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☕️ Il caffè del lunedì · Jun 2, 2026

#16 come Mary Sue o...?

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Chi è Mary Sue? Questa è la prima parte di una newsletter doppia (perché ho scritto troppo...) Io sono Simona Sessini e questa è la sedicesima newsletter del 2026 de Il caffè del lunedì.

Al Salone del Libro siamo finiti, io e mio fratello Antonio, nella parte che mi piace di più: quella nerd, fantasy, manga, anime, un po’ ai margini rispetto ai padiglioni principali. A un certo punto Antonio mi dice una cosa. I personaggi femminili dei libri sono, secondo lui, troppo concentrati sull’interiorità e quindi diventano pesanti e pedanti. Troppe emozioni, troppi pensieri sulle emozioni, troppa elaborazione interiore. Sovrappensiero cronico. Lui preferisce le protagoniste femminili delle serie LGBTQ, perché quelle agiscono: di fronte a un problema tirano pugni, calci, e compagnia.

Selfie time alla Torre dei libri del Salone del Libro, a Torino. Quello buffo è Antonio.

L’interiorità come centro della storia

La sua osservazione mi ha acceso una domanda. Non sono abbastanza ferrata sui generi che lui invece conosce molto bene (è nerd nerdissimmo), ma anche io mi sono accorta dell’incidenza del genere romance (che al Salone aveva un intero settore dedicato, peraltro).

Per i più distratti, il romance1 è oggi il segmento del mercato editoriale che traina l’intera narrativa adulta. Negli Stati Uniti vale circa un quarto del mercato della fiction. Tra il 2022 e il 2024 le librerie specializzate sono decuplicate nel mondo. Su BookTok domina qualsiasi classifica. Non è un fenomeno di nicchia: è un’industria, e il suo pubblico è prevalentemente femminile, istruito, fidelizzato, e legge almeno un libro a settimana.

Il romance è fatto quasi interamente di quella cosa che ad Antonio non piace tanto: focalizzazione interna stretta, monologo interiore, protagonista che pensa e ripensa a quello che prova. La protagonista del romance ragiona sui propri desideri, rivede convinzioni, mette in discussione aspettative, vive di film mentali.

È, d’altro canto, uno dei pochi generi in cui la soggettività femminile occupa il centro della scena senza dover giustificare la propria presenza.

L’elaborazione interiore che lo caratterizza produce spesso personaggi che rimangono dentro un orizzonte prevedibile: trama lineare della storia d’amore (in sintesi: incontro, tensione, ostacolo, crisi, riconciliazione) e lieto fine garantito (“happily ever after” o “happy for now”).

La protagonista riflette molto, ma raramente ha torto.

Raramente scopre che il problema era nel suo modo di guardare il mondo, non in quello che sentiva.

È un fenomeno più che comprensibile se guardiamo un po’ che cosa la società attuale veicola. Anche gli adulti, anche noi a scuola non facciamo altro che parlare di dare voce alle emozioni, scavare nell’interiorità, l’importanza dell’empatia e del comprendere che cosa proviamo…

E l’educazione emotiva?

Mi sembra che però si sia creata una dicotomia.

Sentire molto, e dirlo, è diventato un gesto identitario: la dimostrazione di una sensibilità femminile che si oppone alla razionalità, sempre maschile, sempre sospetta.

Se a questo aggiungiamo una certa retorica della parità di genere che trasforma le emozioni femminili in argomento politico, il cocktail è esplosivo.

Mi sentirei di dire che Antonio ha un po’ ragione: le eroine dei romance non agiscono (e se non agiscono non scelgono…), le cose accadono confermando le loro emozioni. Alla fine, mi verrebbe da dire, la storia giustifica la loro sensibilità.

E del resto voci autorevoli sottolineano come il genere romance2 riproponga gli stessi ideali del patriarcato che vorrebbe esorcizzare: la relazione amorosa con un uomo come unica fonte di realizzazione del sé.

Ma se questi sono i modelli che circolano con successo, varrebbe forse la pena chiedersi che tipo di educazione emotiva stiamo facendo in classe, e con quali risultati…

Nel mezzo di questa ricerca, un piccolo dettaglio attira la mia attenzione: in effetti, una caratteristica comune dei personaggi femminili di questo genere è che, nel turbinio incessante di sentimenti e pensieri sui sentimenti, le protagoniste non hanno quasi mai torto. Quasi delle Mary Sue.

