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Africanismi · Jan 8, 2026

Israele ha riconosciuto il Somaliland

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Luciano Pollichieni · Africanismi

Il 26 dicembre il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha annunciato il riconoscimento della regione autonoma del Somaliland come Stato sovrano e indipendente.

Si tratta di un passaggio che potrebbe – il condizionale è d’obbligo – alterare in modo significativo gli equilibri geopolitici nel Corno d’Africa nel lungo termine, con ricadute dirette soprattutto sulla competizione per il controllo delle rotte del Mar Rosso.

L’iniziativa di Tel Aviv, che l’altro ieri ha inviato il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ad Hargeisa per la prima visita di alto livello nel paese, sancisce la rottura esplicita con il consenso internazionale che continua a considerare il Somaliland parte integrante della Somalia. Israele però, non è l’unico attore ad aver coltivato rapporti politici e di sicurezza con Hargeisa negli ultimi anni. Per comprendere davvero la portata di questa mossa, tuttavia, è necessario fare un passo indietro e chiarire che cos’è il Somaliland oggi – e che cosa è stato fino ad ora.

Colonial control of Somalia
Le terre dei somali divise dal colonialismo

In epoca coloniale, le terre abitate dai somali furono divise tra tre potenze europee: Italia, Francia e Gran Bretagna. Con il processo di decolonizzazione, la cosiddetta Somalia francese seguì un percorso autonomo, diventando l’attuale Gibuti, mentre i possedimenti coloniali italiani e britannici furono fusi in un unico Stato: la Repubblica Federale Somala.

Questa fusione non fu mai del tutto indolore e non mancò di generare polemiche. Le popolazioni dell’ex Somalia britannica e quelle dell’ex Somalia italiana hanno spesso continuato a percepirsi come comunità politiche distinte, con esperienze storiche e amministrative differenti.

Il 18 maggio 1991, mentre Mogadiscio precipitava nel caos seguito al collasso del regime di Siad Barre, il Somaliland si è autoproclamato indipendente dalla Repubblica somala. Questa dichiarazione, tuttavia, non è mai stata riconosciuta né da altri Stati né dall’Unione Africana, che hanno sempre privilegiato un approccio fondato sulla tutela dell’integrità territoriale della Somalia.

Da allora, Hargeisa si è trovata – e si trova – in una sorta di limbo politico. Da un lato, il Somaliland è formalmente considerato parte della Somalia, come regione autonoma facente parte della federazione guidata da Mogadiscio. Dall’altro, dal 1991 ha costruito istituzioni relativamente stabili, un sistema politico funzionante e una politica estera autonoma de facto, pur in assenza di qualsiasi riconoscimento internazionale formale.

Questo limbo assume una rilevanza geopolitica ancora maggiore se si considera che il Somaliland è riuscito a mantenere una stabilità interna superiore rispetto al resto della Somalia. Un elemento che, nel tempo, ha attirato l’interesse e le simpatie di diversi attori extra-africani, disillusi rispetto alle capacità del governo federale somalo di completare il processo di state building e di sconfiggere l’insurrezione jihadista sul proprio territorio.

In termini semplici: negli ultimi decenni il Somaliland è stato guardato con favore da molti, ma nessuno – prima di Israele – si era mai spinto fino al punto di riconoscerlo formalmente come Stato indipendente.

Cirro oo Soo Dhaweeyay Hadalka Rooble Ku Garab-Istaagay Somaliland
Abdirahman Mohamed Abdullahi “Cirro”, presidente del Somaliland

Dal 1991 a oggi, l’obiettivo strategico principale di Hargeisa è sempre stato uno: ottenere il riconoscimento internazionale come Stato indipendente. Per perseguirlo, le autorità del Somaliland hanno fatto leva su una combinazione di strumenti materiali e immateriali: la valorizzazione delle infrastrutture portuali, in particolare del porto di Berbera; un uso accorto del soft power; e la costruzione di una narrazione che presenta il Somaliland come un attore più stabile rispetto alla Somalia.

