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Africanismi · Apr 30, 2026

Il Mali al Collasso

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Luciano Pollichieni · Africanismi

Il 25 aprile un’offensiva lampo condotta dal JNIM (galassia jihadista legata ad Al-Qaeda) in alleanza tattica con i ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) ha travolto simultaneamente il Mali da nord a sud, spingendosi fino alla capitale Bamako.

A nord, gli insorti hanno riconquistato Kidal sbaragliando sia l’esercito regolare che i mercenari dell’Africa Corps. Le testimonianze sono impietose: i russi non hanno saputo, o potuto, opporre resistenza. Dopo essersi asserragliati nelle loro basi, hanno dovuto negoziare la resa con i ribelli per poi essere scortati fuori dalla città nella notte tra il 25 e il 26 aprile. Le immagini di questa ritirata sono una sconfitta per la propaganda del governo di transizione che fino a poche settimane prima dell’attacco dipingeva gli insorti come prossimi alla sconfitta.

L’onda d’urto si è propagata anche a sud, colpendo l’asse strategico di Gao, Sevaré e Mopti, dove i ribelli sono riusciti a penetrare e operare per diverse ore. Ma è a Bamako che l’offensiva ha raggiunto il suo apice di umiliazione tattica. Camion bomba hanno devastato Kati, la base militare alle porte della capitale che ospita le forze speciali, vera e propria culla del potere del presidente Assimi Goïta. L’affronto decisivo, tuttavia, si è consumato con l’assalto alla residenza del Ministro della Difesa Sadio Camara, rimasto ucciso nell’attacco. Sono morti anch riil capo dell’intelligence Modibo Kone e il capo di stato Maggiore dell’esercito, Oumar Diarra entrambi morti durante l’assalto a Kati.

Mentre l’esercito maliano riprendeva il controllo della capitale e il presidente Goïta veniva blindato in un rifugio sicuro, il governo di transizione ha dato il via a un’ondata di arresti. Resta da chiarire se la giunta stia dando la caccia a presunti fiancheggiatori degli insorti, o se stia sventando i piani di qualche fazione del deep state maliano pronta ad approfittare del caos per tentare un colpo di mano.

Il JNIM, ha annunciato la messa in stato d’assedio della capitale: nessuno entra e nessuno esce. Una morsa strategica di cui, ad oggi, resta ancora da verificare l’effettiva capacità di implementazione sul terreno.

Come si è arrivati a questo collasso? La responsabilità ha un solo indirizzo: il governo di transizione del Mali.

Chiunque abbia monitorato la postura del governo maliano negli ultimi due anni sapeva che questo momento sarebbe arrivato. Quello a cui stiamo assistendo non è un imprevisto tattico, ma la spietata riscossione aritmetica degli errori strategici commessi da Assimi Goïta. Bamako ha commesso il peccato mortale di ogni leadership militare intossicata dalla propria retorica: ha moltiplicato i nemici illudendosi di poterli schiacciare.

La rottura deliberata con gli irredentisti tuareg del nord — che pure avevano aiutato l’esercito a contenere le offensive dello Stato Islamico — ha innescato la nascita del FLA e generato il peggior incubo tattico possibile per un esercito regolare. Grazie alla presenza dei russi sul terreno e all’afflusso di armi cinesi, turche e americane, la giunta era convinta di poter risolvere la crisi esclusivamente per via militare. Ogni ipotesi di soluzione politica è stata sacrificata sull’altare del mantra “negoziare da una posizione di forza”, senza mai aver chiaro quale fosse questa posizione, né come raggiungerla.

Il risultato è un disastroso déjà-vu. Esattamente come nel 2012, all’alba della guerra civile, gli irredentisti si sono alleati con i jihadisti, chiudendo di fatto ogni possibilità per Bamako di recuperare le chiavi del nord. All’epoca, l’avanzata degli insorti fu neutralizzata dall’intervento dell’esercito francese e dei suoi alleati africani. Oggi, nel contesto geopolitico attuale, nessuno è disposto a correre in soccorso del Mali, mentre i mercenari russi hanno dimostrato di non avere né i numeri né la capacità operativa per replicare la deterrenza di Parigi.

