La mia figura retorica preferita è da sempre l’ironia. È anche difficile classificarla solo come figura retorica.
Insegnare l’ironia?
Quando ho iniziato ad insegnare alle medie, ricordo che ero inorridita da quegli esseri informi con le mani unte e la puzza di piedi che tremavano come foglie e ridevano sguaiatamente. Ed erano straordinariamente convinti di essere divertenti.
Per questo la mia missione divenne insegnare l’ironia ai disagiati della mia classe.
In realtà, la comprensione dell’ironia matura con lo sviluppo cognitivo e sociale, una conquista dell’adolescenza, più o meno intorno ai 14 anni, quando anche la corteccia prefrontale deputata al controllo degli istinti si sviluppa. Il fatto di non capire interamente l’ironia contribuisce a rivestire di ingenuità i fanciulli.
Ma il funzionamento linguistico si può acquisire1.
Partivo con l’antifrasi: dire il contrario di quello che si vede. Non erano lezioni strutturate, era il tessuto delle nostre conversazioni, spiegavo il meccanismo che li faceva ridere e loro ingaggiavano una competizione serrata a chi la diceva meglio.
Il primo anno era una sofferenza, in seconda media, in mezzo ai drammi che scoppiavano come petardi a Capodanno, fioriva qualche immagine ironica ben riuscita, in terza media ironizzavamo come sofisti navigati.
Socrate in primis
L’ironia per me è un sistema di pensiero. O una filosofia di vita, come si preferisce.
Bice Mortara Garavelli, nume tutelare della mia competenza, avverte che si tratta di uno dei “tropi” impropriamente detti, perché rientra sia tra le figure di parola che di pensiero. Ironia deriva dal greco εἰρωνεία (eironeia), finzione, da εἴρων (eiron), “colui che interroga” (fingendo di non sapere).
E in effetti è Socrate il primo a cui Aristofane riferisce il termine εἴρων: l’opera è Le nuvole, in cui il commediografo critica l’approccio maieutico del filosofo che “finge di non sapere”.
Socrate. Nell’agorà di Atene, si aggirava tra retori e politici e persone comuni convinti di possedere la verità. Ce lo racconta l’allievo Platone, nei dialoghi in cui protagonista è sempre Socrate. E il maestro cominciava a fare domande, per capire che cosa è davvero importante. Che cos’è la giustizia? Cos’è il coraggio? Che cosa è bello? L’interlocutore rispondeva, sicuro di sé. Socrate si poneva sempre un gradino più sotto e chiedeva ancora e ancora. Fino a quando l’altro non scopriva, da solo, di non sapere quello che credeva di sapere.
Per questo l’ironia socratica ci viene riferita come dissimulazione, cioè fingere di non sapere per condurre l’altro a smascherare le proprie contraddizioni. È, anche nell’insegnamento, la forma più potente di rispetto per l’interlocutore: l’unico modo di insegnare qualcosa senza togliere all’altro la soddisfazione di capirlo.
Dire il contrario e poi…
Quell’idea della permutatio ex contrario ducta, il cambiamento di senso ottenuto dal contrario, mi riporta alla mente anche la suggestione dell’umorismo di Pirandello, quel sentimento del contrario che introduce nel riso una riflessione pensierosa, con una vena di sofferta empatia. O come la definisce Mortara Garavelli:
(…) l’ironia è uno “sgonfiamento” dell’enfasi, del prendersi sul serio; vuole aiutarci. Ridimensionare il mondo e noi stessi, non è né superficialità né futilità, è piuttosto pudore, mescolanza di riso e pianto2.
Paul Grice, filosofo del linguaggio, è il primo a spostare l’ironia dalla semantica alla pragmatica. Non più un’inversione di significato, ma un caso di implicatura conversazionale, ciò che si lascia intendere senza dirlo. Se chiedi vieni alla festa? e ti rispondo domani ho un esame, non ho detto no: te l’ho fatto capire. Sfruttando le stesse regole implicite della conversazione, il parlante ironico le viola in modo così visibile che l’ascoltatore inferisce: c’è qualcos’altro sotto. Il significato è nel contesto.
Sperber e Wilson fanno un passo ulteriore e arrivano alla concezione ecoica dell’ironia3.
