Il 4 novembre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato la Nigeria di un possibile intervento militare da parte degli USA per interrompere quello che ha definito “il genocidio dei cristiani” in corso nel paese. Trump non è il primo esponente del variegato universo MAGA a sostenere la teoria del genocidio in corso in Nigeria. Il senatore del Texas, Ted Cruz, aveva già avanzato la tesi del “Christian Genocide” in Nigeria nel 2009 e l’ha ribadita in tempi più recenti su un post su X. Prim’ancora il comico Bill Maher aveva rilanciato questa teoria in un episodio del suo podcast a settembre.
Non è la prima volta che Trump accusa la Nigeria di attuare un genocidio su base confessionale. Durante il suo primo mandato, il Dipartimento di Stato ha designato la Nigeria come Country of Particular Concern ai sensi del International Religious Freedom Act del 1998. La designazione ha valore prevalentemente simbolico, ma la legge prevede che il governo statunitense “intraprenda azioni mirate contro i responsabili di violazioni della libertà religiosa”, includendo, potenzialmente, anche azioni militari.
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Il governo nigeriano ha respinto le accuse. Prima il consigliere presidenziale Daniel Bwala ha dichiarato che Abuja è disposta ad accettare l’aiuto americano, purché venga rispettata la sovranità nazionale. Dopo, il presidente Bola Tinubu in persona ha negato l’esistenza di qualsiasi persecuzione religiosa e ha chiesto un incontro con Trump per discutere del futuro delle relazioni bilaterali.
Nel frattempo, secondo alcune ricostruzioni non confermate, l’AFRICOM avrebbe elaborato piani di intervento contro i gruppi jihadisti attivi in Nigeria (ISWAP, JAS – ex Boko Haram – e altre formazioni minori), articolati su tre scenari di impiego: leggero, medio e pesante.
C’E’ UN GENOCIDIO IN CORSO IN NIGERIA?
Il primo problema fondamentale per determinare se in Nigeria sia in corso un genocidio è di tipo metodologico: non ci sono dati affidabili. L’ultimo censimento del paese risale al 2006 quindi qualsiasi tentativo di determinare se e quanto i cristiani siano oggetto di una persecuzione religiosa su vasta scala sul piano empirico è impossibile.
Fatta questa premessa le violenze contro le comunità cristiane nel paese sono un fatto innegabile così come il fatto che in alcuni casi queste comunità siano attaccate in quanto tali. I gruppi jihadisti attaccano in molti casi proprio per punire gli infedeli cristiani. Tuttavia, la logica del Christian Genocide tende a non tenere conto del fatto che anche i musulmani sono vittime di violenza confessionale.
Qualche esempio al riguardo. Ad agosto , 32 musulmani sono stati uccisi durante la preghiera nella moschea di Unguwan Mantau, nello Stato di Katsina. Un mese prima, a luglio, uomini armati non identificati hanno attaccato il villaggio di Kwallajiya, nello Stato di Sokoto, uccidendo decine di musulmani. Anche le forze di sicurezza statali sono state protagoniste di violenze contro i cittadini musulmani. Il 29 marzo, ad esempio, hanno represso una manifestazione dello Islamic Movement of Nigeria, causando sei morti.
Se poi andiamo a vedere quelli che sono i tre criteri essenziali per la determinazione del crimine di genocidio — volontà politica, numero di vittime e implementazione organizzata — non esistono elementi che ad oggi provino la presenza di un genocidio in corso verso chiunque in Nigeria.
La violenza armata ( e incluso le uccisioni confessionali) in Nigeria è legata ad almeno due fattori: a) l’inefficienza delle istituzioni statali nel prevenire e contenere la violenza armata (ne avevamo già parlato qui su Africanismi). Un caso emblematico di questa incapacità è l’omicidio di Deborah Samuel, studentessa di Sokoto, linciata da una folla nel 2022 dopo aver cercato rifugio in una stazione di polizia.
b) Il secondo fattore riguarda invece la tendenza a confessionalizzare violenze che in realtà hanno origini legate alla competizione per le risorse in aree come il Plateau, la Middle Belt, il Delta del Niger e lo Zamfara.
Tutto questo va valutato anche alla luce dell’evoluzione dei gruppi armati e dei mutamenti negli equilibri regionali. Due esempi possono chiarire il quadro: una quota rilevante delle vittime in Nigeria è attribuibile ai cosiddetti “banditi”, grandi formazioni armate attive nel Nord del paese che agiscono per motivazioni prevalentemente economiche, colpendo cristiani e musulmani senza distinzione. Inoltre, la recente recrudescenza delle violenze jihadiste nell’area del Lago Ciad è connessa a fattori esterni, come il ritiro del Niger dalla Multinational Joint Task Force e la crisi della strategia contro-insurrezionale delle forze camerunesi.
