Lo stallo sul campo di battaglia e quello nelle trattative diplomatiche stanno spingendo i belligeranti della “guerra dei generali” a rivedere, almeno in parte, la selezione degli obiettivi militari. I combattimenti delle ultime settimane mettono in luce almeno due dinamiche fondamentali. La prima è un rinnovato interesse per il controllo delle infrastrutture energetiche. La seconda, più preoccupante, è una progressiva regionalizzazione del conflitto, un’ipotesi che allarma gli Stati limitrofi, in particolare l’Egitto, impegnato a muoversi in un’ottica di contenimento degli effetti della guerra.
La presa di Heglig
Nelle scorse settimane le RSF hanno conquistato la struttura petrolifera di Heglig, uno snodo centrale per il commercio degli idrocarburi del Sudan e del Sud Sudan. Heglig viene spesso descritta in modo impreciso come un oleodotto, ma in realtà è soprattutto un complesso di produzione e trattamento del greggio, cruciale per l’export del petrolio del Sud Sudan verso Port Sudan e, quindi, verso il Mar Rosso. Questo significa che chi controlla Heglig non “possiede” automaticamente il petrolio del Sud Sudan, ma acquisisce la capacità di condizionarne il flusso utilizzandolo come leva politica o come strumento di pressione militare.
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Questa precisazione è necessaria per ridimensionare una narrazione secondo cui il controllo di Heglig equivarrebbe al controllo totale delle risorse petrolifere sudsudanesi. Al contrario, la conquista di questo snodo rappresenta una trasposizione in ambito energetico dello stallo militare sul campo. Nessuna delle due parti può rivendicare un controllo effettivo sull’intera filiera petrolifera: le RSF controllano l’impianto di lavorazione di Heglig, le SAF mantengono il controllo dei terminali di esportazione sulla costa, mentre i giacimenti si trovano in larga parte in territorio sudsudanese. Ne deriva una situazione paradossale, in cui la continuità del flusso petrolifero richiede un accordo tra i due generali in conflitto, oltre al consenso delle autorità di Juba.
Le conseguenze più immediate di questo assetto si stanno già manifestando in Sud Sudan. Juba dipende quasi interamente dal petrolio per le entrate statali e non dispone di infrastrutture alternative per l’esportazione. La reazione del governo sudsudanese, che ha negoziato un accordo con le SAF e le RSF per proteggere l’area e prevenire l’estensione del conflitto oltre confine, rivela una verità scomoda: il Sud Sudan non sta scegliendo se intervenire o meno, ma quale rischio accettare. Da un lato, quello di un coinvolgimento diretto o indiretto in una guerra; dall’altro, quello di un collasso fiscale che metterebbe in crisi un equilibrio politico già in parte compromesso.
La guerra sudanese ha quindi già oltrepassato la frontiera, anche in assenza di un’invasione formale.
Il fronte del Kordofan
Dopo la caduta di El-Fasher, il fronte principale del conflitto si è spostato dal Darfur verso la regione del Kordofan, in particolare nel suo quadrante meridionale, al confine con il Sud Sudan. L’offensiva delle RSF in quest’area mira a creare una cerniera territoriale tra il Darfur, il centro del Paese e il confine meridionale, nel tentativo di riconquistare terreno in direzione di Khartoum, che il generale Hemedti, leader delle RSF, ha promesso di riconquistare.
Negli ultimi mesi le RSF hanno modificato il proprio approccio tattico. In particolare, fanno sempre più ricorso ad attacchi a distanza, soprattutto mediante droni, e mostrano una crescente propensione a colpire infrastrutture civili. In questo quadro si inseriscono i ripetuti attacchi contro scuole e mercati nella regione, così come il bombardamento di una base logistica delle Nazioni Unite a Kadugli, che ha causato la morte di sei peacekeepers dell’UNISFA, la missione delle Nazioni Unite nel paese. Questa evoluzione tattica suggerisce che, al di là della retorica, i paramilitari puntino sempre meno a una vittoria rapida e sempre più a consolidare una posizione di forza in vista di un eventuale negoziato. È in questa prospettiva che vanno lette anche operazioni come la conquista di Heglig.
A che punto sono le trattative?
Qualcosa si è effettivamente mosso sul fronte diplomatico dopo la visita di Mohammed bin Salman negli Stati Uniti, che ha segnato un riavvicinamento politico con Washington e ha riportato il dossier sudanese al centro di una più ampia discussione sulla sicurezza regionale, come ammesso dallo stesso Trump.
Riyadh sta cercando di rilanciare il proprio ruolo di mediatore, tentando di riattivare il formato dei colloqui di Jeddah e coordinandosi con Stati Uniti, Egitto ed Emirati Arabi Uniti all’interno del cosiddetto “Quad”. L’interesse saudita non è solo diplomatico, ma risponde ad almeno due obiettivi strategici. Il primo, più immediato, è legato alla consapevolezza che la stabilità del Sudan è direttamente connessa alla sicurezza delle rotte marittime, agli investimenti e alla proiezione di influenza saudita lungo il Mar Rosso. Il secondo obiettivo è quello di contenere la politica sempre più assertiva degli Emirati Arabi Uniti sul versante africano del Mar Rosso e di affermarsi come egemone regionale. In questo quadro, l’amministrazione Trump sembra aver scelto di puntare su Riyadh come “special partner” per la stabilizzazione dell’area, includendo anche la gestione di dossier sensibili come quello Etiopia–Somaliland, non a caso la scorsa settimana bin Salman ha ricevuto a Riyadh il presidente eritreo Afwerki. Questa linea è stata accompagnata anche da alcuni segnali, tra cui alcune frecciate del Segretario di Stato Marco Rubio rivolte ai sostenitori esterni delle RSF, con riferimento esplicito alla possibilità di un’estensione del regime sanzionatorio statunitense.
Sarebbe però un errore interpretare questo rinnovato protagonismo saudita come una svolta decisiva verso la pace. Sul terreno, sia le SAF sia le RSF continuano a comportarsi come attori convinti di poter migliorare la propria posizione attraverso la prosecuzione del conflitto e quindi denotano scarsa attitudine al trovare una soluzione diplomatica.
Le manovre diplomatiche continuano a mostrare il solito difetto: non riescono ad incidere sugli incentivi fondamentali dei contendenti.
La guerra dei generali non accenna a diminuire di intensità.
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