L’idea è che quando parliamo ironicamente, non stiamo solo descrivendo la realtà né solo dicendo il contrario di qualcosa. Stiamo echeggiando una voce, un’aspettativa condivisa, un luogo comune, le parole appena pronunciate dall’interlocutore, un’opinione diffusa, e con il tono, con il contesto, con lo scarto tra ciò che diciamo e il modo in cui lo diciamo, segnaliamo: io da quella voce prendo le distanze.
Capita di intercettare scambi di battute tra studenti di questo tenore: “Hai visto come ha spiegato oggi la Sessini?”
“Chiarissima!”, “Già, ci ha illuminati tutti”.
Questa frase può essere letteralmente corretta. Oppure ‘chiarissima’ è un’eco ironica, e allora vuol dire più del contrario.
La difficoltà è che l’ironia non ha un significato parafrasabile, non possiamo trasformarla in un’altra frase più chiara dal significato equivalente. Perché produce qualcosa che le parole esplicite non riescono a riecheggiare: una sorta di sguardo obliquo, quasi multiplo.
Questo spiega perché l’ironia più sottile è anche la più potente. Proprio perché non si può stringere, perché sfugge alla traduzione in qualcos’altro, lascia uno spazio aperto in cui la mente continua a lavorare.
Mescolanza di riso e pianto
Ma veniamo al punto.
L’ironia è la figura retorica che in assoluto richiede collaborazione tra le parti. Se l’ascoltatore non riconosce l’eco, se non condivide le conoscenze di sfondo, se non è disposto a inferire l’atteggiamento del parlante, l’ironia non viene percepita. Cade nel vuoto. O peggio, viene presa alla lettera.
I linguisti la chiamano “intenzione apertamente mascherata”: il parlante vuole essere capito, ma fornisce elementi elusivi per arrivarci. È tanto ambigua quanto progettata per essere compresa. Il che significa che funziona solo quando le due persone abitano, almeno in parte, lo stesso mondo. Condividono riferimenti, aspettative, un senso comune di cosa è appropriato e cosa non lo è.
Non era un caso che i miei ragazzi di prima media, quei magnifici disagiati, non capissero l’ironia. Non era solo un problema di sviluppo cognitivo o di corteccia prefrontale acerba. Non avevano ancora costruito un mondo condiviso abbastanza ricco da sostenere l’eco. L’ironia richiede una storia comune: devi sapere cosa si dice di solito, per capire quando qualcuno lo dice diversamente.
In terza media, quel mondo esisteva. Conoscevamo i meccanismi l’uno dell’altro, le aspettative, le ipocrisie della classe. L’ironia diventava la prova che avevamo costruito qualcosa insieme, uno spazio di comprensione condivisa in cui si potevano dire le cose senza doverle dire per intero.
Quando l’ironia funziona, rivela che dall’altra parte c’è qualcuno che capisce. Qualcuno con cui si condivide abbastanza mondo da non doversi spiegare tutto.
Le parole sono come una fune invisibile che tiene in piedi il discorso, un discorso in cui qualcuno prende le distanze da qualche idea preconcetta, la critica, e in questo distanziamento cerca la collaborazione altrui.
Per questo insegnare l’ironia era, e lo è ancora, a modo mio, un gesto di costruzione di comunità e non solo un esercizio linguistico.
E forse per questo continua a essere la mia figura preferita: perché ogni volta che funziona, è la prova che la comunicazione è andata a fondo. Che non ci siamo solo scambiati parole. Ci siamo tesi un’ancora di salvezza.
Come diceva la Mortara Garavelli: mescolanza di riso e pianto.
Buon caffè ☕
Simona
Non sono l’unica a pensarlo, a quanto pare. Molto interessante questo lavoro che offre spunti operativi per chi volesse mettere in pratica l’insegnamento dell’ironia: Cavallo, Stefano. “Ironia: un fenomeno retorico nel contesto didattico.” Collectanea Philologica XX (2017): 137–151. https://doi.org/10.18778/1733-0319.20.11.
Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica (Milano: Bompiani, 2010), pag 167.
Una riflessione ricca e utile in merito è questa: Ruggiero, Federica. “Il fenomeno dell’ironia tra concezione «ecoica» e approccio austiniano.” Italiano LinguaDue 15, no. 2 (2023): 131–141. https://riviste.unimi.it/index.php/promoitals/article/view/22022.

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