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Africanismi · Jul 16, 2026

Diamanti sintetici e capri espiatori

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Luciano Pollichieni · Africanismi

Nelle ultime settimane, il Sudafrica ha offerto due immagini plastiche del suo declino, provenienti da fronti apparentemente slegati. Da un lato, il colosso De Beers ha annunciato la chiusura per due anni della miniera di Venetia, un impianto che da solo vale il 40% dell’intera produzione diamantifera nazionale. Dall’altro, le strade delle principali città sudafricane sono state il teatro di una mobilitazione contro gli immigrati irregolari: sotto la spinta di movimenti civici xenofobi come March and March, il governo di Pretoria ha proceduto all’espulsione di oltre 53mila migranti irregolari in cinque settimane. Due notizie che lette insieme fotografano la stessa spietata dinamica: un modello economico in disfacimento, incapace di reggere i contraccolpi dei cambiamenti del mercato globale e una crisi che genera tensione interna scaricata sui settori più vulnerabili della popolazione.

Quella sudafricana resta una delle società più diseguali del pianeta, con una disoccupazione che veleggia stabilmente oltre il 30% e servizi pubblici incapaci di adempiere al loro ruolo. In questo vuoto di governance, la presenza di lavoratori immigrati diventa il capro espiatorio perfetto per la frustrazione popolare. La mobilitazione xenofoba del Sudafrica non è un fenomeno recente, già nel 2021 gruppi paramilitari come Operation Dudula hanno condotto sistematicamente raid e ronde contro i migranti irregolari tecniche e tattiche riprese da March and March e che stanno portando a una militarizzazione di quartieri, piccoli comuni, insomma di spazi.

Conducendo “audit” informali per controllare i documenti di piccoli commercianti, bloccando ospedali e istituendo posti di blocco per vagliare l’accento dei passanti, questi attori hanno di fatto esautorato le forze dell’ordine in alcune aree del paese. Il dato politico fondamentale è che non si tratta di masse informi guidate dalla sola disperazione: questa mobilitazione è supportata ad esempio dall’MK Party dell’ex presidente Jacob Zuma. Questa formazione politica ha trovato nei movimenti xenofobi degli alleati ideali per la propria strategia di logoramento che da anni punta alla sconfitta dell’ANC, dimostrando l’impotenza del presidente Cyril Ramaphosa. In questo contesto, il congelamento delle operazioni alla miniera di Venetia, con i suoi 4.400 dipendenti diretti e il vasto indotto, aggiunge materiale infiammabile a un tessuto sociale già al limite del punto di rottura saldando l’alleanza tra mobilitazione popolare e politica di palazzo che non ha precedenti nella storia recente della Nazione Arcobaleno.

La crisi sudafricana è lo specchio di un brusco riallineamento delle catene del valore globali. La decisione di De Beers su Venetia certifica una mutazione irreversibile: i diamanti sintetici creati in laboratorio, che un decennio fa rappresentavano meno dell’1% del mercato, oggi hanno superato la soglia del 20%. Essendo drasticamente più economici, hanno costretto i colossi minerari a incassare svalutazioni a cascata. Anglo American, la casa madre di De Beers, non a caso sta cercando di sbarazzarsi del comparto diamanti per concentrare i capitali sui minerali critici. Questo certifica che il Sudafrica sta perdendo rapidamente la sua centralità storica. A questa marginalizzazione geoeconomica si somma poi l’inevitabile crollo reputazionale. Quando i grandi gruppi immobiliari e logistici sudafricani sono costretti a trasformare i centri commerciali e le autostrade in bunker presidiati da eserciti privati, il messaggio che arriva agli investitori internazionali è inequivocabile: l’ordine pubblico in Sudafrica è ormai un bene di lusso, un onere finanziario scaricato sui privati. Questa securitizzazione permanente allontana gli investitori istituzionali e priva il Paese dello status di “porto sicuro” tra i mercati emergenti.

Il giro di vite contro i migranti irregolari, fondamentalmente dettato dalle pressioni di gruppi come March and March sul governo, certifica l’irreversibile declino dell’ANC. Dopo quarant’anni ininterrotti al potere, il partito non sembra più in grado di arginare la crisi strutturale del Paese. Cedere alle piazze xenofobe fa parte di una cinica strategia di sopravvivenza architettata da Ramaphosa per restare al comando.