Questa strategia ha conosciuto un’accelerazione dopo l’elezione del presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, noto come Cirro (o Irro, secondo alcune traslitterazioni), nel dicembre 2024. Cirro ha saputo inserirsi in una fase di crescente convergenza di interessi attorno al Mar Rosso, cercando di trasformare il valore geostrategico potenziale del Somaliland in leva politica.

Da un lato, ha rafforzato i rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e l’Etiopia, due attori che continuano a considerare il porto di Berbera come un potenziale snodo logistico cruciale nel Corno d’Africa. Dall’altro, ha rilanciato con maggiore decisione l’agenda del riconoscimento internazionale nei principali forum multilaterali e presso alcune cancellerie occidentali, in particolare nel Regno Unito, dove l’attivismo a favore del Somaliland è storicamente radicato, e soprattutto negli Stati Uniti.

La vittoria di Cirro è stata inoltre facilitata da alcune scelte dell’attuale amministrazione somala guidata da Hassan Sheikh Mohamud, che hanno generato frizioni crescenti con diversi partner internazionali, a cominciare dagli Stati Uniti. Il presidente somalo ha infatti intrapreso scontri politici sempre più duri con i governi federati del Jubaland e del Puntland, con relazioni ormai ridotte ai minimi termini, che hanno aumentato l’instabilità interna della Somalia.

Mettendo insieme errori di Mogadiscio, interessi convergenti sul Mar Rosso e opportunità geopolitiche, il presidente del Somaliland può oggi legittimamente sperare che il riconoscimento israeliano non resti un episodio isolato, ma rappresenti il prologo di una possibile catena di riconoscimenti dell’indipendenza di Hargeisa.

Che questa speranza si traduca in realtà non è scontato. Ma il contesto, rispetto al passato, effettivamente non è mai stato così favorevole.

Come accennato, il Somaliland guidato da Cirro ha saputo intercettare una serie di opportunità emerse nel momento di forte turbolenza che attraversa oggi la regione, caratterizzata da conflitti più o meno congelati, crisi latenti ed equilibri instabili. Un contesto caotico che, paradossalmente, ha ampliato gli spazi di manovra per attori politici flessibili. Tra questi i principali sono:

  • Israele: Dal punto di vista israeliano, la prospettiva di un avamposto logistico e potenzialmente militare sul Mar Rosso risponde a esigenze squisitamente geopolitiche. La prima, e più immediata, riguarda la possibilità di rafforzare il controllo israeliano lungo la direttrice di Bab el-Mandeb, snodo cruciale della rotta che collega il Canale di Suez all’Oceano Indiano. Per Tel Aviv si tratta di una linea vitale, sia in termini economici che di sicurezza. Gli attacchi condotti dagli Houthi dopo il 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza hanno messo in luce una vulnerabilità strutturale: la capacità di attori armati ostili di disturbare, se non bloccare, il traffico lungo questa arteria. In questo quadro, il Somaliland appare come un partner geograficamente ben posizionato e politicamente più prevedibile rispetto ad altri contesti regionali. Esiste poi un ulteriore livello di lettura, più controverso e al momento secondario: quello legato all’ipotesi di una futura deportazione della popolazione della Striscia di Gaza. È vero che il governo israeliano in passato ha sondato la disponibilità di alcuni Paesi della regione ad accogliere i palestinesi, come nel caso del Sud Sudan. Tuttavia, proiettare questa ipotesi sul Somaliland appare oggi poco realistico. Per uno Stato appena riconosciuto – o in cerca di riconoscimento – entrare direttamente in una questione politicamente esplosiva come quella dello sfollamento palestinese comporterebbe costi diplomatici enormi. È plausibile che Cirro, consapevole della fragilità del percorso di legittimazione internazionale di Hargeisa, sia fortemente riluttante ad assumere posizioni che potrebbero compromettere il sostegno, o anche solo la neutralità, di diversi Stati arabi.

