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Chi segue Africanismi da tempo sa che in passato ho affrontato il tema dell’uso – e spesso dell’appropriazione – dei dati dei Paesi africani da parte di soggetti esterni (come i big di internet). Il dibattito sulla sovranità dei dati è tornato alla ribalta dopo l’annuncio di un accordo di cooperazione in ambito sanitario tra il Kenya e gli Stati Uniti.
Per fare il punto su questo tema ho chiesto a Jessica Masucci di scrivere questo post insieme a me. Giornalista specializzata in tematiche sanitarie, Jessica cura su Substack la newsletter Stati di Salute, che vi consiglio di seguire.
Buona lettura!
Lo stato di salute delle relazioni USA-Kenya
A dicembre il presidente del Kenya, William Ruto, ha visitato la Casa Bianca per incontrare Donald Trump. La visita avviene in una fase particolarmente delicata delle relazioni tra Stati Uniti e Kenya, che hanno registrato alcune frizioni con il ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Durante la presidenza Biden, infatti, il Kenya si era progressivamente affermato come uno dei principali alleati statunitensi nel Corno d’Africa. Nairobi aveva ottenuto lo status di major non-NATO ally, arrivando a guidare – sotto l’egida dell’ONU e con il sostegno politico di Washington – la missione internazionale anti-gang ad Haiti.
Il ritorno del movimento MAGA e di Trump ha però rimesso in discussione, se non la sostanza, quantomeno l’architettura di questa alleanza. Sul piano commerciale, il Kenya è stato colpito dalla nuova politica protezionista dell’amministrazione Trump, seppur in misura limitata, con l’introduzione di dazi del 10% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti. Più rilevante, tuttavia, è la preoccupazione di Nairobi per il possibile mancato rinnovo dell’AGOA, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti e Africa, attualmente in discussione al Congresso.
Le tensioni non si esauriscono però nella dimensione commerciale. Il Kenya continua a muoversi in un contesto economico interno estremamente fragile: il livello del debito pubblico rimane elevato, la disoccupazione giovanile persistente e il consenso attorno al governo di Ruto è ai minimi storici. Basti ricordare che poco più di un anno fa ampie proteste popolari culminarono nell’assalto al Parlamento contro la politica fiscale dell’esecutivo.
In questo quadro, dopo una fase di relativo allontanamento, Nairobi ha riallacciato i rapporti con la Cina e, parallelamente, sta esplorando la possibilità di negoziare un accordo commerciale bilaterale con Washington, per ridurre la propria esposizione in caso di annullamento dell’AGOA.
La visita di Ruto alla Casa Bianca va letta alla luce di queste dinamiche: il riequilibrio della politica estera keniota, l’incertezza sul futuro del partenariato con gli Stati Uniti e la necessità, per Nairobi, di ottenere margini economici e politici in una fase di forte vulnerabilità interna.
Make Kenya Healthy Again
Al termine della visita di William Ruto a Washington, le due parti hanno firmato un Memorandum of Understanding in ambito sanitario del valore complessivo di 2,5 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni. Più precisamente, gli USA si impegnano ad investire 1,6 miliardi, mentre il Kenya dovrà stanziare i rimanenti 850 milioni di dollari circa (una cifra non da poco considerando lo stato delle finanze di Nairobi).
La finalità di questi investimenti è stata esplicitata dal Segretario di Stato Marco Rubio. Secondo Washington, il programma dovrebbe consentire al Kenya di raggiungere una maggiore autosufficienza sanitaria. Ancora più rilevante, tuttavia, è il fatto che una parte consistente dell’accordo riguardi la raccolta, la gestione e la condivisione dei dati sanitari. In base ai termini del Memorandum, le autorità statunitensi avranno accesso ai dati del governo keniota — inclusi quelli relativi alla diffusione di epidemie o a patologie come l’HIV/AIDS — anche fino a venticinque anni dopo la cessazione formale dell’accordo.
Questo duplice binomio tra investimenti sanitari e accesso ai dati va letto alla luce di almeno due fattori strutturali. Il primo è il progressivo ridimensionamento delle iniziative umanitarie multilaterali deciso dall’amministrazione Trump, anche con il sostegno politico di Elon Musk, e la conseguente preferenza per una cooperazione sanitaria gestita su base bilaterale, al di fuori dei tradizionali canali delle organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il secondo fattore è rappresentato dal nuovo orientamento della politica sanitaria statunitense incarnato dal programma Make America Healthy Again (MAHA) e dalla sua proiezione esterna, l’America First Global Health Strategy. In questo quadro, la cooperazione sanitaria internazionale non è più concepita come uno strumento di governance globale, ma come un’estensione degli interessi statunitensi, anche in termini di controllo e accesso alle informazioni.