La vignetta è tratta dal fumetto pubblicato su Deviant Art: Ensign Sue Must Die by comicalclare

Chi è Mary Sue

Chi è Mary Sue, è una piccola chicca nerd-letteraria.

Il termine che viene dal fandom, quello di Star Trek per la precisione. Moltissime fan dei film creavano storie in cui introducevano un personaggio che le rappresentasse: una protagonista idealizzata, senza difetti, di cui tutti si innamorano e che, ovviamente, salvava il mondo mentre tutti gli eroi fallivano.

Era talmente insopportabile che nel 1973 Paula Smith decise di pubblicare su una fanzine di Star Trek un racconto brevissimo, parodico, dal titolo A Trekkie’s Tale. La protagonista è la tenente Mary Sue, addirittura quindicenne e mezzo, la più giovane della Flotta Stellare. Nel giro di poche pagine scopriamo che oltre ad essere bellissima, supera Kirk e Spock, salva l’Enterprise più volte, riceve il Nobel, e muore tragicamente compianta da tutti.

Paula Smith non stava inventando un personaggio: stava prendendo in giro quel tipo di personaggio che come editor vedeva comparire di continuo nelle fanfiction dell’epoca. Da lì, Mary Sue diventa l’etichetta per il personaggio costruito come wish-fulfillment, narrativamente piatto proprio perché non sbaglia mai.

É questo che mi ha fermata: nonostante l’apparente lavorio interiore, i personaggi del romance possono probabilmente rientrare nella tipologia delle Mary Sue.

Non sono mai in torto.

Mary Sue è troppo perfetta per sbagliare, le eroine dei romance invece sbagliano, ma solo per eccesso di sentimento, soffrono, languono, fraintendono.

Alla fine hanno ragione loro. Non hanno bisogno di cambiare, insomma.

Ma noi possiamo lavorare sulle emozioni, senza cambiare noi stessi?

E nel caso, dove poter trovare ispirazione altrove, almeno per noi insegnanti, quando veniamo sepolti da lacrime e drammi?

Buon caffè ☕

Simona

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A titolo di compendio inserisco qui una brave bibliografia: lo studio di J. A. Radway, Reading the Romance: Women, Patriarchy, and Popular Literature, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1984 (rist. 1991): si trova un paper di sintesi qui. Inoltre: L. Langbauer, Women and Romance: The Consolations of Gender in the English Novel, Ithaca–London, Cornell University Press, 1990, testo accessibile in open access: https://library.oapen.org/handle/20.500.12657/59147. Per dati aggiornati sul successo editoriale del romance si vedano: , Circana’s Q1 US Print Report: Romance, Romantasy Lead Adult Fictio”, Publishing Perspectives, 21 aprile 2025, https://publishingperspectives.com/2025/04/circanas-q1-us-print-report-romance-romantasy-lead-adult-fiction/; e R. Ackermann, Romance novels float floundering publishing industry, Marketplace, 13 ottobre 2025, https://www.marketplace.org/story/2025/10/14/romance-novels-float-floundering-publishing-industry

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Oltre alla già citata Radway, la critica è ripresa, fra le altre, da J. M. Dugger, I’m a Feminist, But… Popular romance in the women’s literature classroom, Journal of Popular Romance Studies, 2014, https://www.jprstudies.org/2014/10/im-a-feminist-but-popular-romance-in-the-womens-literature-classroomby-julie-m-dugger/; nonché dall’analisi sintetica delle critiche femministe al romance in The feminist possibilities of heteroglossic spaces in contemporary Young Adult romance novels, Journal of Popular Romance Studies, 2024, https://www.jprstudies.org/2023/06/the-feminist-possibilities-of-heteroglossic-spaces-in-contemporary-young-adult-romance-novels/. Per fare un sunto: il romance è stato a lungo accusato da una parte della teoria femminista di riprodurre fantasie maschili, eroticizzare il corteggiamento eterosessuale tradizionale e rafforzare l’idea che la felicità femminile passi innanzitutto dalla relazione di coppia.

Read on 2kgdiscuola.substack.com

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