Chiunque studi il colonialismo e le sue conseguenze contemporanee conosce bene il peso storico e simbolico di Haiti. Eppure, non tutti hanno prestato attenzione a un vertice importante tenutosi lo scorso marzo all’ambasciata americana a Santo Domingo, tra emissari di Washington e il ministro degli Esteri dominicano, Roberto Alvarez.
Al termine dell’incontro il capo della diplomazia dominicana ha annunciato il dispiegamento di 800 soldati ciadiani nell’ambito della Gang Suppression Force (GSF), la missione supportata dall’ONU per contrastare le gang armate nell’isola.
Ma che ci fanno 800 soldati ciadiani nel bel mezzo dei Caraibi? Per capire questa strana triangolazione Ciad-USA-Haiti, dobbiamo prima capire cosa sta succedendo per le strade di Port-au-Prince.
Stallo alla Haitiana
L’anarchia di Haiti affonda le radici in uno storico processo di “subappalto” della sicurezza. Per decenni, la classe dirigente ha delegato il controllo territoriale a milizie private: un meccanismo che ha logorato l’autorità dello Stato, collassata definitivamente dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021. Oggi, quelli che un tempo erano gruppi di vigilanza si sono fusi nella “Viv Ansanm” (Vivere Insieme), un’alleanza che raggruppa ex rivali giurati come il “G9” guidato dall’ex poliziotto Jimmy “Barbecue” Chérizier, il “G-Pèp” di Gabriel Jean-Pierre e i “400 Mawozo” di Joseph Wilson.
Armate con armi da guerra e forti di connivenze con l’élite economica e politica di Haiti, queste gang hanno eretto un vero e proprio Stato parallelo. Offrendo un proprio sistema di welfare e controllando l’economia locale, si garantiscono un bacino di reclutamento virtualmente inesauribile. Per tentare di arginare l’anarchia galoppante, l’ONU ha varato la Gang Suppression Force (GSF) (prima nota con il nome di Multinational Security Support): una forza multilaterale, incaricata di affiancare la polizia haitiana in operazioni di “contro-insurrezione urbana”.
Alla GSF partecipano il Kenya, affiancato da Benin (che impiega 1.500 uomini), Ciad, Bangladesh e da una coalizione caraibica formata da Giamaica, Bahamas, Antigua e Barbuda e Barbados. Gli Stati Uniti pur non impegnando truppe sul campo restano il motore finanziario e logistico dell’operazione con un impegno nato durante l’amministrazione Biden. Per Washington, stabilizzare Haiti risponde a due imperativi: arginare il contrabbando d’armi e bloccare le rotte migratorie. Quest’ultimo punto è diventato ancora più importante per il movimento MAGA che durante l’ultima campagna elettorale per le presidenziali ha più volte sottolineato i rischi rappresentati dall’immigrazione haitiana negli USA (ricordate quando Trump accusò i migranti haitiani di mangiare cani e gatti durante il suo dibattito con Kamala. Harris?). Oggi ovviamente la stabilizzazione di Haiti rientra all’interno della corince della cosiddetta Dottrina Donroe.
Torniamo però alla domanda iniziale: che ci fanno i soldati del Ciad nei Caraibi? Per spiegarlo, bisogna partire dai loro predecessori: i militari kenioti.
Ascesa e caduta della MSS a guida keniota
Tutto cominciò nel settembre 2023, con la visita a Nairobi dell’allora Segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin. In quel frangente (tappa di un più ampio avvicinamento strategico tra USA e Kenya, di cui avevamo già parlato qui su Africanismi), venne siglato un accordo di difesa quinquennale. Gli Stati Uniti mettevano sul piatto supporto logistico e 100 milioni di dollari per lanciare la MSS: un’operazione anti-gang ad Haiti a guida keniota.
Appaltare a Nairobi la stabilizzazione dell’isola rispondeva a tre precisi imperativi tattici per Washington:
Evitare l’accusa di imperialismo: Schierare poliziotti africani evitava la trappola mediatica del “neocolonialismo bianco” nei Caraibi. Argomento che puntualmente viene evocato quando si parla di Haiti, considerando anche il precedente storico dell’occupazione americana del 1916.
Rebranding: Una missione a guida esterna (cioè non americana) godeva di una credibilità maggiore dopo le precedenti (e disastrose) spedizioni a guida americana.