Una strategia di global health che ha poco a che fare con la global health
di Jessica M. Masucci
Vantaggi competitivi con la Cina, alleanze militari, minerali e materie prime, accesso ai dati per poi farli sfruttare dalle aziende statunitensi: la strategia per la salute globale dell’amministrazione Trump, lanciata lo scorso autunno, ha più a che fare con gli elementi sopra elencati che non con HIV , mortalità materna o prevenzione delle future pandemie. Ancor meno, ovviamente, con salute mentale e prevenzione attraverso gli stili di vita.
Non poteva essere altrimenti: l’abbiamo visto anche in altri casi di politica estera, nei quali, come diceva Luciano, tutto è un’estensione degli interessi statunitensi, quando non proiezioni personali del presidente. Ormai è stato ripetuto fino alla nausea che il multilateralismo nelle relazioni internazionali è in crisi e che Trump in questa crisi sta cercando di sfruttarla traendo più vantaggi possibili. Dal suo punto di vista, perché non farlo anche nell’ambito della governance della salute globale?
Nel documento in cui è stata illustrata l’America First Global Health Strategy, il punto di partenza è domestico. Gli Stati Uniti vengono presentati sommariamente come il paese leader mondiale nella salute (certo, ha dei primati, ma alcuni indicatori di salute pubblica come il tasso di mortalità materna contraddicono questa visione) e i cittadini statunitensi sarebbero stanchi di sprecare i soldi delle proprie tasse in programmi di cooperazione sanitaria internazionale inefficienti. Anche qui, le generalizzazioni e l’inaccuratezza abbondano. Esistono, sì, dei problemi di inefficienza nella macchina dell’assistenza sanitaria globale e dovremmo discutere su come far evolvere la governance della salute globale, perché non si ripeta più quello a cui stiamo assistendo in questi ultimi 12 mesi, cioè che al disimpegno di un solo - seppur importante - paese seguano conseguenze disastrose come quelle che si stanno dispiegando con i tagli all’agenzia statunitense di cooperazione internazionale USAID. Ma il programma della presidenza degli Stati Uniti (il PEPFAR) di lotta alla diffusione globale dell’HIV e dell’AIDS, che ha realmente salvato milioni di vite umane negli ultimi vent’anni.
Poco importano i dati, per la strategia trumpiana quello che conta è battere sul tasto dell’inefficienza e dello spreco e il capro espiatorio perfetto sono le Ong, considerate incapaci di gestire gli aiuti americani, e descritte come un sistema di malaffare diffuso e da sradicare.
Allora, chi dovrebbe sostituirsi a loro nella gestione, per esempio, delle forniture di test diagnostici o nella presenza in ambulatori per i pazienti e le pazienti con HIV? I soggetti individuati sono due, il settore privato (e questa era facile da indovinare) e le organizzazioni religiose, ultraconservatrici, americane.
Come segnalato da un articolo pubblicato dal The Guardian, è legittimo ritenere che i tagli ai programmi USAID non fossero frutto di puro nichilismo, se poi quel vuoto viene riempito da soggetti del cosiddetto anti-rights movement, contrario per esempio all’aborto, all’educazione sessuale, ai diritti delle minoranze, come quelle LGBTQ. “A Trojan horse moment”, lo definisce il giornale britannico.
Una strategia per la salute globale non ha mai implicazioni solo sanitarie, ma anche politiche, economiche, culturali, e quella di Trump non fa eccezione.
Facciamo, però, adesso un punto: attualmente sono stati siglati almeno 14 accordi bilaterali degli Stati Uniti con altrettanti paesi africani , sotto l’egida dell’America First.
Ma uno solo, al momento, è stato congelato: quello con il Kenya.
C’è un giudice a Nairobi
L’accordo di cooperazione sanitaria tra Stati Uniti e Kenya si è scontrato fin da subito con l’opposizione del potere giudiziario keniota. A seguito di una petizione presentata da un’associazione di consumatori, l’Alta Corte del Kenya ha sospeso l’intesa, sottolineando come essa non possa entrare in vigore senza chiarimenti sostanziali da parte del governo, in particolare per quanto riguarda le modalità di condivisione dei dati e, soprattutto, la tipologia di informazioni che verrebbero trasferite alle istituzioni statunitensi nel quadro dell’accordo.
