Il 15 aprile 2026 ha segnato il terzo anniversario del conflitto in Sudan. Quella che era iniziata come una lotta di potere localizzata tra due generali rivali è metastatizzata in quella che è la più grave crisi umanitaria del pianeta.
Oltre 12 milioni di persone sono attualmente sfollate, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Quasi 25 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria, e oltre 18 milioni sono a rischio malnutrizione. La crisi umanitaria è legata anche e soprattutto a problemi logistici: l’intensità della guerra urbana e l’ostruzione delle linee di rifornimento rendono impossibile consegnare aiuti ai civili.
Sul campo, il paese rimane spaccato in due. Sotto la guida del Generale Al-Burhan, l’esercito regolare (SAF) ha consolidato il controllo sulle regioni orientali, inclusa la costa del Mar Rosso. Le SAF riuscite anche a riconquistare la capitale, Khartoum, che però giace in rovina e necessita di diverse iniziative di ricostruzione. Le RSF, guidate dal generale “Hemedti” invece, mantengono la presa sulle regioni occidentali. Recenti rapporti delle Nazioni Unite indicano come i paramilitari abbiano ripreso le campagne di pulizia etnica nella regione del Darfur, con le stesse modalità impiegate durante il genocidio del 2003.
Anche la natura dei combattimenti si è evoluta. L’uso diffuso e sistematico dei droni ha aumentato significativamente le vittime civili e ha permesso ad entrambi i belligeranti di utilizzare la fame come arma, ricorrendo a tattiche d’assedio per forzare la sottomissione dei territori nemici, tenendo di fatto milioni di non combattenti in ostaggio del conflitto.
In questo contesto, il ruolo della popolazione civile è unico, rendendo difficile applicare l’etichetta di “guerra civile” al conflitto in Sudan. La maggior parte della classe media altamente istruita è fuggita o ha tentato di scappare dalla violenza, mentre sul campo la lotta è definita dall’eroismo di coloro che si sono organizzati attraverso le “Emergency Response Rooms”. Emerse dai Comitati di Resistenza di Quartiere (Lijan al-Muqawama) — gli stessi gruppi che hanno guidato le proteste pro-democrazia del 2019 e quelle anti-golpe del 2021 — queste realtà si sono focalizzate sull’assistenza umanitaria dall’inizio della guerra. Hanno istituito una rete di “Matabikh” (cucine comuni), gestiscono centri traumatologici improvvisati in residenze private e coordinano catene di approvvigionamento per i farmaci salvavita.
Al di là della sua utilità questa rete di solidarietà è un’ulteriore prova del profondo distacco dei sudanesi dalle fazioni belligeranti: la guerra in Sudan non è una guerra civile in senso pieno perché nessuno dei due generali può vantarsi di avere il sostegno popolare.
Al netto dello stallo militare la regionalizzazione è stata la vera cifra della guerra in Sudan nel corso dell’ultimo anno.
Una combinazione di opportunismo e necessità difensive ha spinto diversi attori regionali a intervenire militarmente nel conflitto in maniera più o meno esplicita.
Egitto: Un’inchiesta del New York Times di febbraio, ha esposto la profondità del coinvolgimento del Cairo nella guerra a sostegno delle SAF. L’inchiesta ha rivelato la presenza una base clandestina a East Oweinat, vicino al confine sudanese, riconvertita per ospitare avanzati droni che vengono impiegati in Sudan. Questi velivoli sono stati utilizzati per condurre attacchi di precisione contro le linee di rifornimento delle RSF vicino ai confini con Libia e Ciad, confermando il ruolo del Cairo come partecipante attivo nel conflitto.
Etiopia: Un rapporto dell’Humanitarian Research Lab (HRL) della Yale School of Public Health ha svelato alcune prove di attività militari a sostegno delle Rapid Support Forces (RSF) condotte sul territorio etiope. Lo studio, basato su immagini satellitari e dati open-source raccolti tra dicembre 2025 e marzo 2026, si concentra sulla base della Forza di Difesa Nazionale Etiope (ENDF) ad Asosa, nella regione di Benishangul-Gumuz. L'Etiopia supporta le RSF per acquisire una leva strategica contro il governo di Khartoum, sperando di indebolire l'influenza egiziana in Sudan e proteggere i propri interessi nazionali legati alla gestione delle acque del Nilo ma anche perché le SAF stanno attivamente addestrando militari tigrini in vista di una possibile ripresa del conflitto nella regione del Tigray etiope.
