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☕️ Il caffè del lunedì · Apr 27, 2026

#12 agisci come in una fiaba

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☕️ Il caffè del lunedì · ☕️ Il caffè del lunedì

La ricerca lo conferma: la scrittura creativa migliora umore, stress e perfino alcuni indicatori di salute. Partiamo? Buon caffè.

Dopo la laurea in Lettere, sono finita a scrivere di spazzolini e frigoriferi, volumi di vendita e fatturati. Mi domandavo se avesse senso imparare a scrivere di soldi, marketing e posizionamenti. Così tra un grafico e una analisi delle tecnologie, scrivevo fiabe su forni rossi che si innamoravano e frigoriferi che soffrivano il freddo.

E anche a scuola, quando non riesco ad interpretare qualcosa della mia vita, ritorno alle figure semplici e lineari della fiaba.

Perché?

Dopo Propp1 (che domina ancora nei manuali di scuola), sembra che non ci sia più niente da dire sulle fiabe. Invece uno studioso svizzero, Max Lüthi, ci spiega che le fiabe ci coinvolgono per alcuni dettagli molto particolari.

Illustrazione di Leonard Weisgard da Grimm, Jakob and Wilhelm: Very Fine Cloth and boards (1954) Book Club Edition.

La “piattezza” dei personaggi, ad esempio.

Gli eroi delle fiabe non hanno alcuna psicologia. Non piangono quando vengono abbandonati nel bosco, non inorridiscono quando perdono una mano o un braccio e neanche si spaventano quando un orco con intenti omicidi si palesa davanti a loro.

Gli eroi delle fiabe camminano.

Quale sarà mai il loro segreto? Secondo Max Lüthi, per capirlo bisogna chiedersi: come sono fatte le fiabe? Dove Propp si concentra sul “che succede”, Lüthi si interroga su “come viene raccontata” la fiaba e quali caratteri stilistiche e formali la qualifichino come un genere letterario a se stante.

La risposta di Lüthi ruota intorno a cinque tratti formali distintivi.

La prima è l’unidimensionalità: tutto è lineare e “piatto”, nel senso che fa parte di un’unica dimensione. Incontriamo esseri soprannaturali e fatti straordinari: lupi parlano, fate compaiono all’improvviso, principi si trasformano in ranocchi e nessuno si stupisce, noi non ci stupiamo. Nella fiaba non esiste frattura tra il mondo reale e quello magico.

L’eroe della fiaba agisce e non ha né il tempo né la predisposizione per stupirsi di ciò che è insolito2”.

La seconda caratteristica è quella che Lüthi chiama la mancanza di prospettiva interna. Ci affezioniamo a personaggi di cui non sappiamo nulla: cosa pensano, cosa provano nel profondo, cosa ricordano. Figure “senza corpo, scrive Lüthi, senza mondo interiore, senza un vero ambiente che li circondi, manca in loro ogni rapporto con il mondo passato e futuro, insomma col tempo3”. La qualità più riposante dei personaggi delle fiabe è non avere nessuna psicologia: tutto si traduce con linearità sul piano delle azioni.

La terza caratteristica è lo stile astratto4: nessuna descrizione, al massimo un singolo attributo. Come nell’epica, questa “tecnica dell’appellativo puro e semplice”, le cose sono solo nominate e tanto basta per darcele per acquisite. I colori sono oro, rosso, bianco, abbiamo sempre tre prove, sette nani, dodici fratelli. È tutto una sottrazione: si toglie tutto ciò che non è necessario.

Il quarto elemento è isolamento e colleganze universali. Gli eroi delle fiabe sono orfani o abbandonano tutto, sono soli quando incontrano streghe, giganti e animali che compaiono e poi scompaiono dal racconto. Ma anche l’incontro più effimero può cambiare il loro destino. Nella fiaba tutto è connesso, il personaggio cammina cammina da solo, ma ogni gesto tocca la vita di tutti, dentro una trama di nessi più ampia del singolo episodio.

Una illustrazione di Hänsel e Gretel del 1863.

E alla fine, nella prospettiva di Max Lüthi, troviamo la sublimazione. La fiaba recupera cose terribili, abbandoni, incesti, tradimenti, violenze varie e le colloca nella narrazione. Come fa? “La fiaba non vive di un particolare tipo di motivi, ma di un particolare tipo di forma”: prende qualunque cosa e la svuota del significato originario ma nel frattempo la sublima, come il ghiaccio diventa aeriforme: si trasforma in figura. Non parla di “questo” bambino, “questa” guerra, “questa” ingiustizia storica, ma di esperienze che ogni essere umano può riconoscere, anche quelle terribili, infiniti vissuti diversi.

La fiaba quindi accoglie tutto ciò che è profondo e oscuro e lo porta in superficie, come un sentiero finalmente percorribile. Non spiega il dolore, ma gli dà una direzione. Quali necessità umane soddisferebbe dunque la fiaba? si chiede Lüthi.

Per me la risposta è che in un mondo che si logora nella ricerca quasi ossessiva delle pieghe della psiche e che lascia sempre più il campo alle emozioni più primordiali, la rabbia e la paura, la fiaba si spoglia di tutto per lasciare spazio all’eroe che cammina.

“L’eroe della fiaba è costituzionalmente un viandante5”, dice Lüthi.

