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Africanismi · Jan 13, 2026

Francia, Russia e USA in lotta per il Madagascar

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Luciano Pollichieni · Africanismi

Come molti di voi ricorderanno, lo scorso ottobre la mobilitazione della cosiddetta Gen Z malgascia ha portato alla caduta del presidente Andry Rajoelina, dopo mesi di proteste legate al deterioramento delle condizioni economiche e alla crisi dei servizi essenziali (ne avevo parlato qui).

Negli ultimi due mesi ho seguito da vicino l’evoluzione della transizione in corso in Madagascar. Una transizione che, come spesso accade in contesti post-golpe, non si limita a riorganizzare gli equilibri interni di potere, ma sta producendo anche una progressiva ridefinizione della postura geopolitica dell’isola e delle attenzioni esterne che la circondano.

Sul piano interno, il paese è oggi guidato dal colonnello Michael Randrianirina, emerso come figura centrale della fase di rottura e insediatosi alla guida di un governo di transizione. In linea con uno schema già visto altrove, Randrianirina ha cercato di “civilizzare” la transizione nominando primo ministro l’uomo d’affari Herintsalama Rajaonarivelo, segnale di un tentativo di rassicurazione verso élite economiche e partner esterni.

Poche settimane dopo, il presidente di transizione ha presentato un programma articolato in cinque punti:

  1. ripristino dell’ordine pubblico e della sicurezza interna;

  2. lotta alla corruzione ed “epurazione” delle strutture di potere legate al vecchio regime;

  3. stabilizzazione economica d’emergenza;

  4. riforme istituzionali “pre-elettorali”;

  5. riforma del settore della sicurezza.

Nel discorso ufficiale, questo pacchetto viene presentato come la cornice necessaria per riportare il paese alla normalità costituzionale. Nella pratica, però, si tratta di obiettivi ampi, poco vincolanti e privi di un calendario operativo dettagliato — una scelta che lascia al governo di transizione un margine di manovra considerevole.

Randrianirina ha dichiarato che la transizione non dovrebbe durare più di due anni e che, al termine, sarà “il popolo” a decidere se egli potrà o meno restare alla guida del paese. Una formula ricorrente nelle transizioni militari, che rinvia la questione centrale — il rientro dei militari dalla politica — a un futuro indefinito e politicamente negoziabile.

È su questo scarto tra programma dichiarato e dinamiche reali di potere che vale la pena continuare a osservare il Madagascar: perché è lì che si decide se questa transizione sarà un passaggio o l’ennesima riorganizzazione del medesimo sistema.

iò che finora ha sorpreso — e che in parte è stato sottovalutato — è il modo in cui il nuovo governo malgascio ha rapidamente impostato una politica estera “aperta”, in continuità con quanto osservato negli ultimi anni in diversi contesti post-golpe dell’Africa occidentale. Una linea che rivendica la libertà di scegliere i partner sulla base di un presunto interesse nazionale, rompendo — almeno sul piano discorsivo — con le traiettorie diplomatiche del passato.

È da questo presupposto che va letta la corsa all’influenza sull’isola e sul nuovo potere politico, emersa con maggiore chiarezza a partire dal dicembre scorso. Non si tratta solo di opportunismo esterno, ma anche del riflesso del valore intrinseco del Madagascar e della sua capitale, Antananarivo: oltre 5.000 chilometri di coste affacciate sull’Oceano Indiano, la presenza di terre rare e materie prime critiche, e un primato globale nella produzione di vaniglia. Un insieme di fattori che combina rilevanza strategica, potenziale estrattivo e valore manifatturiero.

In questo quadro, il vuoto di potere generato dalla transizione non poteva che attirare l’attenzione di attori esterni diversi per storia, strumenti e ambizioni. Tra questi, tre meritano un’osservazione particolarmente attenta: Francia, Russia e Stati Uniti.

La competizione in questa fase si configura come una negoziazione continua con un potere politico in cerca di riconoscimento, risorse e margini di autonomia. Ed è proprio questa combinazione di fragilità interna e appetibilità strategica a rendere l’isola uno dei dossier più interessanti — e potenzialmente instabili — dell’attuale geopolitica dell’Oceano Indiano.

Per la Francia, il Madagascar è ben più di un residuo del passato coloniale. È una piattaforma strategica funzionale alla proiezione francese nell’Oceano Indiano e, più in generale, all’architettura indo-pacifica che Parigi cerca di strutturare da anni. Dopo il ritiro formale al termine del sanguinoso processo di decolonizzazione, la Francia non ha mai realmente abbandonato la regione. Ha mantenuto un avamposto militare nella vicina Mayotte, dove è di stanza un reggimento della Legione Straniera, e ha continuato a considerare il Madagascar come parte del proprio ambiente strategico regionale. In questo quadro si inserisce l’ipotesi, ventilata dal ministero della Difesa francese a partire dal 2024, di rimettere in funzione la base di Diego-Suarez, nel nord dell’isola, in una formula di utilizzo congiunto con le forze armate malgasce. Il progetto era al vaglio del governo di Andry Rajoelina, e l’impegno assunto allora contribuisce a spiegare la rapidità con cui Parigi si è attivata nelle ore successive alle rivolte di ottobre, facilitando l’esfiltrazione del presidente deposto. Al momento, la linea ufficiale francese resta improntata alla cautela: cooperare con il nuovo governo per sostenere il processo di transizione, come ribadito anche da Emmanuel Macron in un contatto diretto con il nuovo vertice malgascio subito dopo il giuramento.