Sud Sudan: La distruzione sistematica delle infrastrutture energetiche in Sudan ha causato un blocco pressoché totale delle esportazioni e reciso l’arteria economica del Sud Sudan, spingendo Juba verso una crisi fiscale che minaccia di riaccendere la guerra civile interna. In un contesto dove la pace interna è già fragilissima, la scarsità di risorse sta riaccendendo le rivalità etnico-politiche tra le fazioni leali al presidente Salva Kiir e quelle del vice-presidente Riek Machar. Il presidente ha già proceduto all’arresto del suo vice e all’estromissione dei suoi uomini dagli apparati statali oltre ad aver chiuso un’occhio rispetto ai movimenti delle RSF all’interno del territorio nazionale. Senza il collante economico del petrolio, l'accordo di pace del 2018 rischia di polverizzarsi, trasformando il Sud Sudan nel secondo fronte di un unico, gigantesco conflitto regionale.
Ciad: N’Djamena è stata costretta a militarizzare i propri confini per contenere il riversamento delle violenze del Darfur. La decisione di militarizzare massicciamente il confine è stata dettata da una necessità esistenziale: impedire che le incursioni delle RSF e delle milizie arabe alleate sconfinino stabilmente in Ciad. Il governo ciadiano teme che le dinamiche tribali del Darfur (che vedono spesso contrapposte le stesse etnie presenti in Ciad) possano innescare una guerra civile interna. Le prime vittime della pulizia etnica nel Darfur sono infatti gli esponenti dell’etnia Zaghawa, la stessa del presidente ciadiano Mahamat Déby, che se non riuscirà a garantire la loro protezione potrebbe veder eroso il proprio consenso interno
Lo stallo militare si è progressivamente trasformato in uno stallo diplomatico, alimentato dall’istituzione di un governo parallelo da parte delle RSF nel tentativo di ottenere una maggiore legittimità internazionale ma con scarso successo. Nonostante questo l’emergere di un’amministrazione ombra ha complicato radicalmente gli sforzi per il cessate il fuoco. Anche l’operato del “Quartetto” (la piattaforma diplomatica composta da Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti) rimane paralizzato dai veti incrociati, non riuscendo a portare i belligeranti al tavolo dei negoziati.
La Terza Conferenza Internazionale per il Sudan, tenutasi a Berlino il 15 aprile, non ha potuto far altro che confermare questo stallo sostanziale. Sebbene sia riuscita a mobilitare circa 1,5 miliardi di euro in aiuti umanitari, non ha prodotto alcuna svolta diplomatica. Un momento significativo si è verificato quando diverse fazioni civili sudanesi, comprese quelle guidate dall’ex primo ministro Abdalla Hamdok, sono riuscite a raggiungere un raro consenso firmando una roadmap congiunta per la pace. Tuttavia, questa unità dei civili non può influenzare la realtà sul campo, dato che le parti in conflitto — le SAF e le RSF — non erano invitate al vertice. Senza l’impegno della leadership militare o una strategia di pressione unificata da parte del “Quartetto” internazionale, la roadmap di Berlino rimarrà quindi un traguardo simbolico.
E la guerra continua...
Negli ultimi giorni ho avuto modo di approfondire le dinamiche della guerra in corso in Sudan in diversi contesti. Lascio di seguito alcuni contributi se foste interessati a recuperarli.
Ospite di Guglielmo Gallone per il podcast Off the Radar di Radio Vaticana (se non seguite Off the Radar fatelo che è uno dei miei podcast preferiti per gli esteri in Italia!)
Ho anche scritto un articolo per il Messaggero sulla visita di Papa Leone in Africa che potete recuperare qui se siete interessati.

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