  • Gli Emirati Arabi Uniti: Dubai non ha mai fatto mistero della volontà di portare avanti il proprio disegno strategico: trasformare il Somaliland in uno snodo logistico centrale per le rotte commerciali del Corno d’Africa e del Mar Rosso allargato. In questa prospettiva, il porto di Berbera rappresenta un asset chiave della proiezione emiratina nella regione. Pochi mesi fa, l’amministratore delegato della compagnia di shipping DP World ha dichiarato pubblicamente che l’azienda intende fare tutto il possibile per sostenere Hargeisa nel suo percorso verso il riconoscimento internazionale. Anche se gli EAU si sono allineati alla posizione dell’Unione Africana in merito al rispetto dell’integrità territoriale somala i lavori di ampliamento e modernizzazione del porto di Berbera procedono, consolidando sul terreno un progetto che per Dubai va ben oltre la dimensione commerciale. In questo contesto, la rottura del tabù sul riconoscimento del Somaliland gioca chiaramente a favore della strategia emiratina, riducendo il costo politico di un impegno sempre più esplicito a sostegno di Hargeisa.

  • L’Etiopia: Addis Abeba ha recentemente dovuto rallentare – ma non abbandonare – il proprio piano di riconoscimento del Somaliland in cambio di un accesso diretto al mare garantito dal governo di Hargeisa. Questo congelamento è stato il risultato diretto dell’interposizione diplomatica del presidente turco Erdoğan, che ha mediato personalmente tra Somalia ed Etiopia per disinnescare la disputa, come avevo scritto qui su Africanismi. La mediazione turca, unita al successivo accordo di cooperazione in materia di difesa tra Egitto e Somalia, ha accresciuto in Etiopia il timore di restare coinvolti in un confronto regionale più ampio nel caso di un riconoscimento unilaterale del Somaliland. Al netto di questa preoccupazione però, nel corso dell’ultimo anno le autorità etiopi hanno continuato a evocare con insistenza la necessità – e la volontà politica – di superare l’attuale condizione di Stato senza sbocco al mare, considerata sempre più insostenibile sul piano economico e strategico. In questo quadro, il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele apre una crepa rilevante nella dottrina, finora dominante, della tutela dell’integrità territoriale somala. Una crepa che ad Addis Abeba verrà osservata con grande attenzione e che l’Etiopia sarà pronta a sfruttare qualora si presentino nuove finestre di opportunità diplomatiche.

  • Gli Stati Uniti: Come ho scritto più volte in contesti diversi, l’amministrazione Trump e il movimento MAGA in generale si sono dimostrati nel tempo relativamente sensibili alla causa del Somaliland. Questa apertura, tuttavia, non è sempre derivata da un calcolo strategico strutturato, quanto piuttosto da una diffusa diffidenza – se non vera e propria antipatia politica – nei confronti della Somalia e del suo gruppo dirigente. Un atteggiamento emerso anche nelle recenti dichiarazioni di Trump sulla comunità somala negli Stati Uniti.Dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, le critiche al governo di Mogadiscio si sono intensificate, così come gli appelli – più o meno espliciti – provenienti da senatori, analisti e policy makers a favore del riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland. In una prospettiva più strategica, secondo alcuni dei tecnici dell’attuale amministrazione, l’abbandono della One Somalia policy offrirebbe a Washington la possibilità di ottenere un nuovo punto d’appoggio sul Mar Rosso nell’ottica del contenimento dell’influenza cinese nella regione. Il Somaliland, in questa lettura, verrebbe percepito come un partner più affidabile e politicamente allineabile rispetto alla Somalia federale. È in questo spazio che Cirro e le autorità di Hargeisa continuano a muoversi con insistenza, spingendo per un riconoscimento americano.

