Negli ultimi anni ci siamo abituati a leggere l’Africa occidentale attraverso la lente dei colpi di Stato riusciti. Il tentato golpe in Benin, invece, merita attenzione proprio perché è fallito. E perché a farlo fallire non è stato soltanto l’apparato interno di sicurezza, ma anche una reazione regionale guidata dalla Nigeria e incardinata nell’ECOWAS.
Partiamo dai fatti. Il 7 dicembre, un gruppo di ufficiali guidato dal tenente colonnello Pascal Tigri ha tentato di destituire il presidente Patrice Talon annunciando la nascita di un “Comitato militare di rifondazione”. In poche ore, le forze lealiste hanno ripreso il controllo delle infrastrutture strategiche e neutralizzato i golpisti, riportando Cotonou sotto la piena autorità governativa. La vera notizia, tuttavia, non è tanto la modesta capacità organizzativa degli aspiranti putschisti, quanto la rapidità e l’ampiezza della coalizione che si è mobilitata a sostegno del governo beninese. In prima linea la Nigeria, che ha compiuto alcuni attacchi aerei contro Tigri e i suoi uomini.
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La posta in gioco
Per comprendere la posta in gioco del golpe in Benin occorre partire da una constatazione apparentemente banale, ma spesso sottovalutata: il Benin è un nodo strategico del Golfo di Guinea. Il porto di Cotonou è vitale per i traffici regionali, inclusi quelli diretti verso la Nigeria, il Niger e il Burkina Faso. Questa centralità è stata ulteriormente rafforzata dalla recente entrata in funzione dell’oleodotto Niger–Benin, che da quasi due anni consente l’esportazione del petrolio saheliano verso i mercati internazionali attraverso l’Atlantico.
Un collasso istituzionale avrebbe avuto ripercussioni immediate sulla sicurezza marittima, sulle catene logistiche e sulla già fragile cintura settentrionale del Paese, dove l’insorgenza jihadista sta progressivamente scivolando verso sud. Negli ultimi mesi anche il Benin è stato colpito, con attacchi registrati all’interno del Parc W, la grande riserva naturale nel nord del Paese. In questo quadro, un’eventuale rimozione di Talon dal Palais de la Marina avrebbe prodotto non solo un fenomeno di instabilità interna, ma anche un duro colpo per l’ECOWAS da anni impegnata nell’arginare il fenomeno dei golpe così come nella tutela della democrazia (leggi dei governi retti dai civili al potere).
Il governo del Benin, lungi dall’essere perfetto, è comunque caratterizzato da una parvenza di democrazia. Formalmente, il presidente beninese è al secondo e ultimo mandato e ha promesso di non modificare la Costituzione. Sostanzialmente, però, il suo governo ha progressivamente ridotto lo spazio politico: opposizione marginalizzata, processi per complotti, leggi elettorali restrittive così come dai dissapori tra esercito e governo a causa della risposta della presidenza al rischio jihadissta giudicata debole. Il tentato colpo di stato nasce in questo clima.
Il fattore nigeriano
Per la Nigeria e per il suo presidente, Bola Tinubu, l’eventuale caduta del governo di Patrice Talon avrebbe assunto una dimensione quasi esistenziale, aprendo un nuovo fronte di instabilità nelle aree di confine, dopo quello aperto dalla crisi in Niger.
Va da sé che ridurre l’azione di Abuja a una difesa disinteressata dell’ordine costituzionale in Benin sarebbe, come minimo, ingenuo. La Nigeria ha bisogno di riaffermare la propria leadership regionale dopo anni in cui ECOWAS è apparsa incapace di prevenire, invertire, o genericamente contrastare la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel. Salvaguardare Talon significa quindi riaffermare un principio (geo)politico: per Abuja nei Paesi costieri, strategicamente centrali per l’economia regionale, l’ordine politico non è negoziabile con le armi.
C’è poi il problema dell’effetto contagio dei golpe. I governi civili dell’Africa occidentale temono che l’inerzia di ECOWAS finisca per incoraggiare i militari a uscire dalle caserme per prendere il potere. Mostrare che la Nigeria e i suoi alleati sono pronti ad agire, anche militarmente, per difendere i governi civili può quindi fungere da deterrente. Infine c’è un elemento personale e simbolico: lo stesso Tinubu ha attraversato fasi di profonda instabilità politica nella sua carriera, inclusi tentativi di rovesciamento dell’ordine costituzionale (uno di questi di poche settimane fa), un’esperienza che lo porta a percepire l’ambizione politica dei militari come una minaccia esistenziale.
Sul piano strettamente geopolitico, l’intervento nigeriano in Benin difficilmente porterà alla rimozione delle cause strutturali che alimentano il ciclo dei golpe in Africa occidentale. Tuttavia, l’esistenza di una risposta concreta alla presa del potere da parte dei militari contribuisce a delineare gli schieramenti in campo. Sta emergendo una linea di frattura sempre più netta tra gli Stati rivieraschi del Golfo di Guinea e quelli dell’entroterra saheliano, come evidenziato anche dalla composizione della stand-by force dispiegata da ECOWAS, con truppe provenienti da Senegal, Ghana, Costa d’Avorio e Sierra Leone. Una dinamica rafforzata anche dall’arresto da parte del Burkina Faso di alcuni militari nigeriani impegnati nelle operazioni in Benin e accusati di aver sorvolato illegalmente lo spazio aereo burkinabé.
A questo punto, la domanda più pertinente è se la proliferazione dei colpi di Stato in Africa occidentale debba essere interpretata soprattutto come il sintomo di una progressiva disgregazione di ECOWAS che non come la mera somma di diversi putsch.
Una risposta importante a una domanda importante e che probabilmente avremo nei prossimi mesi.
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