RSS Amplifier

Africanismi · Jun 11, 2026

La Somalia (di nuovo) sull'orlo dell'abisso

0
Sign in to vote or save

Luciano Pollichieni · Africanismi

Tra la sera di mercoledì 3 e venerdì 5 giugno 2026, scontri a fuoco hanno contrapposto le forze di sicurezza governative alle milizie legate ai partiti di opposizione nella capitale Mogadiscio. Secondo fonti locali, i combattimenti sarebbero cominciati all’incrocio di Dabka, propagandosi rapidamente verso i quartieri residenziali di Howlwadaag, Hodan, Abdiaziz, Warta Nabadda e Kaaraan. Il picco delle violenza è stato raggiunto il 4 giugno, quando diversi testimoni hanno confermato l’impiego di colpi di mortaio nella capitale. Solo in serata, una mediazione informale tra governo e opposizione ha permesso di congelare le ostilità, portando a un ripristino dell’ordine nella giornata di venerdì 5. Il bilancio ufficiale diffuso da Villa Somalia parla di un morto e circa 50 feriti.

Come da copione, la narrazione dell’evento è spaccata in due. Per il governo, la polizia ha condotto un’“operazione di sicurezza su vasta scala” per neutralizzare “milizie pesantemente armate”. Le opposizioni invece, tramite l’ex primo ministro Hassan Ali Khaire, hanno denunciato un attacco deliberato da parte delle forze governative, scattato proprio mentre i leader stavano organizzando manifestazioni “pacifiche” previste per giovedì. Con un post su X, Khaire ha addossato tutte le responsabilità al presidente Hassan Sheikh Mohamud, bollando l’operazione come un grave assalto ai diritti costituzionali e un palese tentativo di repressione del dissenso.

Per tre giorni su Mogadiscio è tornato ad aleggiare lo spettro del caos pre-2012. Quando la Somalia non aveva ancora un governo federale riconosciuto e navigava a vista tra i diversi esecutivi di transizione nati sulle macerie del collasso statale del 1991. La paura più che fondata è che se gli scontri non si placheranno la crisi istituzionale in cui versa il paese potrebbe far collassare la già fragile architettura costituzionale faticosamente edificata nell’ultimo decennio.

Somali President Hassan Sheikh Speaks on Possible Third-Term Bid | Shabelle  Media Network
Il presidente somalo Hassan Sheikh

Come si è arrivati al punto di rottura del 3 giugno? Tutto nasce dalla riforma elettorale voluta da Hassan Sheikh. Il presidente vorrebbe implementare, per la prima volta dal 1969, il suffragio universale (“una persona, un voto”), dismettendo il disfunzionale sistema elettorale su base clanica. Questo passaggio agli occhi del presidente è imprescindibile per la formazione di un governo autorevole e unitario con cui battere gli insorti e ultimare il processo di ricostruzione dell’autorità statale. Tuttavia, il fronte dell’opposizione — guidato dall’ex premier Khaire e dall’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed — rigetta in toto questa narrativa, denunciando un “colpo di mano”. Sotto accusa c’è l’unilateralità della riforma: dalla contestata nomina dei commissari elettorali alle nuove leggi sui partiti che, secondo i detrattori, avvantaggerebbero palesemente le formazioni filo-presidenziali.

Questa tensione è esplosa a marzo quando il governo ha approvato un emendamento costituzionale che ha prorogato di un anno il mandato presidenziale (ufficialmente scaduto il 15 maggio). La giustificazione formale di Villa Somalia è tecnica: la proroga serve a favorire la transizione verso la nuova tornata elettorale lasciando al governo il tempo di predisporre le elezioni presidenziali in base alla nuova legge.

Alla crisi istituzionale si sommano le frizioni tra Governo federale e Stati membri. Non c’è solo la questione della secessione del Somaliland — rinvigorita dal recente riconoscimento israeliano della regione come Stato indipendente — ma anche i rapporti ormai ai minimi termini con Puntland e Jubaland con i rispettivi governatori, Abdullahi Deni e Ahmed Madobe, hanno più volte agitato lo spauracchio della secessione. Insomma, al sanguinoso contrasto contro al-Shabaab e Stato Islamico, si uniscono le crepe del fronte politico interno, pronte a inghiottire i risultati ottenuti sin qui da Mogadiscio.

Le aree di conflitto in Somalia via EUISS

Le reazioni internazionali agli scontri di Mogadiscio non si sono fatte attendere. Washington ha bollato le violenze come “sconsiderate”, mentre UE e IGAD hanno condannato fermamente l’escalation. I partner della Somalia starebbero persino valutando lo strumento delle sanzioni (senza chiarire se dirette al governo o all’opposizione) nel caso in cui fallisse la mediazione tra le parti.

Il grande vincitore dell’instabilità attuale resta al-Shabaab. Distrarre le unità d’élite dai fronti della controffensiva antiterrorismo per impiegarle nel controllo politico della capitale regala un gigantesco vantaggio asimmetrico che i jihadisti non mancheranno di sfruttare. Questo sbilanciamento infatti, offre ai miliziani il tempo e lo spazio per riorganizzarsi e recuperare terreno, con il rischio concreto di vanificare anni di sforzi militari.

Mentre cresce l’ansia degli alleati, un attore si sta muovendo attivamente dietro le quinte per scongiurare lo scenario peggiore: la Turchia. Secondo indiscrezioni della stampa locale, subito dopo gli scontri l’intelligence di Ankara (il MIT) è scesa in campo per mediare tra governo e opposizione. Considerata la massiccia profusione di risorse economiche, militari e diplomatiche investite per tutelare la sovranità somala, la Turchia è senza dubbio il broker meglio posizionato. Resta da capire, però, quanto margine di manovra le fazioni interne vorranno concedere ai mediatori.

Nel frattempo, i vicini osservano Mogadiscio con estrema attenzione, e qualcuno potrebbe approfittare della crisi per alimentare le forze centrifughe che lacerano il Paese.

L’approvazione dell’estensione del mandato presidenziale ha provocato il risentimento del Somali Future Council ed è stata definita dalle opposizioni come un vero e proprio golpe istituzionale. La modifica dei mandati elettorali ha spinto i clan e le fazioni della galassia d’opposizione a mobilitare le proprie forze.

La crisi istituzionale somala ha appena fatto il prevedibile salto di qualità: dalla politica alle armi. Il timore diffuso a livello internazionale è quello di un brusco ritorno al 2012, un’epoca in cui la frammentazione politica interna era la norma e veniva spesso regolata a colpi di mortaio.

In sintesi: l’integrità dello Stato somalo è appesa a un filo. Solo una governance partecipata potrà garantire la coesione interna assolutamente necessaria per affrontare la perdurante minaccia di al-Shabaab.

Read the original on africanniche.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.