Questa profonda crisi interna, però, si riverbera istantaneamente sugli equilibri della regione, declassando Pretoria da storico stabilizzatore dell’Africa australe a principale vettore di destabilizzazione. La stragrande maggioranza dei 53.000 espulsi proviene da Zimbabwe, Mozambico e Malawi. Rimpatriare in poche settimane decine di migliaia di individui significa scuotere con violenza le economie dei Paesi limitrofi, già fragili e strutturalmente dipendenti dalle rimesse dell’hub sudafricano.

Il Sudafrica è ormai costretto a concentrarsi sulle emergenze domestiche a costo di sacrificare la propria leadership regionale. Un arretramento sistemico che si snoda lungo tre dimensioni:

a) Militare: quello che un tempo era l’esercito più avanzato del continente è oggi pesantemente sottofinanziato, fattore che ne compromette inesorabilmente le capacità operative. Le recenti disfatte in Mozambico e Repubblica Democratica del Congo sono sintomatiche di questo stallo. Perdere deterrenza militare ridimensiona notevolmente la statura di Pretoria anche nei rapporti con gli attori extra-africani. Ricordate lo scontro tra Trump e Ramaphosa nello Studio Ovale di qualche tempo fa? Quali possibilità avrà oggi il governo sudafricano di restare rilevante agli occhi del deep state di Washington senza poter sfruttare la propria leva securitaria come in passato?

b) Industriale/regionale: le immagini di centinaia di cittadini zimbabwiani accampati fuori dai consolati in attesa di rimpatrio certificano l’agonia (se non la morte) del volano minerario nazionale. Quell’industria che per decenni ha attirato manodopera dall’Africa australe e dall’Asia, capitalizzando sui migranti stagionali, oggi lotta semplicemente per sopravvivere. Questa implosione genera un letale cortocircuito regionale, grippando un sistema migratorio che, seppur irregolare, ha rappresentato da una parte il carburante vitale dell’industria sudafricana e dall’altra un meccanismo regionale di redistribuzione della ricchezza. Un meccanismo cinico e imperfetto, certo, ma che per decenni ha garantito all’Africa australe livelli di crescita economica e stabilità politica invidiabili.

c) D’immagine continentale: i voli di evacuazione d’emergenza organizzati da governi come Nigeria e Ghana infliggono un colpo durissimo all’aura sudafricana. A livello reputazionale, Pretoria e la sua dirigenza sembrano aver abdicato al grande ideale panafricano per rinchiudersi in un gretto nazionalismo. Un fattore che a un osservatore esterno può sembrare marginale, ma che nel continente pesa eccome: non a caso, il governo del Ghana ha già deciso di congelare la visita ufficiale del presidente sudafricano prevista per le scorse settimane.

L’espulsione dei migranti irregolari dal Sudafrica avrà inevitabili contraccolpi economici: le deportazioni di massa andranno per forza di cose a impattare su segmenti nevralgici del commercio al dettaglio, dell’agricoltura e della logistica. I precedenti storici nel continente — dalle espulsioni in Ghana nel 1969 alla cacciata degli asiatici dall’Uganda nel 1972 — insegnano che il nazionalismo economico applicato al mercato del lavoro si traduce quasi sempre in un caos letale per le catene di approvvigionamento e di produzione.

Nei prossimi mesi, il Sudafrica navigherà a vista su un crinale scivoloso. Un primo scenario vede il governo tentare di placare le piazze sposandone tacitamente l’agenda, intensificando le ispezioni sui luoghi di lavoro e accelerando i rimpatri. Questo approccio potrebbe scongiurare temporaneamente le violenze fisiche, ma condannerebbe l’economia a una contrazione brutale, esacerbando proprio quelle condizioni di povertà strutturale che hanno innescato la crisi.

Un secondo scenario, decisamente più critico, si aprirebbe qualora Pretoria decidesse di arginare con la forza le marce settimanali promosse dall’opposizione informale. In quel caso, una riedizione dei saccheggi e delle devastazioni del 2021 diventerebbe quasi inevitabile, paralizzando definitivamente l’asse economico vitale tra KwaZulu-Natal e Gauteng. Il dato di fondo, tuttavia, resta uno solo: il fatto che le manifestazioni dei giorni scorsi si siano concluse senza le carneficine di tre anni fa non è affatto un segno di stabilità. Al contrario, dimostra quanto agevolmente le arterie economiche della nazione più industrializzata dell’Africa possano essere bloccate o riattivate a comando da attori non statali.

A Pretoria servono idee chiare e nervi saldi. In tempi brevi.

Read the original on africanniche.substack.com

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