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☕️ Il caffè del lunedì · May 15, 2026

#14 meglio un cattivo vero

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☕️ Il caffè del lunedì · ☕️ Il caffè del lunedì

Nell’ultimo periodo i miei due adolescenti da divano, hanno una fissa per la serie Daredevil. Indubbiamente è una delle storie riuscite della Marvel, ma ha attratto la mia attenzione il cattivo della serie, il personaggio di Wilson Fisk. La reazione che suscita nello spettatore è di disgusto, totale e senza ripensamenti. Anche quando si mostrano aspetti della sua personalità più umani, come l’amore per Vanessa, o quando si ripercorre la storia della sua infanzia, perché Fisk è Fisk insomma, non è proprio immaginabile provare un briciolo di empatia, che dico?, un filo di compassione.

Se è vero che da decenni le storie puntano su villain che hanno una motivazione, trovo che quello di Wilson Fisk sia uno dei personaggi meglio riusciti.

È cattivo perché ha una storia e in questa storia c’è un trauma e anche più di uno. A differenza di altri casi il pubblico non può condividere le sue scelte. Eppure anche il male incarnato da Fisk è meno inquietante del male che non ha un perché.

Il villain riuscito è uno specchio deformante del protagonista, a volte l’eroe, Daredevil, e Fisk potrebbero sfiorarsi, ma Fisk, il cattivo, mostra cosa succederebbe se la rabbia o il risentimento prendessero il sopravvento.

Spiegare perché Fisk è Fisk, non implica giustificare le sue azioni.

Nella realtà di tutti i giorni il male non ha una backstory che possiamo conoscere. Nella realtà non siamo così fortunati da trovare una persona che condensi tutto ciò che per noi è male. Gli innocenti muoiono senza che esista una spiegazione che ci soddisfi, e anche se esistesse, dubito che ci basterebbe. Eppure continuiamo a d appassionarci le storie dei cattivi, alla ricerca di ferite che li motivino. Continuiamo a voler capire, forse.

Una rivisitazione di Wilson Fisk… versione docente.

Questo bisogno dice qualcosa su di noi, non sul male: a cosa serve, allora, il cattivo nelle storie e fuori dalle storie?

Il cattivo, il “nemico”, serve a ricordarci da che parte stiamo.

Negli anni Cinquanta, lo psicologo Muzafer Sherif condusse un esperimento diventato un classico: prese due gruppi di ragazzi in un campo estivo, li fece competere per le stesse risorse, e osservò come nel giro di pochissimo tempo ciascun gruppo sviluppasse una sua identità compatta, i suoi simboli, la sua ostilità verso l’altro. Quando invece i due gruppi furono messi di fronte a un problema comune, un guasto all’acquedotto del campo che li riguardava entrambi, le rivalità si attenuarono e la collaborazione emerse quasi spontaneamente1.

Il meccanismo che Sherif aveva intuito fu poi formalizzato da Henri Tajfel e John Turner: basta categorizzare le persone in “noi” e “loro” perché il gruppo interno diventi più coeso, più disposto a coordinarsi, più capace di azione collettiva2.

Il nemico comune non è solo qualcuno da combattere, è soprattutto uno specchio che rende visibile chi siamo, cosa condividiamo, da che parte stiamo. Per questo nella storia, ogni volta che si è riusciti a nominare un male abbastanza grande e abbastanza condiviso, persone con visioni del mondo anche molto diverse si sono trovate a combattere dalla stessa parte (i riferimenti sono chiaramente voluti).

C’è però un rischio.

Girard ha studiato come le comunità umane, nel corso della storia, abbiano spesso trovato coesione non trovando un nemico reale, in carne ed ossa, sceglievano di scaricare la propria tensione interna su una vittima designata, il capro espiatorio3, appunto. Il meccanismo è che, quando un gruppo è attraversato da conflitti, frustrazioni ad esempio nel fronteggiare una crisi, come un’epidemia o una guerra, non riesce a gestirla, identifica un bersaglio su cui far ricadere tutta la “colpa”.

Non importa che il bersaglio sia davvero responsabile.