Colto abbastanza di sorpresa dalla celerità dell’annuncio israeliano, il presidente somalo Hassan Sheikh è già volato in Turchia per discutere con Erdoğan dei possibili sviluppi legati al riconoscimento del Somaliland. Nel frattempo si comincia a delineare lo schieramento dei contrari al riconoscimento guidato per il momento principalmente da due attori :

  • Turchia

Negli ultimi dieci anni la Turchia ha investito in modo massiccio nella Somalia federale, sia sul piano economico sia su quello militare e diplomatico. Mogadiscio è uno dei pilastri della proiezione turca in Africa orientale e nel Mar Rosso, nonché un laboratorio della sua narrativa di potenza “stabilizzatrice” e alternativa ai modelli occidentali e del Golfo. Un riconoscimento del Somaliland mina direttamente questa architettura. Non solo perché indebolisce l’alleato somalo – partner privilegiato di Ankara – ma anche perché legittima una logica di frammentazione statuale che la Turchia teme possa riflettersi su altri teatri sensibili. Per il momento Ankara va avanti con i progetti posti in essere in Somalia tra cui le trivellazioni in acque profonde che dovrebbero portare alla prima estrazione di petrolio a largo delle coste somale. Insomma, anche se in maniera indiretta, la Turchia aumenta i propri presidi sulle acque del Mar Rosso in attesa di sviluppi.

  • Cina

La posizione di Pechino è più prevedibile, ma non meno rilevante. La Cina è uno dei principali sostenitori del principio di integrità territoriale come cardine dell’ordine internazionale, non tanto per altruismo giuridico quanto per interesse diretto: Tibet, Xinjiang, Hong Kong e Taiwan rendono qualsiasi legittimazione di secessioni de facto estremamente scomoda. Nel Corno d’Africa, Pechino ha investimenti infrastrutturali, interessi commerciali e una presenza militare diretta (basti pensare alla base militare di Gibuti). Un riconoscimento del Somaliland introduce instabilità normativa e politica in una regione che la Cina preferisce gestire attraverso Stati centrali formalmente sovrani e interlocutori prevedibili. Dal punto di vista cinese, il riconoscimento israeliano non è solo una mossa regionale, ma un’ulteriore erosione di un principio che Pechino considera vitale per la propria sicurezza sistemica e la propria proiezione internazionale.

  • Egitto e Arabia Saudita

Pochi giorni fa il principe ereditario Mohamed Bin Salman ha incontrato al-Sisi al Cairo per discutere della politica regionale in un incontro che si è concentrato principalmente sulle guerre in corso in Sudan e Yemen ma durante il quale si è discusso anche di Corno d’Africa. Al termine del vertice i capi dei due paesi hanno fatto sapere di avere “visioni identiche” sul futuro della regione includendo anche lo status della Somalia e il rispetto dell’integrità territoriale del paese. Una mossa che si colloca all’interno di una più ampia offensiva guidata da Riyad contro l’espansionismo emiratino nel Mar Rosso, questa presa di posizione spiega anche la cautela di Dubai sul riconoscimento del Somaliland.

In questo quadro si inserisce il rigetto da parte dell’Unione Africana del riconoscimento del Somaliland come Stato indipendente, espresso in risposta all’iniziativa israeliana. L’UA ha così ribadito una linea di continuità con la propria dottrina storica: la tutela dell’intangibilità dei confini ereditati dal periodo coloniale, considerata ancora oggi l’unico argine realistico contro una proliferazione incontrollata di secessioni nel continente. Il passo israeliano, tuttavia, mette l’Unione Africana di fronte a un dilemma strutturale. Da un lato, continuare a difendere una linea di principio che, nella pratica, viene sempre più erosa da dinamiche politiche e di sicurezza locali; dall’altro, accettare che il caso del Somaliland possa costituire un’eccezione, come avvenuto in passato con il riconoscimento dell’Eritrea. Entrambe le opzioni comportano costi politici elevati. La prima rischia di accentuare la distanza tra principi formali e realtà sul terreno; la seconda aprirebbe un precedente difficilmente circoscrivibile, con potenziali effetti destabilizzanti in altre aree del continente. Probabile, quindi, che l’Unione Africana scelga, almeno nella fase iniziale, una strategia di rinvio, mantenendo il punto sul principio dell’integrità territoriale ma riservandosi la possibilità di modificare la propria posizione a seconda dell’evoluzione del contesto internazionale.

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