Questa strategia di adattamento, tuttavia, si inserisce in un contesto sempre più competitivo. All’inizio di dicembre una delegazione militare della Russia, composta da circa quaranta persone, ha visitato il Madagascar incontrando il presidente dell’Assemblea Nazionale, Siteny Randrianasoloniaiko, e avviando colloqui sul rafforzamento della sicurezza e su potenziali programmi di addestramento delle forze armate locali. Secondo diverse ricostruzioni, la delegazione sarebbe stata guidata dal generale Andrei Averianov, figura associata ai circuiti di sicurezza più opachi di Mosca e indicata da alcune fonti come parte del gruppo di alti ufficiali coinvolti nella gestione della cosiddetta “flotta fantasma” russa. Durante la visita, ai rappresentanti malgasci sarebbero stati offerti droni, armamenti leggeri e supporto formativo per l’esercito: un pacchetto che ricalca lo schema già visto in altri contesti africani, dove Mosca si propone come partner rapido, poco condizionato da vincoli politici e disposto a colmare vuoti di sicurezza nel breve periodo.

In questo quadro si inserisce anche l’attivismo degli Stati Uniti. A metà dicembre il presidente di transizione Michael Randrianirina si è recato in visita per due giorni negli Emirati Arabi Uniti a bordo di un jet privato, una visita che ha sollevato critiche interne per modalità e tempistica. In seguito alle richieste di chiarimento, Randrianirina ha dichiarato di aver incontrato Eric Prince, figura centrale dell’universo dei contractor statunitensi e interlocutore vicino all’entourage di Donald Trump. Secondo la versione fornita dal presidente, l’incontro avrebbe riguardato l’eventuale acquisizione di un sistema integrato di monitoraggio dei porti malgasci. Nonostante i tentativi di ridimensionare la portata politica della visita, diverse ricostruzioni indicano che Washington avrebbe successivamente inviato emissari ad Antananarivo. Sul tavolo, due dossier sensibili: l’accesso alle risorse minerarie e l’ipotesi di una presenza militare sull’isola. In questo scenario, non è da escludere che anche gli Stati Uniti guardino con interesse all’installazione di Diego-Suarez, potenzialmente sottraendola alle ambizioni francesi — un’eventualità resa più plausibile dal clima non particolarmente disteso che caratterizza i rapporti tra le leadership di Washington e Parigi.

Cosa aspettarsi da questa competizione? In primo luogo è utile chiarire un punto: come già osservato in altri contesti africani, il Madagascar non è — e difficilmente sarà — un semplice spettatore di uno scontro tra grandi potenze sul proprio territorio. Al contrario, è un attore dotato di margini di scelta, interessato a negoziare e a massimizzare i benefici derivanti dall’attenzione esterna. Non è quindi da escludere che, come già accaduto altrove nel continente, il nuovo governo potrebbe optare per una cooperazione simultanea con più partner, evitando vincoli esclusivi.

Quello che questa competizione a tre mostra con una certa chiarezza è che la rivalità nello spazio indo-pacifico non si arresta alle soglie dell’Asia o all’Oceano Indiano. Al contrario, tende a incorporare progressivamente l’Africa orientale, trasformando gli Stati affacciati su questo spazio marittimo in potenziali perni della competizione tra grandi potenze. Un processo che va ben oltre i tradizionali “colli di bottiglia” del Corno d’Africa e dello stretto di Bab el-Mandeb.

In questo senso, stiamo assistendo alla graduale emersione dell’afro-pacifico, in cui potenze di diversa stazza cercano di posizionarsi per influenzare dinamiche che non riguardano solo l’Africa, ma anche la sicurezza e l’equilibrio dei mari asiatici. Se la competizione per il primato globale tenderà sempre più a giocarsi su queste rotte marittime, allora la collocazione e le scelte politiche di Stati come il Madagascar non possono essere considerate marginali.

Nei prossimi mesi, la partita decisiva si giocherà sulla capacità delle grandi potenze di calibrare le loro tattiche con gli sviluppi interni al Madagascar. Mentre per Randrianirina la capacità del paese di gestire la transizione e di mantenere un equilibrio credibile tra partner esterni diversi sarà un fattore chiave nel ridisegnare — o confermare — la geografia dell’influenza nell’Oceano Indiano.

Read the original on africanniche.substack.com

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