La rincorsa svuota chi insegue. Non è una regola scientifica ma una constatazione storico-politica. Se si radicalizzano le proprie posizioni, imitando gli estremisti per ottenere i consensi, si rischia di spingere l’elettorato a preferire l’originale. Andrebbe ricordato questo alla nostra premier, che fino ad oggi si era conquistato rispetto, se non stima, per la sua posizione in Europa. Ossessionata dalla concorrenza razzista di Roberto Vannacci, invece Giorgia Meloni ha deciso di dichiarare una guerra ibrida alla Spagna sospendendo l’accordo europeo di Schengen, unico Paese fra i 27, e nonostante la Ue abbia riconosciuto ufficialmente che nessun migrante marocchino da Ceuta era entrato nel nostro continente. Madrid, dopo aver chiesto di far cadere il muro preventivo costruito da Roma, ha deciso di rispondere con la stessa misura. Così l’Europa dalla scorsa mezzanotte ha due Paesi mediterranei che si comportano come nemici. Sono iniziate le code degli italiani negli aeroporti spagnoli per mostrare i documenti, dopo quelle degli spagnoli negli aeroporti italiani. Nel momento in cui la maggioranza dei nostri connazionali va in vacanza. È vero: Pedro Sanchez è un premier socialista e non di destra, e può anche apparire arrogante e antipatico agli italiani. Ma trasferire sul piano diplomatico le differenze ideologiche va bene per i social, non per governare un Paese. Anche perché, come scrive oggi Tonia Mastrobuoni su Repubblica, la Germania ha deciso di approfittare della situazione di rottura della solidarietà Ue, proprio rispedendo in Italia i migranti cosiddetti “dublinanti”, cioè quelli approdati sul nostro territorio e poi passati in altri Paesi europei. Scrive Repubblica: «Berlino ha deciso di applicare la sua linea dura sui migranti anzitutto nei confronti dell’Italia. Il 19 agosto la prima richiedente asilo da quasi quattro anni sarà respinta nel nostro Paese: è una cittadina somala di 22 anni, Abdirisaq Warsame, arrivata in Germania a marzo. Ed è solo l’inizio».
Molti i commenti domenicali proprio sul punto delle politiche scelte da Meloni e dalla competizione con Futuro nazionale. Scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere: «A me pare che l’ascesa di Vannacci offra a Giorgia Meloni un’occasione più unica che rara di definire la sua identità e il suo progetto politico. Se cedesse al generale, sarebbe costretta a fare una campagna elettorale in difesa e poi inseguirlo per l’intera legislatura, a cominciare dalla difficile partita del Quirinale. Se evitasse di allearsi con lui, rischierà seriamente di perdere le elezioni, ma potrebbe condurre una campagna elettorale d’attacco, sostenendo — con qualche ragione — che ogni voto per Vannacci di fatto aiuta la sinistra». Dal versante filogovernativo Alessandro Sallusti, che ieri alla Versiliana ha dialogato col generale, sostiene: «A Giorgia Meloni attribuiscono una frase mai confermata dall’interessata che suona più o meno così: “Con Vannacci? Mai, piuttosto perdo”. Può essere che sia vero ma non risulta che la partita sia chiusa, quantomeno nessuno dei giocatori se la sente di prendersi la responsabilità di decisioni definitive». Dal versante dell’opposizione Marco Damilano sul Domani commenta acutamente: «È una colpa della sinistra di governo aver dimenticato l’Europa delle persone e della coesione sociale, essersi identificata esclusivamente con l’Europa della moneta ieri e con l’Europa del riarmo oggi. Contro questa destra che da ora fino alle elezioni del 2027 userà ogni questione come un terreno di scontro, che si tratti di Spin Time, Spagna e Ceuta, perfino le canzoni di Francesco Guccini, il centrosinistra ha il dovere di uscire dal sortilegio in cui appare imprigionato».
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