Di conseguenza, nei palazzi del potere maliano oggi regna un mix tra panico e paranoia: la prova evidente di una strategia militare fallita e della totale assenza di un “Piano B”. Dopo quattro giorni di silenzio tombale, il presidente Goïta è riapparso per invitare “all’unità” contro il terrorismo, ma parallelamente ha scatenato la macchina delle purghe interne. La dimostrazione finale che, al netto della propaganda sovranista, la leadership di Bamako non è mai stata così fragile.

Cosa farà il JNIM? Cosa spera di ottenere la giunta di Bamako? E, soprattutto, chi potrebbe ancora correre in supporto del Mali? Possiamo avanzare alcune ipotesi.

Il fatto che dopo aver sbaragliato forze armate maliani e Africa Korps il JNIM abbia deciso di imporre l’assedio alla capitale piuttosto che sfondare è la dimostrazione di come l’organizzazione e i ribelli dell’FLA non abbiano voglia di mettersi alla guida del paese (come potrebbero del resto, potendo contare su circa 20.000 effettivi secondo le stime più ottimistiche?). È una classica manovra di strangolamento: bloccare il centro nevralgico per forzare l’apertura di trattative, verosimilmente puntando a un radicale cambio ai vertici del governo.

D'altronde, i canali di dialogo non sono mai stati del tutto recisi, come dimostrano le trattative avvenute nei mesi scorsi durante l’assedio alle linee di approvvigionamento della capitale. Nel calcolo dei jihadisti, se la giunta di transizione dovesse ostinarsi a non trattare, la morsa su Bamako fungerebbe da moltiplicatore delle fratture interne al governo, innescando magari un colpo di mano che porti al potere figure del regime più malleabili.

Dal canto suo, il governo maliano e i suoi alleati russi non sembrano inclini a cedere. Sebbene tra i quadri dell’esercito ci sia chi non ha esitato a bollare come “tradimento” la fuga russa da Kidal, alcuni movimenti tattici intorno alla capitale indicano la preparazione di una massiccia offensiva aerea che potrebbe colpire Kidal e il nord in generale nei prossimi giorni. Ma mentre la disillusione verso l’ombrello di Mosca divampa tra i corridoi dei ministeri, a Bamako si guarda già al prossimo padrone: la Turchia. Ankara, che ha operato nell’ombra addestrando la guardia presidenziale, viene ora percepita come un partner più affidabile per il futuro.

Nel frattempo, l’onda d’urto dell’offensiva del 25 aprile ha fatto scattare l’allarme rosso in tutta la regione. Da una parte, i governi dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) temono il contagio dell’insurrezione. L’offensiva del 25 aprile ha squarciato il velo della propaganda: al di là della retorica rivoluzionaria e panafricana, anche la forza congiunta tra Niger, Burkina Faso e Mali si è rivelata inefficace. A fronte dell’avanzare della crisi, la solidarietà militare sparisce e ogni giunta bada alla propria sopravvivenza (non è in programma l’invio di un solo soldato alleato per aiutare Bamako a riprendersi il nord). Anche gli Stati rivieraschi del Golfo di Guinea guardano con terrore allo spillover dell’insorgenza verso i propri confini. In questi giorni in Ghana sia stato registrato il primo attacco a un convoglio poco lontano dal confine col Burkina Faso.

Con un intero quadrante destabilizzato e una strategia militare innegabilmente fallita, il governo di Assimi Goïta appare ormai prossima al capolinea.

Con buona pace di chi pensa che le visualizzazioni su TikTok si trasformino anche in potenza sul campo.

Read the original on africanniche.substack.com

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