L’eroe della fiaba agisce e non ha tempo di stupirsi della mediocrità dell’uomo o dell’enormità di quello che succede, va avanti perché ciò che conta è l’essenziale. E anche quando i personaggi fanno cose inspiegabili, quando il male non è sempre brutto o il bene non è premiato, l’eroe della fiaba mantiene la sua “epica tensione in avanti”.

Una direzione esiste: andare avanti. Agire è possibile.

Immagine realizzata con AI.

Ecco, la fiaba ci mostra come stanno le cose in questo mondo, non come dovrebbero stare, non come vorremmo che stessero, ma come stanno dentro una forma.

La scuola ha bisogno di questa forma per andare avanti. Troppe volte la soffriamo come un guscio vuoto abbandonato sul bagnasciuga: potrebbe finire definitivamente in mare oppure essere raccolto. Ma proprio perché svuotato come le figure della fiaba, può essere nuovamente riempito6 di storie che possono essere raccontate.

Ci sono due spunti che ci possono venire in aiuto.

Uno è la possibilità di guardarci come figure della fiaba, “vuote” di psicologia ma orientate, in cammino. Riconoscere noi stessi, i colleghi, gli studenti come eroi, non nel senso eroico, ma in quello del viandante, ci permette di agire anche quando ci sentiamo bloccati.

L’altro è la capacità di scovare in una situazione concreta la manifestazione di qualcosa di più grande che dia senso, un lieto fine.

E come si potrebbe tradurre un lieto fine per noi? Uno studente che finalmente studia? Una classe che funziona bene?

Il lieto fine della fiaba però non è “e vissero per sempre felici e contenti”.

È nel “lieto procedere7” delle avventure che conducono il protagonista ad arrivare a una condizione finalmente congruente con ciò che è davvero, il posto che merita nel mondo.

C’è una differenza enorme tra sperare che le cose vadano bene ed essere consapevoli di meritare di stare al proprio posto nel mondo. Preferisco senz’ombra di dubbio la seconda, perché non dipende dall’esito esterno, ma dalla direzione che scegliamo.

Riscrivere la scuola come una fiaba significa riassegnare prima di tutto a noi, il nostro posto nella realtà che viviamo. Ma per realizzare un progetto tanto ambizioso, forse bisognerebbe partire da un cammina cammina che non retrocede di fronte alle prove e alle avversità, come ci insegna la fiaba, ripensarci come il contadino, l’orfanello, la principessa delle fiabe e iniziare dal principio:

C’era una volta una scuola…

Buon caffè ☕

Simona

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1

Il riferimento classico è Morfologia della fiaba di Vladimir Propp, pubblicato in russo nel 1928 e tradotto in Italia da Einaudi nel 1966. Propp parte dall’analisi di un ampio corpus di fiabe di magia russe, che scompone in unità minime ricorrenti, sul modello dei morfemi in linguistica, alla ricerca di elementi costanti di struttura al di là delle varianti contenutistiche. Alla base della sua analisi sta il concetto di funzione, intesa come azione o reazione che un personaggio compie o subisce in quanto rilevante per lo sviluppo della trama. Sono meravigliose perché, come in un gioco di carte, si possono mescolarle per creare fiabe nuove. Molti giochi sfruttano questa logica narrativa per la creazione di nuove narrazioni (dai mitici Story Cubes a Raccontami una storia, L’inventafavole a Narratore etc.).

2

La fiaba popolare europea. Forma e natura, Max Lüthi, Mursia Milano 2018, pag. 17.

3

Ibidem, pag. 22. “Le figure della fiaba sono forme o modelli “vuoti”, silhouettes a disposizione del fruitore per essere riempiti, per essere colorati. Si tratta di un processo naturale e spontaneo”, Dolfini, Giorgio, «Sulla universalità della fiaba», in ACME. Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, vol. 32, n. 3, 1979, pp. 329‑336. L’intervento è stato ripubblicato in Tutto è fiaba. Atti del convegno internazionale, Emme Edizioni, Milano, 1980.

4

Nel piano mondo della fiaba, le singole figure risaltano e si distinguono esteriormente grazie ai loro nitidi contorni e ai loro colori puri. È la superficie stessa che richiede tinte e contorni”. M. Lüthi, La fiaba popolare europea, p. 37.

5

M. Lüthi, La fiaba popolare europea, pag. 42

6

La genericità e astrattezza delle figure le rende disponibili a l fruitore, il quale l e integra d i sé stesso e le f a proprio simbolo personale: proietta in esse i contenuti suoi propri, aspirazioni e atteggiamenti, senza dover patteggiare la propria identificazione con la realtà d i personaggi particolareggiatamente prefigurati”. Dolpini, op. cit.

7

La gratificazione che ci viene dalla fiaba non è specificamente nel lieto fine, ma è, per così dire, nel ‘lieto procedere’ delle avventure che recano ad esso. E la conclusione lieta non è da giudicare per l’aggettivo con cui la si specifica, ma perché indica l’acquisto da parte del protagonista, e simbolicamente quindi da parte del fruitore, della sua condizione definitiva, il raggiungimento della posizione nel mondo che per definizione gli compete, che sola è pertinente al suo vero, autentico essere”. Dolfini, op. cit.

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