Importa che la sua punizione riporti ordine e produca nel gruppo sollievo e senso di unità.

La comunità di Hell’s Kitchen non si scaglia contro Wilson Fisk, che opera nell’ombra, invisibile. Si scaglia contro il vigilante mascherato, contro Daredevil stesso. Il bersaglio del gruppo non è il male reale: è quello più comodo da colpire.

Questo è il capro espiatorio, un nemico ma non cattivo.

Il problema non siamo noi, è lui. E ci sentiamo temporaneamente più uniti e sollevati, senza aver risolto nulla.

Gli insegnanti questo schema lo conoscono bene, anche se non lo chiamano così. Il nemico visibile cambia spesso: lo Stato che non alza gli stipendi, il MIM che cancella la carta del docente, i diritti che vengono e vanno. Motivi e problemi reali, per carità, alcuni più legittimi di altri ma aleatori: sconfitto uno, se ne palesa un altro. Oppure individuiamo un bersaglio più in piccolo, il dirigente che non capisce o lo studente da riformatorio, o magari il collega che si impegna troppo e fa sentire tutti un po’ peggio. Capri espiatori che si addossino la responsabilità delle nostre incapacità e di tutto il malessere.

Il nemico vero è un altro, ed è lì da sempre: l’ignoranza. L’ingiustizia sociale. La sventura silenziosa di troppi ragazzi che non incontreranno mai qualcuno che creda in loro al momento giusto. Non ha un volto. Non manda circolari.

Enorme, vorace. Sarebbe grande abbastanza da unire persone con visioni del mondo anche molto diverse, e combatterlo è esattamente quello che dovrebbe accadere ogni giorno in ogni classe anche quando non vediamo risultati, anche quando la giornata è fatta solo di fastidio e stanchezza.

Certo, è più facile lottare per aumentare gli stipendi o contro questa o quella riforma. Giusto, chi dice il contrario. Ma sono lotte contro nemici che non diventano il motivo per cui vale la pena tornare in classe domani. Anzi.

A differenza della maggior parte delle professioni, l’insegnamento mantiene il senso originario, serve per strappare all’ignoranza più studenti possibili. E adesso che questo nemico sta tornando più forte che mai, noi non lo vogliamo vedere?

Fingere di non vederlo è un lusso che non possiamo permetterci.

Ma per combatterlo bisogna conoscerlo. Esattamente come fa Matt Murdock per vincere Fisk.

Non si tratta di trovare attenuanti all’ignoranza o all’ingiustizia sociale, non ne hanno. Si tratta di capire da dove nascono e come si alimentano, e scoprire perché resistono. L’ignoranza non è una forza astratta: ha una storia fatta di esclusione, di famiglie che non hanno mai avuto accesso agli strumenti giusti, di ragazzi che hanno imparato presto che studiare non cambia niente per gente come loro. Capirla non significa accettarla. Significa smettere di combattere alla cieca.

I villain più efficaci nelle storie funzionano proprio per questo: non sono ostacoli opachi, sono personaggi leggibili. Hanno una ferita, una visione del mondo coerente anche quando è deformata, un percorso che mostra come si arriva a fare certe scelte. Questo non li assolve, come Fisk resta Fisk, ma permette a chi combatte contro di loro di capire dove colpire.

Un insegnante che conosce la storia del ragazzo che disturba in fondo a sinistra non lo sta giustificando: sta cercando il punto esatto in cui intervenire.

Capire contro cosa scegliamo di combattere è davvero il punto di svolta.

Buon caffè ☕

Simona

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1

L’esperimento è noto come Robbers Cave Experiment (Sherif et al., 1961) ed è uno dei riferimenti fondamentali della Realistic Conflict Theory. Il testo originale è consultabile qui.

2

La teoria è sviluppata in Tajfel e Turner (1979), An Integrative Theory of Intergroup Conflict, n W. G. Austin & S. Worchel (a cura di), The Social Psychology of Intergroup Relations. Monterey, CA: Brooks/Cole, ed è alla base di tutta la ricerca successiva sull’identità sociale e la mobilitazione collettiva. Il testo del capitolo è scaricabile liberamente qui.

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