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AIgeist · Mar 18, 2026

AIgeist 78 │Chi vuole una AI diversa? │Movimenti di protesta e no-AI │QuitGPT e il boicottaggio degli abbonamenti │Londra in piazza │Scrittori contro e libri bianchi │La Norvegia ci prova con un video

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AIgeist · AIgeist

C’è chi ne fa una questione politica e chi una faccenda di diritti d’autore violati, chi inventa modalità di protesta paradossali e chi scrive libri anti-sistema. In questo numero di AIgeist facciamo il punto delle ali più avanzate, nel senso dell’intensità polemica, dei movimenti anti AI. Perché se le prime pagine dei giornali (internazionali) riportano la notizia della battaglia legale tra Anthropic e il Dipartimento della Guerra USA, dal basso si sente arrivare rumore di proteste. E al centro ci sono sempre loro, i giganti della tecnologia e le conseguenze delle loro elefantiache azioni sull’opinione pubblica. Peraltro ne avevamo già parlato a Luglio del 2025, in uno dei nostri numeri più letti, ma tanta acqua è passata sotto i ponti.
Non prendiamo posizione qui ma ci limitiamo a riportare fatti e azioni, perché siamo sicuri che un po’ di ascolto di quanto sta succedendo “là fuori” possa far bene all’industria stessa, come sempre accade quando c’è un dibattito aperto su temi che riguardano tutti.

L’arma dell’unsubscribe tra Trump e l’ecologia
Pochi giorni fa anche il Guardian ha rilanciato la campagna americana nata su iniziativa popolare che invita gli utenti a protestare contro OpenAI disiscrivendosi dalla piattaforma. I motivi sono molteplici. Secondo i sostenitori di QuitGPT, 4 milioni di persone tra cui varie celebrità che pare abbiano “aderito in qualche forma”, usare o pagare ChatGPT non è più una scelta neutra, perché i soldi finiscono per rafforzare un’azienda che si sta allineando al potere politico trumpiano, investe nel lobbying contro la regolazione dell’AI, collabora con apparati coercitivi dello Stato e ha accettato rapporti con il Pentagono anche su tecnologie sensibili e non ultimo è estremamente energivora. Il boicottaggio viene presentato non come rifiuto dell’AI in assoluto, ma come un modo semplice e visibile per sottrarre sostegno economico e simbolico a quel modello di sviluppo.
Anche il prof. e podcaster (che citiamo spesso) Scott Galloway ha recentemente lanciato la sua campagna di pressione economica Resist and unsubscribe che intende trasformare abbonamenti, acquisti e uso delle piattaforme in una leva politica contro le aziende tech (da Amazon a Meta, da OpenAI a Uber) accusate di sostenere o normalizzare derive autoritarie. Insomma, per mandare un segnale forte dal basso, c’è chi sceglie di colpire le risorse economiche che alimentano questo sistema. Ognuno dà il suo piccolo contributo e si vede come va.

La piazza londinese si mobilita

Se negli USA si “combatte” online, come da tradizione, per lo stesso motivo in Europa c’è invece chi decide di scendere in piazza. A Londra, centinaia di attivisti e cittadini si sono dati appuntamento davanti agli uffici di OpenAI, per poi attraversare King’s Cross, dove hanno sede Google DeepMind e Meta, in quella che gli organizzatori (le associazioni PauseAI e Pull the Plug) hanno presentato come la più grande protesta europea per una pausa nello sviluppo dell’AI avanzata. L’idea qui è “urlare per rallentare la corsa a modelli di AI sempre più potenti ed energivori” almeno fino a quando non esisteranno regole, garanzie di sicurezza e un controllo pubblico più ampio.

I loghi creati da aziende e organizzazioni non profit di Regno Unito, Australia e Stati Uniti che certificano l’assenza di AI nei prodotti e nei servizi

C’è poi chi sceglie una forma di difesa più silenziosa ma potenzialmente molto concreta cioè rendere visibile ciò che è stato fatto senza AI. Lo racconta questo approfondimento di BBC che elenca la corsa a marchi e certificazioni “human-made”, “AI-free” o “No AI”, soprattutto nei settori più esposti all’automazione creativa, (editoria, cinema, marketing, musica) come risposta alla paura che il lavoro umano venga assorbito o reso invisibile.
Le iniziative si moltiplicano e sono molto diverse tra loro: dai badge scaricabili quasi liberamente, come quelli di no-ai-icon.com, ai-free.io e Not By AI (anche in italiano), fino a sistemi più strutturati come AI Free Cert, che prevede verifiche a pagamento con analisti e software di rilevazione.
Nel mondo culturale gli esempi si moltiplicano: il film horror Heretic ha inserito nei titoli di coda la dicitura “No generative AI was used”, la società di distribuzione cinematografica The Mise en scène Company ha aggiunto un timbro “No AI was used” alle locandine dei film. Sul fronte dell’editoria, la storica casa editrice inglese Faber and Faber ha iniziato a stampare la dicitura “Human Written” su alcuni libri, mentre realtà come Books by People e Proudly Human stanno costruendo sistemi più rigorosi di audit per certificare l’origine umana dei contenuti. Ognuno però ha il suo standard e quindi possono risultare fallaci nella pratica anche se l’intento primario è quello di dare un segnale di trasparenza, in un mondo sempre più affollato di slop.
Ovvero spazzatura (noi vi avevamo avvisato qui⬇️ ) .

