La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.
Non è molto facile per me dire di no. Tra le tante parti del discorso gli avverbi negativi come non complicano sempre tutto.
Quando mi sono trovata a dover rispondere ad innumerevoli richieste, sì anche deliranti, di docenti par mio, mi sono accorta che nella maggior parte dei casi dovevo rispondere di no. Come glielo dico?
Almeno quando sono in classe, posso spiegare ai miei studenti perché mi è impossibile accettare diversamente, e anche con i miei figli mi posso permettere il lusso di motivare un rifiuto.
E non si tratta di una semplice difficoltà emotiva nel gestire la frustrazione altrui o il desiderio di compiacere gli altri, o magari c’è anche questo. L’incredibile numero di manuali di self-help e la proliferazione ovunque di “pillole” su come dire no depone a favore della incidenza del problema. Benvenuti nel club, insomma.
Forse la questione non è psicologica.
Una caratteristica fondamentale dell’elaborazione del linguaggio, infatti, è la capacità di combinare elementi di un repertorio immagazzinato, le parole, per generare in modo flessibile nuovi significati o modificare quelli esistenti. Le rappresentazioni finali derivano in modo sistematico dalla combinazione delle singole unità.
Ma che cosa succede quando in questo sistema introduciamo una negazione?
La negazione è un’operazione linguistica complessa. Quando sento “non facile”, il mio cervello non salta direttamente a “difficile”. Lo fa in due tempi: prima attiva la rappresentazione di “facile” e solo in un secondo momento si sposta verso il polo opposto: nel processo combinatorio il cervello collega sia al concetto positivo “facile” sia al suo opposto “difficile”.
La psicologia del linguaggio mostra che gli aggettivi scalari (es. buono/cattivo, pieno/vuoto, che possono essere modulati secondo gradazioni differenti) rappresentano un contesto particolarmente utile. I risultati della ricerca di un team della New York University1 dimostrano che la negazione non inverte drasticamente il significato di un aggettivo (ad esempio, “non buono” non equivale a “cattivo”), ma agisce piuttosto come un meccanismo di mitigazione che indebolisce la rappresentazione semantica originale. In sintesi, diversamente da quanto pensassi inizialmente, la negazione attenua il significato dell’aggettivo di partenza, non lo capovolge2.
L’aspetto più interessante è che, secondo i ricercatori, la negazione ha un effetto inibitorio, anche nel caso in cui non si riferisca ad una azione motoria. Quando il cervello elabora una negazione insomma, non lo fa con strumenti esclusivamente linguistici. Recluta gli stessi sistemi che usa per inibire un’azione fisica, e il meccanismo non scatta solo quando neghiamo verbi d’azione (es: “non correre”, “non alzarti”), ma anche davanti ad aggettivi astratti come “non buono” o “non freddo”.
La questione della negazione è abbastanza importante da aver fondato la metafisica. E il principio di non contraddizione (A non è B) regge ogni sistema logico che voglia tenersi in piedi.
Ma la grammatica della negazione non è solo filosofia astratta. È il modo in cui costruiamo scelte.
Ho capito come funziona davvero la negazione quando mi sono trovata a decidere, sul serio, se proseguire nel lavoro d’ufficio o tornare tra i banchi a insegnare. Il quesito non era dire sì o no a qualcosa: era una scelta.
Dire non questo significa che esiste un altro. Il non qualcosa apre uno spazio. E se quella possibilità ce l’ho io, perché non dovrebbe averla anche chi mi sta di fronte?
Altro che frustrazione.
Ai colleghi che scrivono senza sosta perché vogliono (=pretendono) quello che qualcuno gli ha tolto, non dico quasi mai di no. Spiego: tesoro, in questo recinto puoi fare questo e quest’altro, ma non quello: scegli tu. A volte capita, raramente, di dover dire: niente di questo è possibile.
Dire non all’opzione di restare in ufficio non è una strada che si chiude. È dare spazio a ciò che so fare meglio. Stare con i ragazzi. A scuola.
Perché “non qualcosa” coincide in effetti con una inibizione, una strada che non puoi o non vuoi attraversare.
La negazione, il non, forse non è solo una questione grammaticale. O meglio. La chiusura rispetto ad una possibilità, il non, viene percepita nel nostro linguaggio come una inibizione fisica. Ma il nostro corpo agisce nella realtà che viviamo sempre e ci insegna che non facciamo quella cosa per farne un’altra. In generale, un’altra più conveniente per noi, più ragionevole.
Se da un punto di vista logico, il non potrebbe essere l’applicazione grammaticale del principio di non contraddizione, sul piano dell’azione è la scoperta di avere una alternativa.
Faccio un esempio: se ti dico, non parlare, ti sto chiedendo di valutare la possibilità di ascoltarmi; se ti dicono che la tua salute non va bene, ti stanno offrendo di considerare un altro sguardo su di te. Mettiamola così: il no mi fa sperare che ad ogni passo io sia libera di scegliere chi e cosa diventare. Per citare Miranda Priestly: non è vero che non hai scelta.
Non è solo un avverbio insignificante.
Buon caffè ☕
Simona
È utile distinguere tra il comportamento generale della negazione negli aggettivi, descritto dagli studi psicolinguistici come un meccanismo di mitigazione che indebolisce la rappresentazione semantica senza capovolgerla, e la litote (minus dicit quam significat, dice meno di quanto significa) in senso retorico stretto. In quest’ultima, infatti, la negazione del contrario (“non cattivo”, “non irrilevante”, “non indifferente”) è un uso intenzionale e marcato della negazione volto a ottenere un effetto di understatement, cortesia, ironia o enfatizzazione indiretta del positivo. La litote sfrutta dunque lo stesso “motore” semantico (la negazione che attenua), ma lo inserisce in una strategia discorsiva codificata, mentre non ogni negazione mitigante costituisce, di per sé, una litote in senso tecnico.
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