e con la democrazia, dev’essere isolata e sanzionata».
Antonio Di Rosa, direttore della Stampa, inquadra bene la situazione nell’editoriale di stamattina: «Questa battaglia contro la Torino-Lione, che dura da 25 anni, non ha più senso. Capisco che per loro Chiomonte è un luogo simbolico dove rinnovare l’assalto contro lo Stato e chi lo rappresenta. Ma è davvero tutto sbagliato: la violenza è sempre e comunque inaccettabile. È il contrario della democrazia e lede il sacrosanto diritto di manifestare in pace, che deve essere tutelato in ogni democrazia, anche se malconcia come la nostra. Tutelato, mai ristretto col pretesto dell’ordine pubblico. Si può discutere se un’opera, importante o meno, possa durare trent’anni, un tempo assurdo e inconciliabile con qualsiasi razionalità. Ma leggere o ascoltare politici, opinionisti, semplici cittadini, che banalizzano l’accaduto, significa aver dimenticato la storia di questo paese. Non siamo di fronte a “un pugno di cretini”, ma a professionisti della guerriglia. E, davanti alla guerriglia, lo Stato – e le forze politiche che lo rappresentano - si dovrebbero unire, non dividere».
Torna l’incubo Isis a Berlino, anche se ancora una volta si tratta del gesto di un lupo solitario, non rivendicato da nessuna sigla, né organizzato a livello internazionale. Il bilancio delle vittime dell’attentato di sabato sera è definitivo: una donna è morta e i feriti sono ventinove. Alcuni di loro sono gravi, ma nessuno sarebbe in pericolo di vita. Il furgone bianco aveva investito la folla nei pressi del Tiergarten, popolare parco della città, dove si stava concludendo il gay pride locale. L’attentatore, Abdul Ballout, 21 anni, tedesco di seconda generazione (i genitori sono albanesi) è stato ucciso dalla polizia ieri a Spandau, quartiere nord-occidentale di Berlino, dove è stato rintracciato. Prima di essere neutralizzato, Ballout avrebbe aggredito gli agenti con un’arma da taglio. L’uomo, si è appreso, oggi avrebbe dovuto sostenere il terzo colloquio con gli esperti del Violence Prevention Network, l’organizzazione berlinese specializzata nel recupero degli estremisti, itinerario deciso dai giudici dopo che era stato fermato in Libano e sospettato della preparazione di un attentato. Commenta oggi l’islamologo Olivier Roy con la Stampa: «La giustizia tedesca ha pensato ingenuamente di poterlo de-radicalizzare con alcuni colloqui psicologici. In Francia un profilo del genere non sarebbe uscito di prigione».
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