La protesta contro l’AI passa anche dall’ironia. “Your AI Slop Bores Me”, il sito diventato virale nelle ultime settimane, trasforma la critica ai contenuti generati dall’AI in un gioco online in cui sono gli esseri umani a fingersi macchine, rispondendo in tempo reale a prompt e richieste degli utenti. L’iniziativa appassiona proprio perché, dietro il tono nerd e ironico, rimette al centro qualcosa che molta produzione automatizzata tende a cancellare: l’imperfezione, il tempo umano, il gesto gratuito e persino il piacere di “fare la macchina” meglio della macchina.

Ma se l’algoritmo scricchiola e la spazzatura rischia di esondare, intaccando la credibilità del business, ecco che le piattaforme improvvisamente scoprono che si possono adottare regole più stringenti. YouTube ha annunciato un programma pilota che permette a figure pubbliche (funzionari, candidati politici e giornalisti) di individuare e segnalare video generati con l’AI che usano il loro volto senza consenso, chiedendone la revisione o la rimozione. Non è un blocco preventivo dei contenuti, e in sostanza è l’estensione ai privati a quanto già succede sui contenuti dei marchi commerciali, ma un segnale del fatto che anche le piattaforme stanno iniziando a irrigidire le proprie procedure di fronte alla crescita dei deepfake, pur lasciando margini per eccezioni come parodia, satira e interesse pubblico

A chiudere la rassegna c’è anche una protesta simbolica ma molto visibile: quasi 10 mila autori, tra cui Kazuo Ishiguro, Philippa Gregory e Richard Osman, hanno pubblicato un libro “vuoto”, Don’t Steal This Book, che contiene solo i loro nomi. L’iniziativa denuncia l’uso delle opere da parte delle aziende AI senza permesso né compenso e prova a trasformare la battaglia sul copyright in un gesto editoriale semplice e mediatico. Le copie sono state infatti distribuite alla London Book Fair a ridosso del dossier con cui il governo britannico deve aggiornare il Parlamento sulla riforma del copyright.

Bibliografia minima

Per chi volesse approfondire il tema, alquanto caldo, vi suggeriamo due approfondimenti freschi di stampa. Il primo libro è di Emily M. Bender linguista computazionale e Alex Hanna, sociologa ed ex ricercatrice a Google, tra le voci più influenti nel dibattito sull’IA, e s’intitola “L’inganno dell’intelligenza artificiale. Come resistere a Big Tech e costruire il futuro che vogliamo”. Un saggio che cerca di sfatare il tecno-ottimismo contemporaneo spiegando con chiarezza che cos’è l’IA e come funzionano davvero questi sistemi. L’altro “La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale” viene definito come un “indispensabile manuale di resistenza in cui Bruno Giussani, giornalista svizzero ed ex curatore dei TED Talks, indaga la nostra complessa relazione con l’IA e le nuove tecnologie algoritmiche, insegnandoci a utilizzarle senza esserne utilizzati”.
Carta canta!

Se l’AI comincia già a produrre diffidenza e proteste, su Internet il malcontento è persino più avanzato: lì il peggioramento dei servizi è spesso un’esperienza quotidiana, e l’AI un acceleratore portentoso. Vi è mai capitato di chattare con il bot di una banca online per risolvere un problema banale come il malfunzionamento del bancomat e rimpiangere la voce dell’operatore umano? Ecco anche per questo è sceso in campo il Consiglio dei consumatori norvegese che ha lanciato un video satirico contro l’enshittification e, con oltre 70 gruppi tra Europa e Usa, chiede ai policymaker più concorrenza, più diritti per gli utenti e più possibilità di controllo, riparazione e portabilità dei servizi. Anche qui un appello a intervenire prima che sia troppo tardi. Perché il rischio non è virtuale, ma reale. Lo mostra bene il finale del video: in un futuro neppure troppo lontano potremmo trovarci a bordo di un’auto governata dall’AI, mentre il sistema decide all’improvviso che i freni non sono più una funzione essenziale ma un optional a pagamento. E, se non inseriamo la carta di credito, smettono di funzionare mentre siamo ancora in corsa. 💥

Read the original on aigeist.substack.com

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