Rafforzare le relazioni con gli stati africani: L’operazione cementava l’asse con Nairobi, perno della “nuova strategia per l’Africa” della Casa Bianca.
La MSS è fallita per una miscela di sottofinanziamento e miopia tattica. Dei fondi preventivati è arrivato appena il 18%; dei 2.500 agenti previsti ne sono sbarcati solo 1.000. I kenioti si sono scontrati con diversi limiti operativi: equipaggiamenti inadeguati, barriere linguistiche e protocolli d’ingaggio inadatti alla guerriglia urbana in corso ad Haiti. A dare il colpo di grazia all’immagine della missione sono state le proteste degli stessi agenti kenioti per i ritardi nel pagamento degli stipendi, un fattore che ha accelerato la chiusura dell’operazione fissata per il 2026.
È esattamente sulle ceneri di questo fallimento che l’amministrazione Trump ha ridisegnato la missione, varando la GSF e chiamando in servizio i soldati ciadiani.
Fuori il Kenya, dentro il Ciad
Il passaggio di testimone tra Nairobi e N’Djamena costituisce anche e soprattutto un cambiamento radicale della missione stessa che risponde a tre logiche ben precise:
Il carattere offensivo: La vecchia MSS aveva (sulla carta) velleità multidimensionali e di state-building. La nuova GSF ha un solo mandato già iscritto nel nome: eliminare le gang. Niente lavoro umanitario, niente scambio di “best practices” per il governo locale. In perfetta aderenza con la visione della sicurezza nazionale MAGA, la missione è esclusivamente coercitiva e militare.
Il valore tattico del Ciad: I soldati ciadiani sono più funzionali dei kenioti per gli scopi della GSF. In primo luogo, sono francofoni, il che azzera la barriera linguistica che ha influenzato la missione precedente. In secondo luogo, le truppe di N’Djamena sono storicamente considerate i “mastini” del Sahel: maestri nella guerra di movimento e nel contro-terrorismo rustico, abituati a rompere le difese trincerate. Esattamente ciò che potrebbe servire contro le gang di Port-au-Prince.
Il riavvicinamento USA-Sahel: Questa collaborazione è un passo in più sulla via della distensione tra Washington e N’Djamena, ricucendo lo strappo del 2024 (quando il Ciad aveva intimato il ritiro delle truppe USA dal proprio territorio). Gli Stati Uniti hanno avviato una politica di distensione con i governi militari del Sahel e inviando i propri soldati ad Haiti, il governo ciadiano incassa dividendi politici presentandosi come un partner important per gli Stati Uniti.
Sogni d’impero e realtà demografiche
L’arruolamento dei soldati africani da parte di Washington segue un percorso profondamente diversi da quello di Mosca. Se il Cremlino rastrella, spesso nell’ombra, fanteria da gettare nel tritacarne del Donbass, gli Stati Uniti puntano a cooptare forze armate africane per incastrarle nei propri disegni strategici. Che sia ad Haiti, in ossequio alla Dottrina Donroe, o nel Sahel per la “strategia per l’Africa”, Washington opera attraverso una fitta rete di programmi istituzionali, finanziamenti e deleghe. In sintesi: per Mosca l’obiettivo è il rimpiazzo numerico immediato (carne da cannone); per Washington è l’appalto della sicurezza in alcuni teatri a esecutori terzi.
Al netto di queste differenze tattiche, entrambe le potenze tradiscono lo stesso, inesorabile limite strutturale: la demografia.
Sia la Russia che gli Stati Uniti si trincerano dietro retoriche difensive (il ripiegamento, la difesa dei confini o dell’estero vicino), eppure nessuna delle due riesce a rinunciare alla propria autopercezione imperiale. Il problema è che proiettare potenza ha un costo demografiche che le loro società, sempre più vecchie e scarsamente tolleranti verso l’immigrazione, non possono o non vogliono più sopportare. Ecco perché attingere all’unico continente in piena esplosione demografica diventa quasi automatico.
Si delinea così una dinamica cruciale per il nuovo ordine multipolare: il capitale umano africano usato come moltiplicatore di potenza per superpotenze ambiziose, ma crescentemente anziane.
Il destino degli africani è dunque quello di essere truppe per le guerre altrui? Non è detto. Ma finché il continente non riuscirà a trasformare la propria crescita demografica in un reale dividendo economico e politico, la tattica delle potenze in via di invecchiamento di pescare in questo serbatoio a basso costo rimarrà altissima.

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