C’è poi il problema istituzionale: un accordo di questa portata non può essere siglato senza un dibattito parlamentare.
C’è poi un dubbio sulla strategia. A partire dalla pandemia del COVID, il Kenya è stato al centro di una serie di iniziative per la produzione di medicinali (vaccini e non solo) da parte di diverse multinazionali del settore farmaceutico. Questo processo sta funzionando tanto che il Kenya è diventato un esportatore di farmaci a livello regionale. In questo senso, quindi, trovandosi già al centro di un circolo virtuoso, la necessità di condividere dati medici con un paese esterno sembra, come minimo, non necessaria. Considerando questo contesto, resta solo il fattore economico: 2,6 miliardi di dollari in investimenti sono molti soldi per un paese in difficoltà e quindi anche i dati sanitari diventano merce di scambio.
Qui però è meglio cedere di nuovo la parola a Jessica.
Non dite che non è mai successo, perché è successo
Di Jessica M. Masucci
Leggendo varie analisi sulla questione della gestione dei dati sanitari nell’accordo tra Stati Uniti e Kenya, ogni volta spunta fuori un precedente: quello del Sudafrica e della variante omicron. Nel novembre 2021, quando ancora l’allerta per la Covid-19 era alta in tutto il mondo, il Sudafrica ha scoperto la variante omicron del virus e ha condiviso i dati di questa scoperta. Tuttavia l’accesso ai vaccini è stato comunque ineguale per quel paese e per altri a basso o medio reddito.
“The example of COVID-19 is still alive, when South Africa shared data on the omicron variant but received no vaccines in return and the companies that held the vaccine technology refused to share it with South African developers”.
La citazione viene da una lettera aperta indirizzata ai capi di Stato e di governo africani da un gruppo di una cinquantina di organizzazioni della società civile di quei paesi, pubblicata pochi giorni dopo la firma del memorandum Kenya-Stati Uniti, a dicembre.
Il documento spiega in modo chiaro quali sono le criticità e i rischi di quell’accordo e di quelli simili che verranno.
Dopo una nota critica sul metodo con il quale l’intesa è stata raggiunta - giudicato precipitoso e non inclusivo - entrano nel merito del Data Sharing Agreement e dello Specimen Sharing Agreement, documenti che fanno parte dell’accordo.
L’accesso ai dati sanitari è ritenuto, come già anticipato da Luciano, troppo esteso, per troppo tempo e con conseguenti rischi per la sicurezza e la privacy delle pazienti e dei pazienti. I dati personali contenuti, per esempio, nelle cartelle mediche elettroniche o nei database dei laboratori possono finire ovunque, violandone la riservatezza.
Il testo, inoltre, secondo l’analisi delle organizzazioni, è stato scritto considerandone solo la conformità alle leggi statunitensi, non a quelle keniote.
Ma lo squilibrio tra le parti dell’accordo è evidente anche nella mancanza di garanzie sulla reciprocità di questa condivisione di dati e di patogeni da studiare, e nell’accesso a nuovi strumenti diagnostici, terapie e vaccini nati proprio da questa condivisione.
C’è un ultimo punto, importante, da esaminare: secondo gli autori della lettera e secondo anche molti altri analisti, i memorandum in stile America First mettono i firmatari in una posizione scomoda rispetto alla finalizzazione di un sistema globale di condivisione dei patogeni e dei relativi benefici derivanti dalal loro scoperta.
Questo sistema si chiama PABS (Pathogen Access and Benefit Sharing), è un corollario dell’Accordo sulle pandemie firmato a Ginevra lo scorso anno e viene discusso in questi mesi presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questi nuovi accordi bilaterali con gli Stati Uniti potrebbero scardinare il blocco dei paesi del Sud Globale, disgregando la speranza di arrivare a un sistema efficiente e inclusivo di lotta alle pandemie.
Anche perché i patogeni non leggono i cartelli di confine, figuriamoci i memorandum ma nell’epoca del nuovo ordine multipolare anche la salute è questione di realpolitik.
La mia parte di newsletter è stata scritta ascoltando, tra le altre cose, Up di Duval Timothy. Un saluto da parte mia, e spero di ritrovarvi anche su Stati di salute! Statemi bene.
JMM
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