In sintesi, l’elevato numero di uccisioni non può essere imputato unicamente al governo di Abuja.
OLTRE LA RETORICA, L’INTERESSE GEOPOLITICO
Anche nel caso della Nigeria, vale quanto detto per il Sudafrica. Sicuramente le accuse di genocidio sono state sussurrate all’orecchio del presidente da parte di alcune organizzazioni di estremisti cattolici (oltre che di lobbisti nigeriani) che hanno avuto accesso allo Studio Ovale. Questo approfittando anche di una scarsa rappresentanza del governo nigeriano presso le istituzioni americane. Basti pensare che la Nigeria deve ancora nominare il suo ambasciatore negli USA e non ha assunto nessun lobbista per essere rappresentata al congresso.
Tuttavia, la decisione di un approccio muscolare verso la Nigeria arriva anche in un momento in cui gli USA sono fortemente e insoddisfatti delle proprie relazioni con Abuja (e viceversa). La Nigeria, storicamente una delle “ancore” di Washington in Africa non ha fatto mistero di essere scontenta del nuovo corso trumpiano: protezionismo economico e restrizioni sui visti colpiscono la diaspora le cui rimesse rappresentano una quota significativa del bilancio statale e del cosiddetto “welfare informale” del gigante africano. A questo si aggiunge il taglio alle iniziative umanitarie come USAid che ovviamente si sono fatte sentire non poco nelle aree più povere del paese. Dal punto di vista americano invece, l’amministrazione Trump non ha gradito il rifiuto di Abuja ad accogliere i migranti respinti dagli USA.
Così, durante la presidenza Tinubu abbiamo assistito a quello che è probabilmente il maggior avvicinamento di sempre della Nigeria alla Cina a livello geopolitico. Qualche esempio al riguardo: a gennaio la Nigeria è stata designata dai BRICS come “paese partner”. Successivamente, Nigeria e Cina hanno firmato un accordo di Comprehensive Strategic Partnership che lontano dal restare una mera dichiarazione di intenti ha già portato all’approvazione di megaprogetti infrastrutturali tra cui la nuova arteria autostradale per il porto di Lekki e la nuova acciaieria di Stellar Steel. Solo questi due investimenti valgono da soli più di un miliardo di dollari.
Insomma, al netto delle questioni religiose, non mancano motivi di tensione che sono squisitamente geopolitici tra i due stati.
E ADESSO ?
Un intervento armato in Nigeria aprirebbe diversi fronti di crisi per la Casa Bianca. Gli Stati Uniti potrebbero limitarsi a un’azione dimostrativa, ma anche questa contraddirebbe la tradizionale postura di light footprint mantenuta da Washington in Africa e avvicinerebbe l’amministrazione Trump all’immaginario delle “guerre al terrorismo” dell’era Bush, verso cui l’elettorato trumpiano nutre diffidenza.
Dal punto di vista di Abuja, invece, la Nigeria cercherà — come già fatto dal Sudafrica — un riavvicinamento con gli Stati Uniti. In quest’ottica va interpretata la proposta di Tinubu di un incontro bilaterale con Trump. Il presidente nigeriano punta a due obiettivi di breve periodo: a) mantenere attiva la cooperazione militare e d’intelligence tra i due paesi; b) migliorare le relazioni commerciali, possibilmente ottenendo uno “sconto” sui dazi imposti da Washington.
Tuttavia, la minaccia di Trump rischia di indebolire l’amministrazione Tinubu in un momento particolarmente delicato. Poche settimane fa il presidente ha proceduto a un rimpasto ai vertici delle forze armate e dei servizi di intelligence, ufficialmente per rafforzare la capacità dello Stato di contrastare la violenza armata. Secondo alcune ricostruzioni, però, la mossa sarebbe servita a prevenire un colpo di Stato. Un eventuale attacco americano potrebbe destabilizzare ulteriormente la situazione, incoraggiando settori militari ostili al governo. L’instaurazione di una giunta porterebbe al potere una generazione di ufficiali diversa da quella del passato: più critica verso l’Occidente e più incline alla cooperazione con i BRICS, come già avvenuto negli Stati del Sahel occidentale.
Questa volta, però, un eventuale regime anti-occidentale si troverebbe a governare un paese molto più ricco e influente negli equilibri del continente.
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