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La Versione di Banfi · Aug 7, 2026

Leone controcorrente

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Alessandro Banfi · La Versione di Banfi

«Controcorrente» in tempi di odio e di guerra. In tempi di cattiveria rivendicata e di sogno post-umano, fatto di droni, algoritmi e robot. In tempi di bombe, di donne e bambini deportati o uccisi, di vittime civili nel mirino. Papa Leone XIV ha chiesto ai giovani ieri ad Assisi, davanti alla Porziuncola, di sfidare la mentalità dominante: «Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità». Perché «essere testimoni di Cristo allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio». I tempi siamo noi, diceva sant’Agostino, e il papa ha spinto i giovani a credere in sé stessi e allo stesso tempo ad essere esigenti: «Oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo!». L’origine della pace è un dono che arriva proprio come una grazia e Leone lo ha ricordato nel luogo della perdonanza francescana, dove San Francesco lanciò la promessa: “Vi porto tutti in Paradiso”. E ha aggiunto: «Su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne». Ma la pace terrena è un desiderio di tutti gli uomini, di chi crede e di chi non crede. Anche qui, anche oggi può essere costruita la civiltà dell’amore. No, la guerra non è inevitabile e non è vero che c’è sempre stata. Nella città di san Francesco il Papa ha così sfidato, come dice il titolo di apertura della Stampa di oggi, i potenti della Terra (testo integrale fra i pdf nell’Osservatore Romano).

Un altro grande evento accaduto ieri e di cui oggi i giornali italiani sono pieni è la morte del cantautore modenese Francesco Guccini: le sue canzoni sono state la colonna sonora di un’intera generazione. Come scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere in un suo ritratto: «Ci sono canzoni di Guccini diventate miti. L’Avvelenata, che lui non amava. E La locomotiva, che pure non cantava volentieri anche perché, diceva, non finisce mai, è una fatica fisica». I miei coetanei hanno amato l’album Radici, con le domande della bambina portoghese davanti all’infinito, la nostalgia dell’incontro con una ragazza persa di vista, e la devastazione post-nucleare (tanti anni prima di Cormac Mc Carthy) del vecchio e il bambino. Nella selezione della Versione propongo alla lettura tre commenti che mi pare meritano più di altri: quelli di Annalena Benini dal Foglio, Marina Corradi da Avvenire e Annalisa Terranova da Libero. Tralascio il discorso comunista/non comunista perché mi sembra davvero insulso. È morto un poeta che, per via di essere nato in quegli anni, usava la chitarra. Come Bob Dylan, come Claudio Chieffo. Gli anni Sessanta e Settanta funzionavano così. La sua dipartita, in tempi di riposo, è l’occasione per riascoltare e rileggere qualcosa che resta, un “cuore di simboli pieno”.

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